Intervento del Presidente Conte alla XIII Conferenza degli Ambasciatori e delle Ambasciatrici d’Italia nel mondo

Venerdì, 26 Luglio 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto alla Farnesina alla XIII Conferenza degli Ambasciatori e delle Ambasciatrici d’Italia nel mondo.

Caro Ministro Moavero, cara vice Ministro Del RE, cari Sottosegretari Di Stefano e Picchi, signore Ambasciatrici e signori Ambasciatori, sono veramente lieto di chiudere oggi con voi questa “tre giorni” dedicata, come mi avete anticipato, alle vostre riflessioni sulla politica estera del nostro Paese e sul ruolo, insostituibile, da voi tutti esercitato nel quotidiano nel realizzarla, attraverso la vostra rete d’interlocuzione all’estero. Compito questo che è essenziale per la difesa dei nostri interessi nazionali, intesi come tutela del benessere della nostra società, difesa dei nostri valori e quindi di tutti i nostri concittadini

In questo primo anno di legislatura ho potuto verificare in prima persona quanto il versante della politica europea e della politica internazionale più in generale assorbano i miei compiti di Capo del Governo. Si è trattato di un’esperienza molto impegnativa, di grande responsabilità. Ne discende l’importanza primaria che attribuisco all’intera macchina dello Stato che la rende possibile. Il primo pensiero non può dunque che andare a chi opera nella Farnesina e a voi, in particolare, che la declinate oltreconfine.

Uno degli ambiti in cui l’approccio rivolto al cambiamento, che è un obiettivo primario del Governo che presiedo e sottoposto alle maggiori sollecitazioni, è senz’altro quello del rapporto con l’Unione Europea. Il chiaro mandato assegnato dai cittadini italiani ad un Governo che lavorasse affinché dall’Europa giungessero soluzioni concrete – giungano soluzioni concrete - alle questioni complesse dell’era globale, è stato in qualche modo confermato anche su scala continentale, seppur espresso in forme diverse, dal voto del 26 maggio scorso.

Fin dal primo Consiglio Europeo – lo ricorderete - cui ho partecipato nel giugno dello scorso anno, con al centro il tema migratorio, ho cercato di imprimere sul piano europeo un nuovo passo, un cambio di prospettiva rispetto alle principali sfide che l’Unione ha di fronte. Dopo altri quattro Consigli Europei, due Consigli Europei straordinari dedicati alla Brexit, due Vertici europei informali e un Consiglio Europeo straordinario dedicato in particolare alle nomine europee, il cambio di passo dell’UE rimane incompiuto. Ma sempre più indispensabile. Di ciò appare essere apprezzabilmente consapevole, dalle dichiarazioni che ha già rilasciato, la neo Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.

Come ho infatti avuto modo di argomentare in questi mesi, non è differibile oltre un effettivo riequilibrio, in seno all’Unione Europea, a favore di un’equa condivisione di responsabilità e verso una piena coesione politica e sociale. Le nostre divergenze all’interno dell’Unione Europea sono il frutto di una perdurante mancata convergenza, quella cioè di un Europa più vicina ai cittadini. Obiettivo quest’ultimo che finora l’Unione europea ha più annunciato che attuato, soprattutto se lo osserviamo attraverso le lenti delle politiche economiche, sociali, delle politiche migratorie. Un approccio tuttora sbilanciato verso l’austerity e verso la riduzione dei rischi che finirà per premiare una logica “transattiva” dei singoli Stati Membri nei confronti dell’Unione. Ma soprattutto, con l’insistenza su politiche sempre e comunque pro-cicliche, si alimenterà la disillusione nei cittadini del continente a vantaggio delle spinte centrifughe, quelle volte a disintegrare europea. 

L’avvio della legislatura europea è un’opportunità da non mancare per rilanciare l’Europa in direzione della responsabilità e della solidarietà e per aggiornare, con coraggio, con visione, regole e assetti, ad esempio per quanto concerne la governance economica dell’Eurozona e dell’Unione. Da voi Ambasciatori ci si attende dunque a Bruxelles – ma questo vale anche nelle altre capitali europee - la rappresentazione della spinta propulsiva che il nostro Paese intende imprimere in direzione di un’Europa più equa, più sociale: unico modo questo per essere anche più coesa. 

Sempre in ambito europeo, a ottobre ci aspetta un altro momento cruciale nel complesso nodo della Brexit. L’ho definito più volte un dilemma, perché nel Regno Unito il dibattito sulle modalità con cui lasciare l’Ue non ha mai trovato una sintesi compiuta. Il Governo italiano ha istituito, come sapete, una task force Brexit a Palazzo Chigi, presieduta dal mio Consigliere Diplomatico che dal settembre 2018 ha seguito tutte le fasi del negoziato sull’accordo di recesso e sul quadro delle future relazioni. Abbiamo anche finalizzato i preparativi per il non auspicato scenario del “no deal”, con l’approvazione del decreto legge Brexit e l’adozione di misure settoriali di messa in sicurezza.

Un lavoro questo che ci sarà utile per affrontare con maggiore chiarezza le ultime settimane che ci separano dal 31 ottobre 2019, che è la data fissata per l’uscita del Regno Unito dalla Ue. Nonostante le difficoltà a Londra sulla ratifica dell’accordo di recesso, voglio ribadire che l’Italia continuerà a mantenere una linea equilibrata, tra difesa dei nostri interessi e ascolto verso i nostri amici britannici. Vogliamo che il Regno Unito resti un partner importante per l’Unione europea anche dopo la Brexit e in questo spirito lavoreremo anche con il nuovo Primo Ministro britannico.

Sin dal mio discorso di presentazione del Governo alle Camere ho chiarito che la scelta atlantica dell’Italia e la sua appartenenza alla NATO non solo non sono in discussione, ma sono e restano un architrave della nostra politica estera. Questo dato fondamentale non può essere certo messo in discussione dalla nostra comunque coerente ricerca di interlocuzione anche con altri attori globali. 

Riteniamo infatti essenziale perseguire il dialogo con tutti i Paesi che possono dare un contributo alla pace, alla sicurezza e allo sviluppo internazionali, alla soluzione delle principali crisi e alla risposta alle sfide globali. Questa direi che è una cifra costante della nostra azione internazionale, direi quasi che è il nostro marchio di fabbrica - il vostro marchio di fabbrica - della diplomazia italiana. 

Il nostro rapporto con gli Stati Uniti rimane qualitativamente diverso da quello che abbiamo con altre Potenze, perché si fonda innanzitutto su valori, su principi condivisi, di una consuetudine di rapporti che sono il fondamento stesso della Repubblica e che sono parte integrante della nostra Costituzione: la sovranità democratica, libertà e uguaglianza dei cittadini, la tutela dei diritti fondamentali della persona. 

Sin dal mio primo impegno internazionale, mi riferisco al Vertice G7 di Charlevoix in Canada, ho stabilito un rapporto personale, cordiale e proficuo con il Presidente Trump; vi è stato un importante poi seguito nella visita alla Casa Bianca di un anno fa, articolatosi poi in tante occasioni di colloquio e di incontri, il più recente è stato al G20 di Osaka a fine giugno. Ho sempre trovato nel Presidente degli Stati Uniti un interlocutore attento alle esigenze, alle priorità e ai legittimi interessi italiani. Ne è esempio, fra i numerosi, l’immediata disponibilità che ho trovato nell’avviare il pur complesso esercizio di Dialogo strategico bilaterale sul Mediterreaneo, che so essere portato avanti con determinazione ed incisività da questo Ministero, dal Ministero degli Esteri. Dalla nostra capacità di spiegare con franchezza e trasparenza agli amici e agli alleati americani la sostanza dei nostri interessi, dunque, dipende in buona parte l’efficacia di quella “sponda transatlantica” che è per noi naturale ricercare nel contesto mondiale. Nulla tuttavia è scontato. Soprattutto con gli alleati ed amici l’interlocuzione va coltivata in modo costante. È l’unico strumento per comprendere sempre più a fondo le ragioni degli altri, che è la premessa indispensabile per rappresentare al meglio le proprie ragioni.

Uno dei temi centrali dell’attuale dibattito riguarda inevitabilmente la complessità del più ampio rapporto fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, che ritengo debba rimanere un asse portante dello scenario geopolitico, ma che oggi è messo alla prova, come sappiamo, dal contesto frammentario e frammentato della globalizzazione. È nostro compito analizzare e comprendere le ragioni profonde e strutturali dell’attuale dialettica transatlantica se vogliamo renderla davvero costruttiva e a beneficio di entrambe le parti. L’Italia ha tutto il potenziale, direi, per favorire senza velleitarismi ma in modo molto concreto il partenariato euro-atlantico anche quale moltiplicatore dell’azione di tutela dei nostri interessi e di riconoscimento della nostra visione del mondo.

Ciò non significa disconoscere come il quadro geopolitico sia profondamente mutato nel corso dell’ultimo decennio. Più che propriamente multipolare - mancando dei veri e propri poli di aggregazione - lo scenario globale oggi appare policentrico. Non possiamo ignorare l’ascesa prepotente della Cina, che travalica ormai ampiamente i confini dell’Asia; il riaffermarsi della Russia come potenza geopolitica; o il ruolo sempre più profilato dell’India stessa. 

Questi Paesi hanno una rilevanza crescente anche per i nostri interessi economici, vista la magnitudine delle opportunità di cooperazione che offrono alle nostre imprese. 
Le mie missioni a Mosca, Pechino e Nuova Delhi, reciprocate dai Presidenti Putin, Xi Jinping e, confido, nei prossimi mesi dal Presidente Modi, si sono poste principalmente proprio questi due obiettivi: tutelare la nostra sicurezza, rafforzare la nostra proiezione economica. È cruciale ora consolidare questo impegno a livello di sistema Paese, la cui internazionalizzazione rappresenta il terzo asse della nostra politica estera volto a cogliere i frutti dell’investimento politico. Esso, tuttavia, dovrà sempre rimanere comunque compatibile con i pilastri dianzi citati, vale a dire il rapporto transatlantico e l’appartenenza alla Unione europea. Anche per questo abbiamo avviato presso Palazzo Chigi l’apertura di appositi tavoli di coordinamento.

La Russia è ormai a tutti gli effetti un player centrale in quasi tutti i principali teatri dove sono in gioco la sicurezza e la stabilità internazionali. Non possiamo quindi prescindere da Mosca per identificare e cercare di perseguire le soluzioni alle crisi. Nel dialogare con la Russia – sulla base di quell’approccio “a doppio binario” che è del resto condiviso a livello europeo e anche euro-atlantico – dobbiamo fare leva su ciò che ci accomuna, e cioè la convinzione che nessuna soluzione può essere sostenibile e duratura se non è politica, inclusiva, condivisa. Ma soprattutto non dobbiamo dimenticare che la Russia è il più importante vicino dell’Europa con quel che ne discende in termini di spazio e di sicurezza. 

L’Europa non può essere una semplice spettatrice rispetto al dialogo strategico fra Stati Uniti e Russia su tematiche come il disarmo e il controllo degli armamenti, che sulla sicurezza europea hanno ricadute dirette. Riprodurre modelli di confronto a tutto campo con la Russia, in una situazione che non è più oggi di “equilibrio strategico” ma che presenta al contrario forti asimmetrie, potrebbe avere conseguenze non auspicabili per il futuro del nostro Continente.

La forza economica della Cina e, sempre di più, la sua influenza geopolitica sono tra gli elementi più caratterizzanti dell’attuale scenario globale. Dal 1979, quando Deng avviò le riforme, la Cina è profondamente mutata al suo interno – ha sottratto alla povertà ben 800 milioni di cittadini, diffondendo un benessere da cui trae solidità la leadership del Partito comunista – e ha cambiato quindi l’economia mondiale, di cui oggi è uno dei motori più forti. La “fabbrica del mondo” è divenuta il primo mercato di sbocco per tutta l’industria mondiale e sta assumendo posizioni di leadership anche in settori tecnologici di punta. 

Malgrado alcuni segnali di rallentamento e il perdurare di diverse criticità, la Cina ha accresciuto in misura impressionante la sua influenza geopolitica, manifestando in alcuni scenari una crescente – come sappiamo - assertività. Pechino è inoltre tra i protagonisti del dibattito sulla riforma del multilateralismo e direi della governance economica globale.

L’iniziativa Belt and Road è oggi il principale strumento di proiezione economica, ma dobbiamo riconoscere anche geopolitica, della Cina su scala globale, con un impegno finanziario di Pechino che supera i 100 miliardi di euro. Come per altri progetti di connettività tra Europa e Asia, che riteniamo peraltro parimenti validi, anche l’iniziativa cinese deve svilupparsi in modo aperto, in modo inclusivo, rispettando gli standard e i principi sanciti anche dalla strategia dell’Unione europea. Con il Memorandum of Understanding, bilaterale che abbiamo sottoscritto, noi abbiamo posto questi principi alla base della collaborazione con la Cina, e siamo orgogliosi di essere stati i primi dopo numerosi Paesi UE che pure lo avevano già sottoscritto. Nel rapporto con Pechino perseguiamo inoltre un maggiore accesso al mercato cinese, attraverso l’eliminazione di barriere tariffarie e non tariffarie, maggiore trasparenza e un vero level playing field. 

Dobbiamo infine vegliare sui rischi di investimenti predatori e tutelare proprietà intellettuale, le nostre indicazioni geografiche che sono patrimonio inestimabile delle nostre industrie, dei nostri artigiani ed agricoltori, del nostro tessuto produttivo. A tale riguardo rammento gli sforzi che sono anche attualmente in corso per irrobustire ancor più la legislazione italiana in materia di golden power e di “perimetro di sicurezza nazionale” – questa è la sfida più importante che stiamo affrontando in materia di sicurezza anche rispetto agli attacchi cybernetici - nonché ricordo anche il forte impegno negoziale a livello europeo per la protezione del know-how italiano.

Fra le nostre priorità c’è naturalmente anche l’impegno per la stabilizzazione e lo sviluppo della sponda sud del Mediterraneo allargato, regione segnata da crisi umanitarie e crescenti conflitti, ma anche terra di opportunità, la cui realizzazione in termini di sicurezza e prosperità è nostro comune interesse promuovere. Ad essa non ci lega solo la geografia, ma soprattutto una condivisione di culture che nel corso dei secoli hanno dato vita a quel pluralismo identitario che rende questa parte del mondo unica e veramente molto affascinante. I flussi migratori, la lotta al terrorismo e alla radicalizzazione, la cooperazione energetica e il dialogo interculturale sono parti interconnesse di un’unica sfida che impone l’intensificazione del confronto, aperto, costruttivo. La stabilizzazione del quadrante mediorientale passa anzitutto attraverso la soluzione delle crisi che lo attanagliano; una soluzione che per l’Italia deve essere ricercata, come ho detto più volte a tutti gli interlocutori con cui ho avuto occasione di toccare questo punto, all’interno di processi politici inclusivi e sostenibili. 

Con questo spirito abbiamo organizzato lo scorso novembre la Conferenza di Palermo per e con la Libia – e questa è un’occasione per ringraziare ancora una volta per il prezioso sostegno che è derivato da questa struttura – e in questa ottica continueremo ad interloquire con tutte le controparti interessate per sostenere l’azione mediatrice delle Nazioni Unite, rifiutando ogni soluzione militare che l’attuale stallo sul terreno ha confermato essere dirompente. 

In questo contesto di riattualizzato focus regionale, abbiamo inteso rilanciare i partenariati strategici con diversi Paesi, le cui attuali dinamiche avvalorano l’opportunità di una collaborazione rispettosa ma costante, tradottasi non a caso in mie numerose missioni nell’area e nell’organizzazione di rilevanti occasioni di confronto in Italia e in loco, come ad esempio il recente I Vertice intergovernativo italo-tunisino. 

Non solo. In ambito più generale i Med Dialogues, organizzati annualmente dalla Farnesina e dall’ISPI, sintetizzano efficacemente quel paradigma di dialogo che è il nostro inequivocabile, direi, valore aggiunto. Una strategia multisettoriale dove all’assistenza militare – in Iraq e in Libano che assieme ai Balcani e all’Afghanistan sono i principali teatri di presenza militare italiana a sostegno della pace e della sicurezza internazionali – si affiancano storici legami socio-economici su cui continuare ad investire per la pace e per un benessere condiviso. 

Significativi investimenti reciproci, ma anche sfide securitarie comuni sono alla base dei nostri rapporti poi con i Paesi del Golfo, dove – nel caso degli Emirati Arabi Uniti – si è svolta ad aprile un’importante missione di Sistema. 
In questo quadro si pone ugualmente il dialogo con un partner strategico come l’Egitto, con cui vi assicuro non ho mai desistito, né intendo farlo in futuro, dal richiedere giustizia per Giulio Regeni, sostenuto in questo dall’azione della nostra diplomazia. 

Con lo sguardo alle grandi crisi umanitarie – come in Siria e in Yemen – occorre sostenere gli sforzi degli Inviati Speciali ONU, per promuovere percorsi credibili insieme alla Comunità internazionale. Dopo anni di sanguinose guerre, è un imperativo morale per noi tutti far in modo che le martoriate popolazioni vedano finalmente una luce di speranza. Le recenti, crescenti tensioni nell’area, caratterizzate dal complesso ma ineludibile rapporto fra l’Occidente e l’Iran, rafforzano l’invito generale alla moderazione e al dialogo – diretto e indiretto – tra le parti. 

Soluzioni sostenibili richiedono necessariamente di intervenire sulle cause profonde dell’instabilità e con un impegno di lungo respiro. Da questo punto di vista, l’Italia non agisce solo in via bilaterale, ma si inserisce anche nei contesti multilaterali di cui è parte attiva e protagonista per svilupparne una chiara dimensione mediterranea. E’ nostro compito ed interesse nazionale proseguire in questa azione di sensibilizzazione, a partire dall’Unione Europea, per rafforzare assieme un’agenda positiva, che sia in grado di garantire una prospettiva di crescita in particolare alle nuove generazioni, puntando ad un salto qualitativo della nostra collaborazione in materia di formazione e sviluppo sostenibile.

Investire nel capitale umano vuol dire creare le premesse per una risposta efficace alla sfida globale di cui parlavo poc’anzi ed in questo senso il nostro impegno congiunto deve poter rilanciare anche il ruolo delle donne, energia vitale indispensabile. Ottimo esempio è l’iniziativa relativa alla Rete delle Donne Mediatrici nel Mediterraneo promossa dalla Farnesina.

Tale meritevole iniziativa mi offre lo spunto per riferirmi più in generale all’esigenza di valorizzare a più livelli il ruolo delle donne. Ho apprezzato e penso di avervi contribuito alla nomina di due donne alla guida delle massime istituzioni della UE. Partendo di lì è giocoforza ma anche mia profonda convinzione ribadire quanto il contributo femminile a vari livelli della società e ovviamente anche all’interno di questa struttura debba poter dispiegare tutte le sue potenzialità. A volte ho l’impressione che le modifiche normative e le relative prassi siano addirittura più veloci di quel necessario cambio culturale che le renda efficaci ed effettive. Rimanendo alla politica estera ritengo che anche la Farnesina, debba proseguire nella positiva policy già avviata volta a valorizzare al meglio tale risorsa.

Tornando al mio excursus geografico vorrei sottolineare che parlare di Mediterraneo allargato implica anche pensare anche ai Balcani occidentali, area di tradizionale priorità della politica estera italiana, dove vantiamo tuttora una forte attività imprenditoriale, una marcata influenza culturale e una rilevante presenza nelle missioni militari internazionali. La mia visita a Belgrado è stata significativa per il forte messaggio di amicizia che ne ho ricavato, ma anche di aspettativa per un rilancio di iniziativa politica da parte del nostro Paese in una regione la cui progressiva stabilizzazione ed integrazione corrispondono a nostri evidenti interessi economici e di sicurezza. L’attuale appannamento della prospettiva di adesione deve spingerci a maggior ragione ad incrementare la nostra interlocuzione politica. Senza lasciare tale compito a chi non condivide la nostra medesima agenda.

Il nostro impegno per la stabilizzazione e lo sviluppo deve sostanziarsi in un investimento crescente nei confronti dell’Africa, tanto sul piano politico quanto su quello finanziario. Come ho avuto modo di illustrare ai numerosi leaders africani che ho accolto a Palazzo Chigi così come in occasione delle mie visite in Corno d’Africa e nel Sahel, dobbiamo perseguire un nuovo modello di cooperazione con quel continente, ispirato ad un partenariato fra eguali, in uno spirito che vuole accrescere al contempo opportunità e responsabilità da entrambe le parti. Dai miei colloqui con i partner africani ho inoltre raccolto un grande rispetto nei nostri confronti: per la nostra politica di partenariato priva di agende nascoste, per l’eredità storica che ci caratterizza, per il nostro modello economico fatto di piccole e medie imprese, per la nostra expertise.  

Una richiesta a cui dobbiamo rispondere con un serio impegno politico e con azioni concrete di sostegno allo sviluppo sociale ed economico del Continente. Con la UE ed i singoli Stati membri i Paesi africani lamentano spesso un’eccessiva lentezza e pesantezza burocratica e una mancanza di visione, che rischia di spingerli a preferire in maniera sempre crescente modelli e partner alternativi di cooperazione e di investimento. Spesso questi ultimi con taglio meno inclusivo e sostenibile. 

Se l’Italia e l’Europa ambiscono a continuare ad essere un punto di riferimento sul piano dei valori e dei modelli di sviluppo, devono dunque farsi promotori di un nuovo, più coraggioso e sicuramente più efficiente approccio all’Africa. 

In molteplici occasioni ho sostenuto la necessità di perseguire un multilateralismo davvero efficace, in quest’ “epoca dell’incertezza”, in cui le fondamenta stesse dell’architettura internazionale vengono messe in discussione. La determinazione ad affrontare con una logica di “responsabilità condivisa” le grandi tematiche globali quali il cambiamento climatico, il commercio internazionale, l’impatto sociale del progresso tecnologico; la convinzione nel promuovere un modello di gestione dei contesti politici di crisi fondato sul dialogo e sull’inclusività.  Tutto questo solo attraverso il multilateralismo può trovare adeguate risposte. Di ciò rimaniamo assertori anche in una fase storica in cui quest’ultimo soffre di un certo indebolimento. 

La mia partecipazione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e ai Vertici G7 e G20, in particolare, ha confermato la mia convinzione sul ruolo di rilievo che l’Italia può esercitare nel dibattito sulla riorganizzazione della governance globale. La prossima Presidenza G20 del 2021 ci offrirà l’opportunità di dare un contributo importante in tal senso. In materia ambientale ci coordineremo attivamente, sempre nel 2021, con la Presidenza britannica del G7. Con Londra, infatti, abbiamo messo in campo una forte partnership in occasione della COP 26 in programma il prossimo anno.

In questo mio excursus, necessariamente sintetico, sull’attualità della nostra politica internazionale, desidero ricordare la grande attenzione e la forte preoccupazione con cui abbiamo seguito sin dall’inizio la situazione in Venezuela, dove abbiamo un’importante collettività da proteggere, una delle più significative in America Latina. 

Un continente questo dove i nostri connazionali svolgono spesso un ruolo di primo piano, e al quale ci legano vincoli di ogni tipo, specialmente – ma non solo – in Argentina e in Brasile. In quell’area infatti sto pianificando una delle mie prossime missioni.
Tornando al Venezuela, l’Italia promuove attivamente il dialogo tra le parti per una soluzione politica, pacifica e democratica della crisi per il ristabilimento dello stato di diritto. Partecipa dunque pienamente agli sforzi del Gruppo Internazionale di Contatto e sostiene con convinzione il tentativo di facilitazione portato avanti dalla Norvegia. 

Il mio Consigliere Diplomatico, in raccordo con la Santa Sede, è stato in aprile in missione a Caracas e porta avanti da settimane iniziative di dialogo con tutte le parti in causa, incluso il recente incontro a Roma con il Ministro degli Esteri venezuelano Arreaza. 

Ritengo che la credibilità di tutti questi esercizi risieda nella effettiva disponibilità del regime a convergere su un calendario serrato per la tenuta di elezioni presidenziali autenticamente libere e democratiche, necessarie a stabilire Istituzioni pienamente legittimate dal consenso del popolo venezuelano. Da questa azione di moral suasion non intendiamo desistere, convinti come siamo che per questa ed altre crisi sul pianeta una soluzione politica negoziata rimane sempre e comunque la via maestra da perseguire.

Signore Ambasciatrici e Signori Ambasciatori, volentieri mi presto ora ad uno scambio di opinioni con tutte e tutti voi. Ritengo la Farnesina e i suoi funzionari il cuore pulsante di quella macchina dello Stato chiamata a rappresentare quest’ultimo nella sua dimensione internazionale e chiamata a fornire all’autorità di Governo le chiavi di lettura in vista delle decisioni politiche via via da assumere.

Mi è nota la grande professionalità di molti di voi, quale ho potuto peraltro costatare nelle mie numerose missioni all’estero. Sono anche consapevole degli assets e delle liabilities all’interno delle quali voi operate. Tra gli assets vi è appunto quello dell’imponente rete estera. E qui sono consapevole di un certo overstretching: una rete da grande potenza come estensione ma non simmetricamente supportata da risorse umane e materiali proporzionate a tale estensione. E questa è una liability cui occorre in qualche modo mettere mano. Ma nel frattempo è giocoforza utilizzare al meglio ciò di cui disponiamo: che rimane comunque un significativo patrimonio.

Così come, annovero sempre tra gli assets, la presenza della Farnesina all’interno di numerose Amministrazioni italiane e grandi società partecipate, strumento questo essenziale per sostenere quell’unitarietà di azione politica che anche nelle relazioni esterne è fattore ineludibile di efficacia.

Sono anche consapevole come, in un periodo di disintermediazione accentuata quale quello che stiamo vivendo, la comunicazione in politica estera e della politica estera possa risultare più impegnativa rispetto ad altre funzioni dello Stato. Ma ciononostante la difficoltà deve essere vissuta come fattore di sfida e non come killer assumption. 

E le sfide in quanto tali vanno raccolte.

Le funzioni praticamente uniche che ricoprite in termini di versatilità vanno raccontate e spiegate. Ciò, avvalendosi di ogni strumento ancorché, ovviamente, con modalità istituzionali. E tutto questo va perseguito sia nei confronti di altre Istituzioni sia a beneficio dell’opinione pubblica. Una sorta di intermediazione della disintermediazione.

Occorre poter raggiungere i cittadini senza trascurare l’autorevolezza dell’Istituzione. Occorre sostenere le altre Istituzioni nel raggiungimento di quell’unitarietà d’azione cui facevo prima riferimento. 

Questo Ministero ne ha le capacità e l’autorevolezza.

Anche se la società odierna, sia nella sua componente civile sia in quella pubblica, è chiamata spesso a reagire sulla base delle informazioni del momento, continuano a sopravvivere quelle “forze profonde” - per citare Pierre Renouvin - che informano ogni società e la spingono a guardare il futuro senza dimenticare il portato del proprio passato. Queste forze profonde concorrono alla formazione del nostro sostrato culturale dal quale partire. 

È un fiume carsico che può condurre verso l’improvvisazione a chi guarda solo la superficie. 
Anche, direi forse soprattutto, se si ha come obiettivo il “cambiamento”. 

Grazie!
 


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