Intervento del Presidente Conte alla VI edizione di Rome Med Dialogues

Venerdì, 4 Dicembre 2020

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, interviene in formato virtuale alla closing session della VI edizione di Rome Med Dialogues.

Grazie, grazie, caro Ministro Di Maio, Gentile Presidente Massolo, Illustri partecipanti, Signore e Signori, saluto e ringrazio innanzitutto tutti gli esponenti istituzionali che ci stanno ascoltando, l’ISPI e i rappresentanti privati che hanno contribuito al successo della sesta edizione dei MED Dialogues.

E in particolar modo, permettetemi, ringrazio il Ministro Di Maio e la Farnesina, che oltre a riconfermare lo sforzo e l’impegno nell’organizzare quello che è ormai diventato, lo posiamo dire, anche con orgoglio, il più importante foro di dialogo sul Mediterraneo, hanno quest’anno lavorato in condizioni extra ordinarie, è il caso di dirlo, particolarmente complesse.

Il ricordo della sala gremita di partecipanti dell’anno scorso o dell’anno precedente è ancora vivo in me, e non mi lascia indifferente. Il Covid 19 non ha solo reso più difficile la vicinanza ai nostri affetti. Ha anche complicato il dialogo tra Paesi, ha complicato la stessa attività diplomatica. Attività che diventa ancora più essenziale di fronte ad una emergenza globale che richiede una risposta internazionale e coordinata, specialmente in regioni caratterizzate da  grande interdipendenza, quali sono quella europea e quella mediterranea. La volontà di confermare la tenuta dei MED Dialogues, sebbene in modalità virtuale, risponde proprio a questa esigenza, di cui l’Italia è pienamente consapevole, attenta inteprete.

Quest’anno, il filo conduttore che ha attraversato i pilastri tematici su cui si reggono i MED Dialogues è stata inevitabilmente proprio la pandemia la pandemia da Coronavirus: i suoi effetti sul Mediterraneo allargato e soprattutto le implicazioni future.

In tal senso, molti hanno interpretato il Covid come un acceleratore dei mutamenti in atto nel sistema internazionale. Altri lo hanno descritto come un imprevisto fattore di fragilità che ha testato la resilienza delle nostre comunità. A queste interpretazioni, che sono tutte condivisibili perché ciascuna di esse coglie un aspetto fondamentale del periodo che stiamo vivendo, desidero affiancare un’ulteriore considerazione: ovvero quanto il Covid abbia esasperato i dilemmi con i quali la politica si deve confrontare nella sua azione quotidiana di riflessione e di programmazione.

Una volta terminata la pandemia, il rischio è che essa ci lasci in eredità fratture sociali più profonde, un senso di anche sfiducia che esige uno slancio inedito tanto quanto inedita è la sfida che ci troviamo davanti. Si tratta di una considerazione che si applica sia al contesto nazionale, a quello regionale e anche a quello globale. Il perseguimento di una sicurezza, di una sostenibilità e di una prosperità condivise nel Mediterraneo allargato richiedono, oggi più che mai, un dialogo e una corresponsabilizzazione costante tra tutti gli attori, anche per non disperdere quel patrimonio storico di comprensione e contaminazione reciproche e soprattutto per sfruttare l’opportunità di ricostruire tutti insieme un futuro migliore.

Sulla prosperità condivisa, in merito al primo grande tema di discussione siamo ben consapevoli che questa crisi accresce le condizioni di vulnerabilità preesistenti e pone anche rischi strutturali per i processi di sviluppo di tutti i Paesi. Nello specifico, la pandemia rischia di avere significativi effetti negativi di lungo termine non solo sulla salute, ma anche sulla sicurezza alimentare, pensiamo anche all’istruzione, al benessere più in generale delle popolazioni, alla stabilità anche dei Paesi più fragili.

Il Covid 19 sta sfidando anche la tenuta dei Paesi europei più sviluppati, che si ritrovano oggi a fronteggiare una crisi multipla, multidimensionale: sanitaria, economica e sociale. E in questo contesto, la costruzione di una prosperità condivisa nel Mediterraneo allargato non è più rinviabile e ancora una volta l’Italia ha tutti i titoli e l’interesse per presentarsi e proporsi quale hub strategico.

All’indomani del 25° anniversario del Processo di Barcellona, è urgente infatti rafforzare un partenariato con i Paesi mediterranei in grado di favorire una grande area di crescita, democrazia, stabilità. Un partenariato fondato su un programma concreto di incentivi per i processi di riforma, la “transizione verde”, lo sviluppo degli scambi commerciali e l’approfondimento dei contatti tra i vari popoli.

Sulla scia di questa visione, l’Italia ha sempre sostenuto, l’ha ricordato anche il Ministro Di Maio, una politica europea di vicinato efficace, nella quale la dimensione mediterranea sia centrale, sia in termini di attenzione politica ma anche di risorse allocate. Ci siamo da tempo attivati con tutte le Istituzioni europee, ai vari livelli, per l’avvio di una revisione delle relazioni con il nostro Vicinato meridionale, in coordinamento con i Paesi europei mediterranei, in particolare anche la Spagna.

La nostra iniziativa intende infatti spingersi ben oltre l’emergenza, proponendo un nuovo approccio europeo, basato sulla gestione congiunta dei “beni comuni mediterranei”, ossia quelle risorse, materiali e ma anche immateriali, che sono comuni a tutti i Paesi e che costituiscono quindi un patrimonio comune dell’intera area: dalla conservazione dell’ambiente marino, fino al contrasto dei traffici illeciti, passando per lo sviluppo delle infrastrutture digitali e lo sfruttamento del potenziale energetico, che è immenso. Un approccio che risulti così anche rispettoso degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 promossa dalle Nazioni Unite.

Il Covid-19 ha altresì messo in luce la necessità di ripensare le catene globali del valore in chiave cooperativa però più che competitiva. Si tratta di un’opportunità dal grande potenziale economico, in grado di capitalizzare al meglio la collocazione geografica della macroarea euro-mediterranea, sviluppare l’integrazione regionale della sponda sud e anche promuovere uno sviluppo equo e sostenibile dell’intero Continente africano.

Al di là delle strumentalizzazioni politiche, nel Mediterraneo non può esistere, non possiamo consentire che esista un dilemma tra il nostro benessere e quello degli altri Paesi - come in certi momenti il Covid ha indotto a credere – a condizione però che all’impegno degli uni corrisponda un contributo deciso degli altri per la stabilità e la sicurezza. Binomio che i recenti attacchi terroristici che hanno ferito l’Europa hanno tristemente riportato all’attenzione dei Governi ma anche dell’opinione pubblica, confermando l’importanza di uno sforzo congiunto per tutelare l’interesse comune a sradicare ogni forma di estremismo e terrorismo. È un impegno che dovremo ribadire forte tra pochi giorni in occasione del prossimo Consiglio europeo.

Altro tema: sicurezza condivisa; anche di questo si è discusso in questi giorni. Il Mediterraneo allargato rimane una regione di faglie in continua tensione tra frammentazioni e interconnessioni; la sua attuale crescente polarizzazione è il prodotto dell’interazione tra crisi di lungo periodo e nuove spinte concorrenziali, come già ben sottolineato dal Ministro Di Maio in questi giorni.

Stiamo assistendo alla definizione di nuovi scenari conflittuali e di nuovi schemi anche di alleanze che ai classici prismi interpretativi, pensiamo al processo di pace mediorientale e la minaccia di Daesh, affiancano però anche nuove, altre variabili, come la postura turca e il ruolo iraniano, sino agli effetti dell’influenza cinese nell’area.

A ciò si aggiungono le incognite legata alla nuova Amministrazione americana, il cui approccio più multilateralista già preannunciato non esime però l’Unione Europea dall’assumersi una maggiore responsabilità.

Di fronte a tale situazione, la via della diplomazia è resa tanto più complessa quanto necessaria, con l’obiettivo di aprire o riaprire spazi di confronto, riempiendo i vuoti che rappresentano terreno fertile per le escalation militari e le monopolizzazioni geo-politiche. Capitalizzando sul suo patrimonio di credibilità e contiguità, l’Italia continuerà, potete star certi, a promuovere un dialogo attivo con tutti i Paesi del Mediterraneo allargato, in modo franco e articolato sia sul piano bilaterale che multilaterale, in primis europeo.

Ed è proprio in ambito dell’Unione Europea che stiamo promuovendo un’attualizzazione delle risorse e delle capacità disponibili, di pari passo con una maggiore corresponsabilizzazione delle controparti.  Lo stesso dicasi per la NATO, la cui maggiore attenzione al fianco Sud è certamente dovuta anche alla coerenza e alla determinazione di lungo termine del nostro Paese nel promuovere una “sensibilità mediterranea” dell’Alleanza, o in ambito ONU, dove la nostra partecipazione alle missioni internazionali assicura contributi che ci vengono riconosciuti da tutti come di primo piano.

Tra questi, ricordo la nostra partecipazione alla missione UNIFIL in Libano, un Paese che ho visitato io stesso personalmente a inizio settembre, dopo le tragiche esplosioni nel porto di Beirut, e al cui sostegno partecipiamo attivamente, come ho confermato anche l’altro ieri in occasione della Conferenza promossa dal Presidente Macron e dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Guterres.

Rilevante rimane anche la nostra presenza in Iraq, dove siamo tra i principali contributori di truppe della Coalizione anti-ISIS, in un contesto ora aggravato dalla crisi del mercato petrolifero e dagli attacchi agli obiettivi occidentali.

Vi è poi anche il nostro ruolo nella missione europea Irini per il rispetto dell’embargo sulle armi in Libia e nelle operazioni di pace in Africa sub-sahariana.

Serve, dunque, una profondità strategica: pensiamo appunto alla direttrice africana che ho appena evocato quale “secondo cerchio di stabilità” a vantaggio di quella del Mediterraneo. E servono anche azioni concrete all’interno di un confronto schietto e lungimirante, volto a favorire soluzioni sostenibili. È il caso della crisi libica, dove contiamo che i recenti incoraggianti progressi sul piano securitario, politico ed economico conducano al completamento della roadmap tracciata dai libici stessi per il rinnovamento della governance nazionale e la ricostruzione unitaria del Paese, senza interferenze esterne e nel quadro del processo di Berlino sotto egida dell’ ONU che noi assecondiamo.

Lo stesso vale per la Siria, che continua a vivere una grave situazione di instabilità e soffre di una delle più gravi crisi umanitarie degli ultimi anni. Non potrà certo questa crisi essere superata con una soluzione militare, bensì attraverso il processo politico guidato dalle Nazioni Unite a Ginevra e sostenuto dalla Comunità internazionale.

Poi ancora le tensioni nel Mediterraneo Orientale, che sono una chiara cartina di tornasole di quanto le dinamiche politiche della regione abbiano un impatto diretto sugli interessi dell’Italia e dell’intera Europa. Insieme all’Unione Europea, abbiamo chiesto alla Turchia di astenersi da provocazioni e azioni unilaterali, sfruttando la finestra di opportunità che il Consiglio Europeo di ottobre ha dischiuso e che quello prossimo di dicembre sarà chiamato a vagliare.

Un percorso cooperativo, però dobbiamo dircelo, che fa fatica ad avanzare ma che va assolutamente incoraggiato poiché vantaggioso per tutti, pensando anche alle dinamiche energetiche dell’area.
Guardiamo anche al processo di normalizzazione delle relazioni tra Israele e l’intero mondo arabo. L’Italia ha accolto con favore, è stato anche qui sottolineato dal ministro Di Maio,  la conclusione degli accordi di Abramo, che rappresentano un importante passo nella direzione della stabilità regionale. Si tratta tuttavia di un processo, dobbiamo riconoscerlo,  che deve sostenere e non sostituire un’urgente ripresa dei colloqui di pace tra israeliani e palestinesi, che rimangono fondamentali per raggiungere una soluzione a due Stati, assicurando una pace giusta e anche duratura nell’intero Medio Oriente.

Altro tema: le migrazioni. Un fenomeno strutturale e globale, le cui dinamiche concernenti l’Europa si manifestano nel Mediterraneo ma hanno spesso origine in luoghi più distanti, innanzitutto nel Sahel, dove, non a caso, il contributo e la presenza dell’Italia sono aumentati anche in maniera significativa. 

Gli effetti del Covid sui fenomeni migratori sono molteplici. E guardate non mi riferisco solo alle conseguenze che la crisi economica potrà avere sui flussi ma, anche, al peggioramento della percezione esterna. Il pericolo è che i cittadini europei guardino ai migranti in maniera più conflittuale, antagonizzandoli, soprattutto nei Paesi del Sud dell’Unione Europea dove più elevata è la disoccupazione giovanile e il mercato del lavoro è in particolare affanno.

Anche in questo caso, siamo davanti ad una contrapposizione ingannevole, acuita dalla pandemia. Per scongiurare il dilemma tra accoglienza dei migranti e benessere e sicurezza dei nostri cittadini, dobbiamo sviluppare un quadro di collaborazione globale, ed in particolare europeo, basato su flussi migratori regolari e su un’incisiva azione di prevenzione e di contrasto di quelli irregolari, anche attraverso l'indispensabile europeizzazione dei rimpatri.  

Il nuovo Patto europeo per la Migrazione e l’Asilo deve rappresentare l’occasione di tradurre finalmente in una politica migratoria europea quell’approccio multilivello che l’Italia sostiene da tempo. L’Unione Europea deve cogliere l’opportunità di un sistema integrato che affronti in modo olistico le dimensioni esterna ed anche interna dei flussi migratori. Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo tuttavia elevare la npstra ambizione; questa iniziativa, quindi, deve declinare i diversi strumenti in una logica di pacchetto.

Ho avuto già modo di riaffermare qualche giorno fa, nel corso del Vertice italo-spagnolo tenutosi a Palma de Mallorca, reputiamo la proposta della Commissione un punto di partenza, buono anche, ma certo insufficiente in ragione dello squilibrio di fondo tra responsabilità e solidarietà. Ho richiamato di recente - con una lettera ed anche un Non Paper che abbiamo inviato insieme ai Primi Ministri spagnolo, greco e maltese - l’attenzione delle Istituzioni europee sull’urgenza di sanare questo squilibrio, nonché di vedere l’Europa investire finalmente in modo consistente ed efficace nei rimpatri e nei partenariati con i Paesi di origine e di transito. 

L’ultimo tema e mi avvio a conclusione,  società civile e cultura. Lo affronto questo tema alla fine non certo per sminuirlo, ma al contrario perché lo ritengo una delle chiavi più importanti per risolvere i dilemmi reali o apparenti e superare i contrasti sin qui menzionati.
Non ci stanchiamo di ripeterlo ed è giusto anche sottolinearlo: la storia e la cultura che uniscono i popoli del Mediterraneo sono strumenti di dialogo unici, a cui spesso facciamo ricorso quasi inconsapevolmente, perché fanno parte ormai della nostra identità. Poche aree geografiche al mondo vantano il livello di contaminazione che si riscontra nel Mediterraneo, che è un vero crocevia di uomini e saperi in cui da millenni tutto confluisce, complicandone e arricchendone la storia. 
Eppure lo scenario che abbiamo di fronte, purtroppo, è quello di un Mediterraneo sempre più frammentato e diviso da spinte identitarie, nazionalismi, fondamentalismi e instabilità istituzionali. 
Ecco, qualche volta la cultura viene intesa in modo contorto, finisce per definire le identità e i vari steccati; invece è un fattore di aggregazione.
Ecco dunque che la straordinaria eredità comune di cui parlavo deve ritornare a dispiegare il suo potenziale in una logica cooperativa e responsabile che restituisca al Mare nostrum la capacità di essere Mare omnium.

Per perseguire questo obiettivo, è necessario coinvolgere anche le società civili ed investire negli scambi culturali e nella ricerca scientifica. Un campo nel quale l’Italia è estremamente attiva, attraverso le iniziative di diplomazia scientifica e culturale, per contribuire allo sviluppo di una vera koinè, un riconosciuto patrimonio comune tra popoli diversi, ma capaci di coltivare sempre e costantemente il dialogo.

Un dialogo, permettetemi di aggiungere, che per essere credibile deve riconoscersi nella tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali e per essere efficace deve investire nei giovani e nell’empowerment delle donne, cioè nelle risorse vive e spesso inespresse delle nostre società.
Concludo, osservando che i MED Dialogues hanno espresso da sempre, hanno espresso l’ambizione e la capacità di contribuire alla costruzione di questa comunità, fatta di realtà e contributi eterogenei, ma capaci anche di aprirsi e confrontarsi al suo interno. Il grande valore di questo esercizio risiede proprio nella comunità che ogni anno decide di incontrarsi a Roma. Passare al virtuale è stata una scelta obbligata, ma tutto sta funzionando e mi sembra abbia funzionato al meglio. Lo testimoniano anche i numeri che descrivono la partecipazione di questi giorni.

Nondimeno, il mio augurio è che il prossimo anno, tutti noi, possiamo tornare a incontrarci, a vederci negli occhi, a partecipare di persona. Una speranza che per il nostro Paese è anche un impegno. La salute come valore universale è un obiettivo che vede l’Italia e l’Europa in prima linea.

Anche per questo, il 21 maggio 2021 ospiteremo a Roma il Global Health Summit, in collaborazione con la Commissione Europea nel quadro della nostra Presidenza G20, ma con una platea più ampia. Al G20 spetta poi l’arduo compito di promuovere il rilancio della crescita globale. E lo faremo ponendo al centro dell’azione politica l’uomo e l’ambiente, come sottolineato dalle tre P, che sono il fattore chiave di discussione del programma G20 - people, planet e prosperity. Sosterremo questa visione trasformandola in una grande opportunità di cambiamento e lo faremo anche attraverso la COP26 sui Cambiamenti Climatici, che ci vede al fianco del Regno Unito.

L’esperienza e le prospettive che guideranno l’azione italiana nella realizzazione di queste importanti e significative iniziative internazionali devono molto al Mediterraneo ed anche a questo bacino faranno riferimento. Per posizione geografica e storia siamo un Paese che ha nel DNA il dialogo e il confronto Sappiamo bene cosa sia e cosa implichi l’interdipendenza.
E conosciamo anche l’impegno, lo sforzo che occorre per coltivare sempre la via del dialogo. Ma sappiamo sempre che è la più redditizia.

Il Mediterraneo deve continuare ad essere “una sorgente inestinguibile di creatività, dove le persone possono ricevere le luci della conoscenza, la grazia della bellezza e il calore della fraternità.” Quest’ultima espressione non è mia; così venne descritto il Mediterraneo anni fa da un illustre italiano, un illustre politico e accademico, Giorgio La Pira. Ecco è così, dopo la ricchezza di queste giornate di incontri, che descrivo anch’io il Mediterraneo.

Grazie e arrivederci alla prossima edizione dei MED Dialogues. 

 

 


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