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Intervento del Presidente Draghi alla cerimonia di intitolazione dell’Aula magna di Bologna Business School a Nino Andreatta

Martedì, 14 Settembre 2021

Sua Eminenza Don Matteo Zuppi, 
Romano, 
Magnifico Rettore Ubertini, 
famiglia Andreatta, 
Autorità tutte.

Sono onorato naturalmente per l’invito a intitolare questa Aula Magna al Professor Andreatta, ma sono anche, come anche ha detto Romano un attimo fa, commosso, perché questo incontro, che avviene per ricordarlo con accenti di straordinaria stima, di apprezzamento, di nostalgia, avviene anche in una sala dove vedo molti volti degli amici di una vita. 

Questo incontro poi mi porta un po’ agli inizi, ai primi passi della mia carriera e un po’ – ero appena tornato dagli Stati Uniti – anche a come vivevo quei valori che Andreatta incarnava.

Questa simpatia spero reciproca - c’è qualcuno qui che può documentare se fosse reciproca o meno - ma certamente da parte mia più che simpatia, questo fascino straordinario che ha esercitato su di me, giovanissimo assistente, è qualcosa che è difficile dimenticare. Perché non era un fascino solo di attrazione intellettuale ma era anche un fascino che conteneva un appello, un richiamo al rigore morale e in questo senso è stato a quell’epoca della mia vita una lezione di vita che non ho più dimenticato.

Nino Andreatta è stato un riformatore paziente, lungimirante dell’economia italiana. In realtà, noi pensiamo sempre all’economia, ma la sua personalità era molto più vasta e lui voleva riformare lo Stato, i comportamenti delle persone, non lo faceva con intento condiscendente, lo faceva istintivamente.
Un protagonista appassionato del dibattito europeo. È stato, come ricordato, un punto di riferimento della vita accademica di Bologna.

Oggi celebriamo prima di tutto il valore che Andreatta dava alla vocazione dell’insegnamento. 
La curiosità intellettuale, coltivata durante la sua formazione italiana e internazionale a Padova, alla Cattolica di Milano, a Cambridge.  
La profonda umanità e i valori morali, come ho detto poco fa, che hanno caratterizzato la sua vita. E che si sono espressi nell’attività accademica e nel servizio alla Repubblica.

Nell’università, com’è stato detto, Andreatta è stato un innovatore. Ha trasformato, anzi ha creato l’Università di Trento sostanzialmente.
A Bologna ha riformato la facoltà di scienze politiche e ha fondato l’Istituto di scienze economiche. 
Nel Mezzogiorno ha creato l’Università di Arcavacata in Calabria, che ancora oggi è una delle più belle università del Sud. 

Ma la generosità di Andreatta ha anche toccato anche la mia carriera, come alcuni di voi, Paolo Onofri e altri, forse anche Romano, ricorderanno.
Senza conoscermi personalmente, come era nel suo stile, prima mi segnalò per l’Università della Calabria e poi indicò a Federico Caffè l’esistenza di una posizione di politica economica alla facoltà di Sociologia dell’Università di Trento. 
Fu il mio primo incarico di ritorno dal MIT. Per inciso un anno prima in quell’Università si era laureato Curcio. Quindi potete immaginare la difficoltà, in un certo senso, di adattare dei modelli intellettuali del MIT a quel tipo di studenti, ma è stata un’esperienza straordinariamente fertile.

Durante la mia esperienza a Trento ho avuto anche l’occasione di conoscerlo di persona e di frequentare Bologna molto spesso. Ero regolarmente ospitato a casa Basevi, molto spesso per i seminari che erano frequenti. La vita intellettuale della facoltà era molto, molto vivace a quell’epoca. In un certo senso era il punto di riferimento di una parte di Italia.
La ricchezza culturale della città in quegli anni doveva molto alla sua figura. 

Mi colpì l’attenzione che dedicava ai giovani, a me, alle persone che si trovavano all’inizio della carriera. 
Questa è una caratteristica che lo ha accompagnato in tutta la sua vita, anche molto più tardi vedevo come riusciva a parlare…  – Enrico Letta annuisce perché evidentemente lui è stato uno che l’ha conosciuto piccolo, piccolo, piccolo – era veramente una persona che amava i giovani. 
Tutti coloro che hanno studiato con lui ricordano le sue conversazioni. Ma non solo quelli che hanno studiato. Queste conversazioni - che avvenivano magari in posti abbastanza non studiati a Roma, a Milano, a Bologna, o prima o dopo cena e si prolungavano spesso nella notte - sono ricordi indimenticabili.

Ma lui non è stato solo il maestro di tanti allievi. 

A suo avviso, lo sviluppo morale e civile del Paese doveva coinvolgere i mondi della cultura, della politica e delle professioni, in uno scambio costruttivo.  
Lavorò costantemente per aprire l’università al mondo esterno, ad esempio Prometeia, e colse l’importanza dei centri di ricerca. 
Lo ha fatto con la fondazione di Prometeia, con l’AREL. 
Non credo di aver detto tutte le Istituzioni che lui ha fondato, credo ve ne siano state delle altre che in questo momento non ricordo. L’istituzione viene spesso descritta come un luogo chiuso, per Andreatta doveva essere per definizione un luogo aperto. Quindi in tutti posti dove lui è stato ha sempre abbracciato altre realtà. 

Nei giorni del Forum Interreligioso del G20, qui a Bologna oggi pomeriggio, voglio ricordare anche il suo impegno come presidente della Fondazione per le scienze religiose.  
Alla costante vocazione di Andreatta per la ricerca si deve anche il suo timbro intellettuale. 
Ha sempre messo in discussione le sue convinzioni.  
Visione e pragmatismo non erano per lui alternative ma complementari.
La sua intelligenza era sempre applicata alla realtà.

Nei suoi scritti e nelle sue azioni ha sempre voluto sempre guardare al futuro. 
Dall’analisi del divario tra Europa e Stati Uniti sulla tecnologia e la ricerca, alla centralità della questione demografica, fino alla difesa comune europea.
Molti suoi interventi di trenta o di cinquant’anni fa, sia nell’accademia, sia nell’ambito politico-culturale in realtà ci parlano del nostro presente. 

Il tratto più rilevante di Andreatta uomo di Stato resta il suo rigore morale.
Lo studio e la conoscenza dei problemi alimentavano la sua indipendenza di giudizio. 

Da Ministro, si è mosso in modo coraggioso e onesto in anni drammatici per la Repubblica, e non ha esitato a prendere decisioni necessarie anche quando impopolari. Sono tentato di dire “soprattutto” se erano impopolari.
“Le cose vanno fatte perché si devono fare, non per avere un risultato immediato,” come sintetizzò una volta con efficacia.
Penso in particolare agli anni a Via XX Settembre, al Bilancio e al Tesoro, tra il 1980 e il 1982. 
Alla sua critica alla degenerazione delle politiche di bilancio. 
Al suo sostegno alla scelta dell’indipendenza della Banca centrale dal Governo. 
Alla soluzione della crisi del Banco Ambrosiano. 

Andreatta ha attraversato le tempeste di quegli anni con autonomia, indipendenza e immediatezza. 
Esortando anche la propria parte politica a “dire molti no e pochi sì per evitare che tutto sia travolto nella irresponsabilità”. 
La politica di allora non lo ascoltò, anzi lo emarginò.
I risultati di quella scelta scellerata della politica di allora sono ancora oggi, purtroppo, davanti a noi.

In questi mesi, ho spesso ricordato come le ingenti risorse del programma Next Generation EU debbano richiamarci al senso di responsabilità.
Non solo verso l’Europa, ma verso noi stessi e verso le nuove generazioni.  
Abbiamo il dovere di spendere in maniera efficiente e onesta.  
E di avviare un percorso di riforme per rendere l’economia italiana più giusta ma anche più competitiva, capace di riprendere un sentiero di crescita che abbiamo abbandonato un quarto di secolo fa.

La vita di Andreatta, che è stato uno tra i più tenaci costruttori dell’integrazione europea in Italia, ci offre soprattutto oggi un esempio veramente attuale.

Sono certo che saprà ispirare le generazioni di studenti che siederanno in quest’Aula. Grazie.
 

Governo Italiano Presidenza del Consiglio dei Ministri