Intervento a "Palermo chiama Italia"

Giovedì, 23 Maggio 2019

Nel 27° anniversario delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto, nell'aula bunker dell'Ucciardone, a “Palermo chiama Italia”.

Rivolgo un saluto collettivo, permettetemi, a tutte le molteplici Autorità presenti, e tengo in particolare anche a rivolgere un caloroso benvenuto a tutti i rappresentanti dell’Unione europea, degli organismi internazionali, sovranazionali, stranieri, delle varie associazioni che venendo qui oggi omaggiano dei nostri eroi, eroi italiani.

Ringrazio ovviamente per questo evento la Presidente della Fondazione Falcone, la prof.ssa Falcone, per questa solenne cerimonia.

E rivolgo un saluto in particolare e sono qui per condividere qualche riflessione con voi studenti. Siete qui in ottima rappresentanza, ma ce ne sono tanti altri, circa 70.000, che hanno risposto all’invito insieme ai loro genitori, docenti, insieme ai dirigenti scolastici, all’invito della Fondazione Falcone di elaborare e poi appunto condividere percorsi didattici di educazione alla legalità.

C’è un appello che evidentemente ci muove e ci sollecita una risposta, ci sollecita una riflessione. L’appello che è stato scelto è Palermo chiama Italia!

Queste parole rievocano l’eco di dolore che, nella primavera e nell’estate del 1992, ha colpito tutti quanti noi, e non solo in Italia, nel mondo è risuonato. Una disperazione in cui precipitò questa città e in cui precipitò questa meravigliosa terra di Sicilia. Dalla Sicilia si diffuse questo coro che diventa un coro in tutta la nazione, in tutta la Italia.

Uno scrittore, una letterata persona ha affermato che “Ci sono delitti in cui tutto è sociale”. Ecco questo è accaduto e accade ogni volta che viene colpito qualcosa “di comune”, qualcosa “che ci accomuna” e su cui direi si fonda un po’ il patto fondativo della società.

Nel 1992, come purtroppo è accaduto anche in altre occasioni, la mafia non ha solo colpito alcune persone, ma ha voluto colpire lo Stato nella sua interezza, nella sua integrità, uccidendo chi, con competenza, con determinazione, stava dedicando la propria vita per combatterla.

Ripercorrendo le biografie di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino in particolare, delle loro vite violentemente spezzate, emerge e colpisce una non comune consapevolezza di tutte le diverse dimensioni di questo fenomeno malavitoso, implicazioni sociali oltre che economiche, culturali e anche esistenziali.

Ecco, in questa prospettiva, dobbiamo sforzarci sempre di riflettere sul loro sacrificio e di ricavarne preziosi insegnamenti. Io ne isolo qualcuno, ma ce ne sono ancora altri, e condivido questi insegnamenti con voi.

In primo luogo, la lotta alla mafia è una battaglia di libertà. È una battaglia di libertà contro chi soffoca le coscienze, contro chi vuole confondere la verità con la menzogna. Con questo spirito e con questo convincimento, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno combattuto per restituire la libertà alla loro terra. Una battaglia quindi contro la prepotenza, contro i soprusi, contro la giustizia sommaria, contro il controllo violento del territorio, contro la politica deviata, a favore della trasparenza, contro l’opacità delle intraprese economiche.

Seconda riflessione. La lotta alla mafia è anche una battaglia per la persona. Non dobbiamo mai dimenticarlo, perché in modo subdolo e ingannevole, dà l’illusione di provvedere alle esigenze dei più bisognosi, ma in realtà ne sfrutta la miseria, economica e umana, per perseguire i propri interessi criminali. Offende quindi profondamente la dignità dell’uomo.

Terza riflessione. La lotta alla mafia è anche una battaglia contro la paura. E da questo punto di vista, vedete, a volte si ritiene che lotta alla mafia è una lotta che debba riguardare solo gli impavidi. In realtà anche Falcone ebbe a dire: “è normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti”.

Quarta riflessione. La lotta alla Mafia è il rispetto delle Istituzioni. E questo ancora oggi, ancora una volta è stato ripetuto molto chiaramente. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati servitori dello Stato. Però questo non è sufficiente, vedete, tanti sono i servitori dello Stato. Loro hanno avuto anche intimamente un’alta concezione dello Stato. Questo è importante perché bisogna non solo svolgere delle funzioni pubbliche, dei compiti istituzionali, ma avvertire anche intimamente questo alto senso, questo rispetto profondo delle istituzioni.

Voi siete giovani, siete anche portatori di una vena critica a volte e questo è giusto. Nello spazio democratico, le Istituzioni possono essere anche, mi auguro, civilmente criticate. Più esattamente si può criticare l’operato dei rappresentanti delle Istituzioni, però – attenzione – non mettiamo in discussione le Istituzioni, la loro ragione fondativa, la loro vocazione funzionale.

In un’epoca in cui i confini stavano diventando sempre più labili, in cui era molto più facile anche viaggiare, questi uomini che oggi ricordiamo hanno scelto di lavorare nella propria isola, hanno scelto di essere magistrati qui, in Sicilia per riscattare il luogo in cui erano nati, pur nella consapevolezza, almeno a partire da un certo momento, che stavano sacrificando, stavano mettendo a rischio a propria vita. Come disse Falcone, “occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana”. E questo è un concetto che dobbiamo anche ricordare.

Poi l’importanza della scuola. Questa iniziativa di oggi si ricollega anche alla scuola, è quindi impregnata di quello che è un percorso di formazione. È molto importante perché, e qui cito ancora una frase di Paolo Borsellino, “è compito della scuola rovesciare questo processo perverso, formando i giovani alla cultura dello Stato e delle istituzioni”. Nella scuola si formano le nuove generazioni da cui, ovviamente, la criminalità organizzata mira a trarre linfa. Quindi è importante il lavoro che si fa a scuola e quando io ragiono di rispetto delle Istituzioni, ricordatevi che il rispetto delle Istituzioni è soprattutto nella scuola che si dimostra: bisogna rispettare i propri docenti. Anche loro svolgono un ruolo istituzionale, sono chiamati a volte ad assegnare, a formulare dei giudizi che possono essere non condivisi, ma bisogna sempre rispettare il loro ruolo.

Quando si ragiona di mafia, c’è una domanda – non so se vale anche per voi – che fa capolino, fa occhiolino e vien fuori; è una domanda che rimane sempre un po’ sullo sfondo ma è presente: per cosa saremmo disposti a morire? Per quale ideale, per quale sogno saremmo oggi a sacrificare la nostra esistenza, mettendo a repentaglio i nostri affetti, in nostri legami, le nostre amicizie, i nostri progetti?

Per dare un senso a questo vostro viaggio sulla Nave della legalità, a questa vostra presenza in questa Aula bunker – qui si svolse lo storico maxiprocesso – dove vennero processati cinquecento imputati per mafia, ecco io vi invito a tenere a mente anche questa domanda. E non è facile rispondere, non vi chiedo di rispondere; è una domanda che mi faccio, che ogni tanto fa capolino; però deve sempre accompagnare le nostre coscienze.

I vostri insegnanti, i vostri genitori, i vostri educatori avranno un ruolo importantissimo: dovranno essere loro i testimoni anche del forte legame che dovete avere con la vostra Penisola, la vostra terra. Noi dobbiamo amare la nostra terra perché, amando l’Italia nel profondo, non potrete che scegliere, sempre e comunque, il bene di tutti, che sarà anche il bene di voi stessi.

E concludo ritornando all’appello iniziale, Palermo chiama Italia! è un appello a cui deve rispondere anche lo Stato e ne sono perfettamente consapevole.

Il Governo che rappresento si ricorda ogni giorno di questa chiamata e vi risponde con tutti gli strumenti che ha a disposizione. Alcuni dei miei Ministri si sono avvicendati e ciascuno dal proprio angolo visuale ha rappresentato anche in cosa consiste questa azione quotidiana che il governo mette in campo, pone in essere e persegue. Il nostro obiettivo è chiaro: “fare terra bruciata” alla mafia.

Per raggiungere però questo obiettivo dobbiamo anche garantire una maggiore giustizia sociale. Vedete, le organizzazioni criminali hanno buon gioco a instaurarsi come sistema alternativo sul territorio, là dove mancano – come è stato anche rimarcato - diritti e opportunità.

Il mio Governo, quindi, è impegnato a combattere la mafia in primo luogo sostenendo le forze dell’ordine, organi requirenti e giudicanti nel loro operato, ma occorre anche creare le condizioni affinché non vi sia più bisogno della mafia; questo significa: laddove manca il lavoro, creare le condizione perché sia facile reperirne un altro o comunque ci sia un reddito per chi l’ha perduto e non ha altre fonti di sostentamento; ci sia una casa per chi l’ha persa; sia sempre la garanzia dell’istruzione per tutti; ci sia sempre e non manchi mai l’assistenza sanitaria per tutti, anche nei luoghi in cui la politica e l’amministrazione barattano questo diritto per il tornaconto personale.

Efficaci politiche inclusive, socialmente avanzate, orientate ad assicurare ad ogni cittadino, ovunque, un’esistenza libera e dignitosa, possono sottrarre alla mafia azione e consenso, e quindi possono rivelarsi uno strumento formidabile di contrasto alle organizzazioni malavitose.

Ciascuno di noi, nei luoghi in cui vive e nelle funzioni che è chiamato a svolgere, ispirato dall’esempio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, può contribuire alla edificazione di una società più giusta, di una società più umana.

Il ricordo quindi dei nostri due magistrati, dei nostri eroi e delle vittime delle stragi mafiose sia “pietra di inciampo” posta sul nostro cammino per non dimenticare mai questo inderogabile dovere.

Grazie.


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