Lunedì, 20 Aprile 2020

Intervista a Süddeutsche Zeitung

Qui serve tutta la potenza di fuoco dell’Unione europea attraverso l’emissione di titoli comuni che consentano a tutti i Paesi di finanziare in maniera equa e adeguata i costi di questa crisi.

di Oliver Meiler

Traduzione in italiano

Presidente, molti Italiani trovano che il Suo Paese sia stato lasciato solo all’inizio della crisi dai suoi vicini, dai suoi partner storici in Europa. E ne sono irritati. A ragione?

È innegabile che l’Italia si sia trovata sola. Anche Ursula von der Leyen la vede così, a nome dell’UE si è scusata per questo nel suo intervento al Parlamento Europeo. Devo dire che ho molto apprezzato questo gesto.

Proprio Cina e Russia ne hanno approfittato – con Charter pieni di mascherine protettive, apparati respiratori, medici ed esperti, mentre persino la Germania aveva trattenuto le forniture nella prima fase. Che effetto le ha fatto?

Trovo che la solidarietà che alcuni Paesi ci hanno manifestato sia stata troppo fortemente giudicata e interpretata sul piano geopolitico.

A torto, per quanto concerne Cina e Russia?

In realtà, abbiamo ricevuto sostegno morale e concreto da tantissimi Paesi: dall’Egitto, al Qatar a Cuba. Anche dalla Russia e dalla Cina, certamente. La Cina, in considerazione della sua esperienza appena maturata, si è resa disponibile a darci una mano; così come lo eravamo stati noi quando la Cina si trovava nella sua fase più acuta dell’epidemia.

Cuba, Qatar – a proposito dell’Occidente?

Abbiamo ricevuto aiuti concreti anche dagli Usa, da vari paesi europei e dalla stessa Germania che ringrazio per la disponibilità offerta, anche nell’ospitare pazienti italiani nelle proprie strutture ospedaliere.

Tuttavia non ci è voluto molto e da entrambe le parti si sono riscaldati gli animi, sono risorti tra Germania e Italia vecchi luoghi comuni e cattiverie. Lei questo come se lo spiega?

Alcuni luoghi comuni mi fanno sorridere, altri non li trovo affatto divertenti. Tra questi quello di uno Stato spendaccione. A questo riguardo, sottolineo che negli ultimi ventidue anni, ad esclusione del 2009, l’Italia ha registrato un avanzo primario. Questo significa che i governi italiani hanno sempre speso meno di quanto incassato. Il nostro deficit è dovuto alle somme pagate per gli interessi sul debito che abbiamo ereditato dal passato dai tempi della Lira. Quindi, non solo lo Stato italiano non è spendaccione, ma rispetta i criteri europei sul deficit. Invece del 2,2 per cento del PIL che era stato concordato, abbiamo realizzato l’1,6 per cento. E onoriamo sempre regolarmente i propri debiti. Gli addetti ai lavori sanno bene che l’Italia è un pagatore molto affidabile, direi eccellente. L’Italia è anche, come la Germania, un contributore netto nell’UE, anche questo viene spesso dimenticato.

Nel Nord si guarda soprattutto all’immensa montagna del debito italiano.

Sì, anche nel dibattito sul contrasto della crisi domina di nuovo questo errore. Si sostiene che gli Italiani vogliano solo che altri Stati paghino i propri debiti. E’ un'insinuazione più che falsa, sorprendente. La storia, anche quella meno recente, dimostra invece il contrario: che l’Italia è sempre in prima fila quando si tratta di offrire la propria solidarietà ad altri Paesi che debbono ripartire dalle macerie lasciate da eventi epocali, come è stato all’indomani dell’ultimo conflitto mondiale. In quella occasione non offrimmo solo una prova di solidarietà fine a sé stessa, ma esprimemmo una visione del futuro, confermata dalla edificazione del progetto europeo. Anche oggi che siamo tutti colpiti da un evento per il quale nessuno possa fare qualcosa, serve prima di tutto solidarietà gli uni con gli altri. Prima di tutto si tratta di regalare ai nostri figli e nipoti un futuro comune.

A proposito della seconda guerra mondiale: quando gli Italiani sono cattivi verso i Tedeschi, si ricordano sempre della guerra, nel loro risentimento. L’altro giorno un parlamentare ha detto che si è stufi di stare “sotto le imposizioni dei nipoti di Hitler”.

Questo non è un luogo comune, è una sciocchezza, un’idiozia. Quando parlo di cliché, intendo gli stereotipi che evidentemente non si possono eliminare dal mondo, non simili stupidaggini.

Lei dice spesso che questo è un momento decisivo su tutto per l’Europa. Lei dice anche che non si stancherà di lottare finché i Partner non accetteranno debiti comuni – dunque gli Eurobond o i Coronabond. Il 23 aprile si riunisce il Consiglio Europeo. Lei è pronto a bloccare tutto col suo veto, se gli Eurobond non passeranno?

Vede, viviamo il più grave shock dal dopoguerra ad oggi, l’Europa deve dare una risposta all’altezza. Alcune decisioni importanti sono state già prese, come l’intervento della Bce, la sospensione del Patto di stabilità, la costituzione di Sure, i fondi di garanzia della Bei.

… questo è già molto, no?

Sì, ma è ancora troppo poco, se si pensa che abbiamo a che fare con una pandemia che sta mettendo seriamente a rischio il mercato comune. L’Europa si può salvare se pensa in grande, se mostra più coraggio e se proietta lo sguardo oltre i propri confini.
 

Questo funziona solo con gli Eurobond? Lei sa che le resistenze di alcuni Paesi contro una mutualizzazione dei debiti è molto grande – in Germania, nei Paesi Bassi, in Austria, in Finlandia.

Le nostre economie sono interconnesse. Se un Paese va in difficoltà si crea un effetto domino che va evitato a tutti i costi. Qui serve tutta la potenza di fuoco dell’Unione europea attraverso l’emissione di titoli comuni che consentano a tutti i Paesi di finanziare in maniera equa e adeguata i costi di questa crisi. Non si tratta di mutualizzare il debito passato o futuro, ma solo di finanziare tutti insieme questo sforzo straordinario.

Gli avversari nel Nord temono che questo strumento rimanga.

Non sarà usato un solo euro dei tedeschi per pagare il debito italiano. Questa solidarietà totalmente specifica e temporanea ci rafforzerà enormemente sui mercati. Essa invia anche al mondo un messaggio politico molto potente: l’Europa è solida e unita.

Come farebbero i governi a Berlino e a L’Aja a spiegare ai loro cittadini che è il momento di fare gli Eurobonds dopo tutti i no degli ultimi anni?

Non posso certo suggerire io ad Angela Merkel o a Mark Rutte, come parlare ai loro cittadini. Non ho titolo per farlo. Posso solo ripetere che il punto di vista deve cambiare. E deve cambiare adesso. Dobbiamo tutti guardare all’Europa da Europei, il che è accaduto troppo di rado. Spesso ogni comunità nazionale guarda all’Unione europea solo dalla propria prospettiva e pensa di essere in credito con l’Europa, di dare più di quanto riceve. Prendiamo ad esempio la questione delle bilance commerciali: la Germania ha da anni un enorme avanzo commerciale e viene per questo criticata perché esso è più elevato rispetto a quanto prevedano le regole dell’UE. Col suo avanzo l’economia tedesca non fa da locomotiva dell’Europa, bensì da freno. Dobbiamo rafforzare la nostra casa comune e farlo rapidamente per poterci confrontare alla pari con le altre potenze economiche mondiali. Per questo lo strumento giusto è uno strumento finanziario comune, ambizioso ed equo.

Le chiedo di nuovo: se questo non ci fosse, Lei porrebbe il veto?

Sono assolutamente deciso ad impegnarmi non solo per il bene del mio Paese, ma per il bene dell'Europa intera.

Sì o No?

Lascio a Lei l'interpretazione.

Un altro strumento per liquidità aggiuntiva è il MES. In ampie parti della politica italiana il MES è un concetto tossico.

Sì, il MES ha una cattiva reputazione in Italia. Non abbiamo dimenticato che ai Greci nell’ultima crisi finanziaria sono stati imposti sacrifici ben oltre l’accettabile per ottenere crediti. Di qui la mia posizione fondamentalmente scettica.

Anche se esso, come ora viene proposto, fosse per spese mediche e non collegato a condizionalità? Si tratta comunque di circa 35 miliardi di Euro.

Vediamo se la nuova linea di credito nei fatti sarà senza condizioni.

Lei sembra molto scettico. E’ un Europeista convinto?

Non mi appassiono alle categorie dello spirito. Dico solo che le derive nazionaliste fanno male all’Europa tanto quanto l’europeismo ipocrita, che tutto vuol prendere e nulla vuol dare. Quel che serve oggi all’Europa è un europeismo critico, ma costruttivo. Viviamo un momento storico che esige un salto di qualità politico. Con Macron la pensiamo allo stesso modo: siamo convinti che è in gioco il progetto europeo. E non parlo solo delle prossime elezioni, ma dell’idea stessa di Europa.

In Italia cresce il disagio sull’Europa. Negli ultimi sondaggi solo il 35 per cento degli Italiani ripongono le proprie speranze nell’UE.

Questo sentimento nasce dal fatto che ci sentiamo abbandonati proprio dai Paesi che traggono vantaggi da questa Unione. Prendiamo l’esempio dei Paesi Bassi, che col loro dumping fiscale attraggono migliaia di multinazionali - che trasferiscono lì la propria sede – ed ottengono un flusso di entrate fiscali massicce, che vengono sottratte ad altri partner dell’Unione: vengono così sottratti agli altri Stati Membri dell’UE 9 miliardi di euro ogni anno, come riporta un’analisi di Tax Justice Network.

Anche l’Italia trae beneficio dall’appartenenza all’Unione: la BCE ha sottoscritto negli anni passati titoli di debito italiani in grande quantità.

Chiaro, tutti ricevono vantaggi. Dico solo che nessuno si deve raffigurare come il migliore della classe, non ci sono migliori della classe. Una condotta fuori luogo, soprattutto adesso.

L'Italia è stata colpita prima di ogni altro paese europeo da questo virus. Come ha vissuto l’avvento della crisi? Quando si è reso conto che era un evento enorme?

Quando abbiamo deciso di stringere un cordone sanitario intorno a undici Comuni tra Lombardia e Veneto, centro di due focolai. Nella storia della Repubblica italiana non era mai avvenuto. Quando poi il numero di decessi è iniziato a crescere anche in altre zone d’Italia, si è aperta una ferita nel Paese e dentro di noi. Queste immagini di medici e operatori sanitari stanchi e con i volti segnati non le dimenticherò mai.

Le è toccato per primo decidere su limitazioni della vita pubblica mai viste nel mondo democratico occidentale e inimmaginabili solo due mesi prima: anche il lockdown dell’economia è avvenuto per la prima volta in Italia, con tutte le sue conseguenze. Come si vive una tale responsabilità?

Non solo come un Presidente del Consiglio che ha la responsabilità verso 60 milioni di italiani, ma anche come un padre di famiglia che ha doveri nei confronti dei propri figli.

Ciononostante riesce a dormire bene?

Si dorme poco, è un fardello oneroso. Ma ho l’onore di guidare un popolo che ha una storia fatta di tenacia e resistenza, specie nel momento della difficoltà.

I Suoi avversari le rimproverano che decide da solo, con apparizioni notturne davanti al popolo.

Sono intervenuto ogniqualvolta ho ritenuto necessario informare e comunicare le decisioni prese. Sono in consultazione permanente con i miei Ministri e col comitato tecnico-scientifico. In Italia la sanità è in mano alle Regioni, abbiamo tessuto un fitto dialogo con tutti. Quando è in ballo la salute del Paese bisogna azzerare le polemiche.

Lei dice spesso che la Storia giudicherà l’operato del governo. Si considera un apripista per altri governi europei? L’hanno copiata in tanti.

Avrei fatto volentieri a meno di questo primato. Ma sono senza dubbio orgoglioso del senso di responsabilità manifestato dagli italiani in questa situazione e della grande risposta che, nel complesso, sta offrendo il nostro sistema sanitario nazionale. Il nostro è diventato un modello di riferimento riconosciuto anche dall'Oms. E' vero, alla fine sarà la Storia a giudicarci.

Pensa che certi Paesi vicini abbiano sottovalutato i rischi per la salute?

Questa pandemia colpisce tutti indistintamente. Sarebbe irresponsabile sottovalutarla.
 

Come uscirà l’Italia da questa crisi?

Ci cambierà, ci indurrà a modificare alcune delle nostre abitudini preferite. Ma, allo stesso tempo, sta facendo emergere il profilo migliore della nostra società fatto di competenza, dedizione, capacità di sacrificio, coraggio, altruismo.

Quando pensa che potremo andare di nuovo in un bar per un caffè e stare al bancone?

Prima dobbiamo togliere il lockdown, riavviare le fabbriche. Solo dopo andremo di nuovo al bar.

Governo Italiano Presidenza del Consiglio dei Ministri