Giovedì, 9 Gennaio 2020

Intervista a Il Foglio

Un Premier a tutto campo.

La Libia, l'Iran, Trump e il peso dell'Europa. E poi l'Ilva, l'Alitalia, Salvini, la prescrizione, le intercettazioni e la suggestione sul modello Ursula. Chiacchierata con Giuseppe Conte.

di Claudio Cerasa
 

La Libia, l'Iran, Trump, il caso Suleimani, il ruolo dell'Europa e poi le politiche economiche dell'esecutivo, l'Ilva, l'Alitalia, la prescrizione, le intercettazioni, la tenuta della maggioranza, la riforma dell'Irpef, le tasse e uno scenario europeo per il domani del governo. Abbiamo passato un'ora ieri a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, poco prima che il premier ricevesse il generale Khalifa Haftar e poco prima che andasse in fumo l'incontro programmato con tanto di picchetto d'onore con il premier libico Fayez al Serraj, in una giornata in cui il capo del governo ha cercato in qualche modo di affermare una centralità dell'esecutivo sul dossier libico. 

Con il presidente del Consiglio abbiamo provato a parlare a tutto campo, cercando di non perdere il filo del discorso in mezzo ai mille slalom del premier, ma la nostra conversazione non poteva che partire da qui e non poteva che partire da una domanda secca: ma l'Italia ha scelto o no da che parte stare in Libia?

Su questo dossier - dice Conte - vedo da troppo tempo delle rappresentazioni completamente sbagliate. L'Italia fa della coerenza il punto di forza della sua politica interazionale. E io come presidente del Consiglio ho il dovere di assicurare una piena coerenza d'azione anche e soprattutto in materia di politica interazionale. Abbiamo scelto sin dall'inizio di parteggiare per il benessere e la prosperità del popolo libico. Per giungere a questo risultato abbiamo appoggiato, in linea con l’Onu e con il riconoscimento dell'intera comunità interazionale, il governo di accordo nazionale presieduto da Serraj. Ciononostante abbiamo sempre mantenuto un approccio inclusivo, favorendo il dialogo con tutti gli attori libici, perseguendo questa linea anche in occasione della Conferenza di Palermo.

Ma l'Italia ha scelto o no da che parte stare in Libia?

Occorre considerare che lo scenario libico si è sempre mostrato molto complesso e, in particolare, tradizionalmente frammentato in molteplici fazioni, tribù, milizie. Al fine di favorire una soluzione politica che stabilizzasse definitivamente il paese e integrasse tutte le componenti anche della Cirenaica, abbiamo cercato di coltivare sempre anche un dialogo con il generale Haftar. Ed è per questa ragione che ieri pomeriggio, come già altre volte, ho incontrato quest'ultimo per cercare di convincerlo a desistere dall'iniziativa militare e ad abbracciare un percorso di negoziazione utile a indirizzare la Libia verso una definitiva pacificazione.

È possibile però, insistiamo con Conte, scommettere sulla pacificazione in Libia senza scommettere su uno dei due attori in campo?

Io non scommetto, non sono un giocatore d'azzardo. Come ho dimostrato in queste ore, lavoriamo per trovare soluzioni politiche, nel confronto e nel dialogo, e cerchiamo, per quanto possibile, di fare il massimo per evitare che si consolidi un conflitto 'per procura', con attori esterni che invece di contribuire al dialogo e a una soluzione politica, finiscano per alimentare il conflitto armato. Siamo convinti che l'unica soluzione plausibile e sostenibile sia porre fine a tale spirale bellica, promuovendo una dinamica negoziale che ponga al primo posto l'interesse del popolo libico a vivere in pace e in prosperità.

Se il presidente del Consiglio italiano dovesse immaginare degli step per dare un seguito al tentativo di mediazione da dove partirebbe?

Dobbiamo lavorare in queste ore per una immediata cessazione delle ostilità e da questo punto di vista trovo incoraggiante l'esito dell'incontro che si è svolto ieri a Istanbul, evento che si inquadra in una cornice di iniziative che abbiamo assunto anche a livello europeo, insieme alla Francia, alla Germania, al Regno Unito e all'Alto rappresentante europeo.

Si riferisce all'esito dell'incontro tra Erdogan e Putin?

Esattamente, ma non solo. Dobbiamo continuare a coinvolgere tutti gli altri attori, comprese le parti libiche, e le posso anticipare che proprio in queste ore sto organizzando una missione per interloquire con alcuni di questi protagonisti dello scenario interazionale sul dossier libico. Allo stesso tempo dobbiamo lavorare perché si creino le premesse per pervenire a un accordo tra le parti che offra una prospettiva politica. Da questo punto di vista continuiamo a sostenere il processo di Berlino, quale tappa significativa della road map politica alla quale stiamo lavorando da tempo. La nostra prospettiva, anche per il futuro, resterà questa: continuare con questi sforzi diplomatici al fine di evitare a tutti costi una guerra civile.

Ma, chiediamo a Conte, dato che in questo momento l'Europa ha una certa difficoltà a esprimere una voce unitaria su alcuni argomenti di politica estera non potrebbe essere un buon segnale avere un italiano come portavoce dell'Europa in Libia, una persona che possa esprimere una posizione unitaria?

L'Unione europea ha già una voce nella persona di Josep Borrell, l'Alto Rappresentante, con cui collaboriamo costantemente.

E un inviato speciale dell'Europa in Libia?

La cosa più importante è coordinare gli sforzi e muoverci all'unisono, in modo da rafforzare il ruolo dell'Unione europea. In questo senso il segnale di svolta c'è stato già all'ultimo consiglio europeo.

In che senso?

Nel corso dell'ultimo consiglio europeo l'Italia si è fatta promotrice di un incontro con Germania e Francia, con Merkel e Macron, proprio dedicato esclusivamente alla Libia, per cercare di coordinare al meglio le iniziative tra i tre paesi. Quel consiglio dello scorso dicembre non solo ha partorito un comunicato congiunto, ma anche una serie di iniziative diplomatiche. Abbiamo concordato varie iniziative diplomatiche, coinvolgendo anche i nostri ministri degli esteri, e ci stiamo continuando ad aggiornare. La telefonata dell'altro giorno con la Merkel nasce proprio da qui.

E quale sarebbe mai il ruolo che l'Italia si sarebbe ritagliato rispetto agli altri paesi?

Tutti parliamo con tutti, fermo restando che ciascuno cerca di valorizzare i rapporti bilaterali a beneficio di una soluzione comune. Nei giorni scorsi ho sentito Erdogan, lo sceicco emiratino Mohammed bin Zayed, il presidente Putin e il presidente Al Sisi. Non ci siamo divisi specificamente dei ruoli, ma stiamo tutti lavorando nella medesima direzione in modo coordinato. E il segnale dell'Europa che si muove in modo unitario nello scenario libico è un segnale a mio avviso molto importante, anche al fine di evitare che qualcuno possa giocare sulla rivalità tra i paesi europei. In una crisi di geopolitica così grave, il fatto che l'Italia riesca a parlare con tutti torna molto utile a tutti.

Restiamo su questa sponda del Mediterraneo, al largo della Libia, e proviamo ad affrontare un'altra questione importante. Il presidente del Consiglio italiano sarebbe favorevole a un'iniziativa dell'Unione europea per riportare le navi della missione di Sophia nel Mediterraneo?

Quella missione non è mai stata cancellata. Diciamo che è stata rimodulata contenendo la sua più intensa efficacia operativa.

Presidente, come lei sa la missione Sophia è l'unica missione navale al mondo che sceglie di rinunciare alle sue navi in mare.

Non è proprio così. In realtà si è scelto di arretrare gli assetti navali, privilegiando altre attività di monitoraggio e controllo sempre in linea con le finalità della missione.

Ma il governo italiano vuole o non vuole che le navi tornino ad operare?

Possiamo senz'altro riprendere in considerazione la piena potenzialità operativa della missione Sophia, che nasce anche al fine di controllare il rispetto dell'embargo delle armi in Libia. Fermo restando che le violazioni dell'embargo non avvengono solo via mare, ma anche via terra e via aerea. Abbiamo tuttavia sollecitato una riflessione sul luogo di destinazione delle persone salvate in mare. Non possiamo accettare che l'unico luogo di sbarco resti l'Italia.

Restiamo in Medio Oriente, presidente Conte, e prima di avvicinarci all'Italia proviamo a rispondere a un'altra domanda secca: ma secondo lei oggi il Medio Oriente è un posto più o meno sicuro dopo la morte di Suleimani?

È una domanda complessa a cui è difficile rispondere. Quello che ci dobbiamo augurare tutti è che questa punta di tensione possa scemare e che si apra una fase di de-escalation, all'insegna della moderazione e della responsabilità. Ce lo dobbiamo augurare nell'interesse delle popolazioni locali, che soffrono da anni, e anche a tutela dei nostri contingenti, e delle donne e degli uomini che sono in quelle aree e che svolgono attività di addestramento e monitoraggio che sono universalmente apprezzate, anche dalle comunità locali. Colgo l'occasione per far pervenire un saluto a tutti loro e per confermare la massima attenzione per le loro esigenze di sicurezza.

A proposito, presidente, può confermarci che il nostro contingente resterà al suo posto?

Sono a stretto contatto con il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che questa mattina (ieri, ndr) ha avuto anche una riunione al COI (Comando operativo di vertice interforze, ndr). Ci aggiorniamo costantemente, anche con il presidente Mattarella, che ha rilevanti prerogative in termini di difesa. Continueremo a restare molto vigili per l'evoluzione della situazione. Anche a questo fine ho parlato con il Presidente iracheno Salih.

Ripeto la domanda: non cambia nulla per i nostri militari?

Massima attenzione, ma per il momento no: le missioni non cambiano, fermo restando il costante monitoraggio in termini di sicurezza.

Due giorni fa, facciamo notare a Conte, Macron, Merkel e Johnson hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui hanno chiesto all'Iran di ritirare le misure che non sono in linea con l'accordo sul nucleare. Come mai l'Italia non era presente in questa dichiarazione congiunta? E il presidente Conte condivide la posizione di Francia, Germania e Gran Bretagna?

Voi chiedete oggi all'Italia perché non è presente nella Commissione sull'accordo nucleare. Ma questi sono formati che risalgono a più di quindici anni or sono. Francia, Germania e Gran Bretagna, all'epoca, si dichiararono disponibili a far parte di questo formato concepito per negoziare questo accordo e per verificarne l'attuazione. L'Italia decise di non farne parte. Potendo tornare indietro, spingerei senz'altro per una presenza anche del nostro paese. In ogni caso, condivido la linea prudente europea, e sono convinto che l'accordo vada rilanciato e sia rispettato appieno. Abbandonare questo strumento negoziale sarebbe molto insidioso.

Cosa ha pensato quando è stata eliminata una persona pericolosa come Suleimani? Ha pensato "ben fatto" oppure ha pensato "cosa hanno combinato"?

Non ho espresso reazioni da tifoso né mi sono abbandonato a reazioni emotive. Mi sono subito sforzato di comprendere le conseguenze che potevano derivare da questo gesto. Al cospetto di tale iniziativa la mia reazione è stata subito assorbita da quelle che potevano essere le implicazioni.

Proviamo ancora - è dura - a incalzare Conte su questo punto e la prendiamo da un lato diverso. Presidente, ma lei pensa che in scenari complicati come quelli mediorientali l'instabilità matura quando i paesi che fanno parte della Nato fanno un passo in avanti o quando fanno un passo indietro?

Sono scenari molto complessi, e non credo ci si possa affidare a un approccio rigido, definito una volta per tutte. Quando parliamo di medio oriente dobbiamo essere consapevoli che esistono realtà molto diverse, dal punto di vista storico e culturale. Una cosa è certa: l'occidente non può tirarsi indietro di fronte al rischio del terrorismo e questo è il motivo per cui facciamo parte della coalizione anti Daesh. Il terrorismo rischia di proliferare senza un accorto intervento dell'occidente perché le formazioni terroristiche hanno capacità diffusiva e tendenze egemoniche, rivendicando perfino sovranità territoriali: non è facile rinunciare a interventi con funzione preventiva.

Nel primo discorso da presidente del Consiglio, ai tempi del Conte 1, ricorderà, aveva detto che il suo governo "sarebbe stato fautore di un'apertura alla Russia che ha consolidato negli ultimi tempi il suo ruolo interazionale e ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa". È una posizione che conferma ancora oggi?

Certamente. È ancora oggi una linea da seguire, anche perché dobbiamo fare il possibile per assicurare coerenza alle nostre linee di politica estera. La nostra collocazione deve rimanere chiara e costante, e infatti nel discorso al Parlamento avevo chiarito che la nostra collocazione euro-atlantica non era in discussione. Per quanto riguarda la Russia ripeto ancora oggi che ci sono rapporti bilaterali, dal punto di vista economico e culturale, molto intensi. La Russia è un attore globale rilevante, e negli ultimi tempi ha riconquistato un rilievo centrale in molti dossier. Rifiutare il confronto e il dialogo con la Russia non ci consente di risolvere questi problemi. Non ho mai sostenuto e tutt'ora non sostengo la rimozione delle sanzioni tout court. In occasione dei vari Consigli europei non ho mai bloccato il rinnovo delle sanzioni. Ma l'Italia è in prima fila per favorire il dialogo e la realizzazione delle condizioni per il superamento del sistema sanzionatorio. Riteniamo che le sanzioni siano solo un mezzo, e non siano fini a sé stesse. Nel periodo natalizio ho avuto un lungo colloquio con il presidente Putin nel corso del quale abbiamo discusso dell'attuazione degli accordi di Minsk, condividendo alcune valutazioni riguardanti l'incontro di Parigi nel Formato Normandia avvenuto il 9 dicembre scorso. Il presidente ucraino Zelensky sta mostrando un atteggiamento propositivo e anche coraggioso. Anche il presidente Putin è chiamato a fare la sua parte. C'è stato lo scambio dei prigionieri tra i due paesi, cosa che sembrava impensabile fino a qualche tempo fa.

Lei pensa che ci siano le condizioni politiche affinché nell'arco di questa legislatura europea ci possa essere una revisione condivisa delle sanzioni?

Dobbiamo augurarcelo. L'attuazione degli accordi di Minsk è sicuramente la strada giusta per arrivare a questa soluzione che va nell'interesse di tutti.

Negli ultimi mesi, non è stata chiara la posizione rispetto al dossier venezuelano. Glielo chiediamo ancora una volta: l'Italia sta dalla parte di Guaidó oppure no?

La nostra linea è sempre stata chiara. Alcuni paesi hanno riconosciuto Guaidó come nuovo presidente e hanno puntato su di lui. Noi abbiamo riconosciuto Guaidó come presidente dell'Assemblea parlamentare non come presidente del Venezuela. Abbiamo valutato che tale iniziativa non godesse di piena legittimità formale e sostanziale. Ma non abbiamo mai detto che appoggiavamo Maduro. Tutt'altro. L'Italia non ha mai riconosciuto la validità delle elezioni che lo hanno incoronato presidente. Vi è piena corrispondenza tra l'Unione europea e l'Italia.

Ma nella scorsa legislatura il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione per riconoscere Guaidó come presidente.

Ribadisco la nostra posizione. E tengo a precisare che abbiamo sempre offerto piena solidarietà a tutto il popolo venezuelano, alla numerosa comunità italiana e anche ai parlamentari perseguitati, alcuni dei quali li abbiamo ospitati anche in ambasciata.

Terminata la nostra lunga conversazione sui temi di politica estera la chiacchierata con il presidente Conte si sposta sul fronte italiano. E si sposta in particolare sul fronte economico. Presidente: su quali fronti sarà possibile misurare il successo o l'insuccesso del governo in materie economiche nel corso del 2020?

Il primo obiettivo è che le misure antievasione possano restituire risorse dall'economia sommersa, questo andrebbe a beneficio di tutti coloro che pagano le tasse onestamente e consentirebbe di abbassare le imposte. Se emergono risorse dall'evasione c'è più margine per abbassare le tasse. Ma questo è nel patto che dobbiamo mantenere con gli italiani. Se rendiamo i meccanismi di pagamento digitali più efficienti avremo tutti notevoli benefici.

Rispetto alle soglie di occupazione qual è l'obiettivo politico del governo?

Dobbiamo migliorare i tassi di occupazione, soprattutto quella giovanile che è tra le più elevate in Europa. Bisogna favorire il rientro dei giovani in Italia e dobbiamo rendere più attrattivo il nostro paese per i giovani stranieri. Mi preoccupa molto il calo della natalità, la Germania visse lo stesso fenomeno nel 2008. Nel confronto con le altre forze politiche dobbiamo dare priorità al rilancio dei tassi di natalità. Questo può essere conseguito attraverso strumenti indiretti, ovviamente.

Il presidente del Consiglio italiano inviterebbe gli italiani a fare più figli?

Non bastano appelli ne spetta allo Stato intervenire nella sfera della intimità delle persone. Spetta però allo Stato creare le condizioni e le agevolazioni per rendere pienamente sostenibile vivere, in Italia, in una famiglia numerosa. Abbiamo già varato varie misure: il bonus bebè, gli asili nido gratis per le famiglie a medio-basso reddito. Dobbiamo rafforzare queste misure e introdurne di ulteriori. Sarebbe bello avviare un piano casa dedicato alle giovani coppie, in maniera da consentire loro di poter fare progetti familiari. Questo è un appello trasversale: se oggi non promuoviamo una politica a sostegno delle giovani coppie mirata ad aumentare i tassi di natalità diventeremo, nell'arco di qualche anno, un paese sempre più per vecchi.

Rispetto al tema delle tasse può promettere che il governo riformerà l'Irpef e destinerà progressivamente maggiori fondi al taglio del cuneo fiscale?

Nei prossimi giorni avvierò il confronto con le forze politiche di maggioranza. L'obiettivo è la rimodulazione dell'Irpef in vista di un abbassamento delle soglie di imposizione. Sono già allo studio varie alternative. Le studieremo tutti insieme.

Pensa sia opportuno discutere su come cambiare il reddito di cittadinanza e Quota 100 come chiede una parte della maggioranza?

Abbiamo fatto una manovra in poco più di 100 giorni e tutte le forze politiche hanno dato un contributo importante. C'è stato qualche tentativo di rivendicare singoli risultati ma la verità è che nessuna misura è stata varata senza una discussione collegiale e senza il contributo di tutti. Penso che si possa aprire una discussione su Quota 100. Questo non significa senz'altro abolire questa misura, ma ricordo che essa è nata già all'origine come misura transitoria. Saremo chiamati a operare una valutazione sistemica e anche prospettica. Ho già anticipato che mi piacerebbe affrontare il tema della distinzione tra lavori usuranti e non usuranti che mi sembra un discrimine più appropriato per affrontare il tema dei pensionamenti differenziati. Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza credo che, a dispetto delle critiche, sia una misura di civiltà e di giustizia sociale. Affronta il problema della povertà assoluta che riguarda le persone che non avevano di che vivere. Ricordo che alcuni beneficiari mi hanno scritto dicendo che per la prima volta hanno potuto mangiare una bistecca, altri hanno potuto comprare un paio di occhiali, una protesi per gli arti. Diverso discorso riguarda le modalità applicative: dobbiamo continuare a monitorare l'applicazione di questa misura e rafforzare il suo collegamento alla formazione e riqualificazione professionale e alla occupazione. Questo suo rafforzamento richiede tempo, perché le prospettive occupazionali possono essere assicurate solo attraverso un laborioso coordinamento con i centri dell'impiego e quindi con le autorità regionali.

Pensa che rispetto al tema dell'Ilva ci sia la possibilità concreta di reintrodurre lo scudo penale?

Nella discussione con ArcelorMittal e sul tavolo di lavoro che si è creato per lavorare al nuovo piano industriale e per valutare la possibilità di un intervento dello Stato, il tema dello scudo penale non è stato affrontato. È un tema che è stato subito accantonato perché la vera priorità è il nuovo piano industriale che deve essere compatibile con gli standard ambientali e con i livelli di occupazione. Dobbiamo realizzare uno stabilimento orientato alle energie pulite e che assicuri il massimo livello di occupazione. Dobbiamo anche incrementare e rafforzare le operazioni di bonifica ambientale.Sarà al cento per cento ArcelorMittal ad occuparsi di questo processo?

Penso proprio di sì, stiamo negoziando il piano industriale con loro.

Nelle ultime settimane, il timore che potesse saltare l'accordo ha danneggiato la credibilità dell'Italia all'estero. Può assicurare che quella crisi è rientrata?

Stiamo lavorando seriamente per risolvere la crisi.

Su Alitalia, altro dossier cruciale, crede ci sia un'opzione che possa prevalere sulle altre? Pensiamo per esempio a Lufthansa.

Confidiamo che il nuovo management che si è appena insediato possa contribuire al risanamento dell'azienda. È questa la premessa necessaria per offrire al mercato un'Alitalia efficiente e rinforzata, e quindi appetibile.

Anche a costo di prevedere ancora dei prestiti ponte per i prossimi mesi?

Ci auguriamo assolutamente di no, speriamo di risolvere prima.

Cambiamo tema, presidente. Ma se fosse parlamentare come voterebbe per l'autorizzazione a procedere sul processo a Salvini per il caso Gregoretti?

È difficile rispondere perché essendo Presidente del consiglio non riesco a dissociarmi da una conoscenza diretta del dossier, non posso spersonalizzarmi.

Proviamo a prendere allora la questione da un altro verso, evitando ancora lo slalom. Ma non crede che da questo caso emerga un'idea distorta della politica, secondo la quale il consenso possa essere superiore al rispetto della legge? In altre parole: la politica può pensare di oltrepassare dei limiti giuridici facendo leva sul proprio consenso?

Ho sempre dimostrato, come primo responsabile di governo, di ritenermi pienamente soggetto alle leggi, forse ancor più rispetto a un normale cittadino. Ho sempre rispettato l'obbligo di trasparenza e mostrato sensibilità per il rispetto delle istituzioni, ritenendo che si debba fare ogni sforzo per alimentare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e per contribuire a rasserenare il clima del dibattito pubblico.

Restiamo sui temi della giustizia, presidente. Da avvocato quale lei è non ha paura di un sistema giudiziario in cui gli imputati diventano colpevoli fino a sentenza definitiva? Può negare che il processo senza prescrizione rischi di allungare in modo infinito i tempi della giustizia?

È per questo che stiamo lavorando a una soluzione. Credo da avvocato e da cittadino che la norma costituzionale sulla durata ragionevole dei processi vada assolutamente rispettata. La Corte di giustizia europea non stabilisce in astratto la durata di un processo perché questo è un concetto relativo che dipende dalla complessità del processo, dal numero degli imputati, dalle verifiche giudiziarie che vanno fatte sul piano probatorio. Il nostro obiettivo è garantire la giusta durata del processo e sono sicuro che ci riusciremo, introducendo vari meccanismi garantisti, ma mantenendo al contempo la nuova norma sulla prescrizione.

Presidente, onestamente risulta difficile immaginare un punto di mediazione tra una legge che elimina la prescrizione, allungando a dismisura i tempi dei processi, e una che possa ridurne i tempi: il danno ormai è fatto.

Rispondo da giurista. Dobbiamo conciliare due interessi che non devono essere contrapposti. Da un lato dobbiamo assicurare che un giudizio si concluda nel merito perché la prescrizione del processo comporta la denegata giustizia. Questo lascia la vittima del reato insoddisfatta e mortifica la potestà punitiva dello Stato. L'altro interesse in gioco è di assicurare a chiunque di conoscere la propria sorte entro un determinato lasso di tempo, non rimanendo assoggettato a vita a un processo. Dobbiamo lavorare a una soluzione che possa contemperare entrambi gli interessi.

L'Italia, come lei sa, ha già un problema legato ai processi lunghi, eterni. Non sarebbe stato opportuno agire diversamente e impegnarsi quanto prima a ridurre i tempi della giustizia?

Questa è una sua valutazione che rispetto ma tenga conto che la norma sulla prescrizione è entrata in vigore a gennaio e avrà efficacia applicativa tra tre o quattro anni.

Restiamo ancora sulla giustizia. Non pensa che negli ultimi anni ci sia stato un abuso nella trasformazione delle intercettazioni irrilevanti in un'arma pericolosa per attentare alla privacy dei cittadini?

È per questo che abbiamo approvato una riforma della disciplina delle intercettazioni. Sicuramente ritengo che quando ci sia una irrilevanza penale bisogna essere cauti e tutelare anche più rigorosamente i diritti fondamentali della persona. Tuttavia, c'è anche la contrapposta esigenza di tutelare la libertà di informazione soprattutto per i personaggi che hanno un rilievo pubblico. La giurisprudenza costituzionale ha coniato i concetti di bilanciamento dei valori. Ogni valore costituzionale rischia di oscurare l'altro se viene assolutizzato.

Presidente, arriviamo alla conclusione. Domande secche: chi preferisce tra Rousseau e Montesquieu.

Per quanto riguarda la dottrina filosofica Rousseau, mentre per quanto riguarda l'approccio di vita preferisco il sagace disincanto di Montesquieu.

Bel dribbling, presidente, ma non può cavarsela così... Riformuliamo la domanda: farà di tutto oppure no per far sì che il suo governo combatta per veder rispettare la separazione dei poteri modello Montesquieu?

Su questo punto non posso che trovarmi d'accordo con Montesquieu....

E invece, qual è il suo giudizio storico su Bettino Craxi, di cui ricorre quest'anno il ventesimo anniversario della sua morte?

Craxi ha scritto delle pagine importanti nella vita politica di questo paese. Ha espresso anche una forte carica innovativa, imprimendo una svolta al partito socialista che gli ha assicurato un ruolo da protagonista sulla scena politica italiana. Ovviamente si è caratterizzato anche per un approccio alla soluzione dei problemi e per vicende personali su cui non mi sento di essere indulgente. E il fatto che corrispondessero a prassi diffuse non le legittima. Però non c'è dubbio che è stato un leader politico significativo.

Con il presidente Conte chiudiamo poi con una domanda un po' più politicistica ma piuttosto importante. La mettiamo così: ma Conte sarebbe contento o no se la maggioranza che lo sostiene un giorno si allargasse?

Io auspico che con il del tempo questa maggioranza possa diventare sempre più coesa. Possa affiatarsi sempre di più, rafforzando lo spirito di squadra e abbracciando una dimensione progettuale sempre più in tensa ed efficace. Più che ai numeri in Parlamento guardo alla coesione, che ha un valore ancora più importante.

Glielo chiedo in modo più esplicito, presidente. La sua svolta di governo in fondo è avvenuta in coincidenza con la nascita di una strana maggioranza europea che ha messo insieme, in Europa, contemporaneamente parlamentari del Pd, del M5s e anche di Forza Italia. Ma se questa maggioranza dovesse manifestarsi anche in Italia sarebbe un problema o un'opportunità?

Se si dovesse verificare questa condizione e questa premessa la valuteremo. Si tratterebbe di un passaggio senz'altro significativo dal punto di vista politico. Ma torno a ribadire che in questo momento quello che auspico è altro: coesione e spirito di squadra.

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