Intervento del Presidente Conte alla presentazione della "Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia" del Cnr

Martedì, 15 Ottobre 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto alla presentazione della "Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia" curata dal Cnr, presso la Sala convegni del Consiglio nazionale delle ricerche a Roma.

Gentile Presidente Inguscio, caro Ministro, care ministre, Autorità, accademici, gentili ospiti, e anche mi rivolgo ai giovani che vedo presenti

È una bella occasione questa, questa della pubblicazione della seconda Relazione sulla ricerca e sull’innovazione in Italia, a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche, è una fotografia importante dello stato di salute di due settori – quello della ricerca e quello dell’innovazione - che, da Presidente del Consiglio, ho da sempre definito strategici per lo sviluppo del nostro Paese, e che, da accademico, hanno costituito sicuramente un impegno centrale nella mia attività di studioso.

Questa occasione mi permette di richiamare, di fare alcune considerazioni più generali sulla ricerca e su quelle che potrebbero essere le migliori condizioni nel nostro Paese per promuoverla e seguirla e poi anche per anticipare qualche novità che è contenuta in questa manovra economica che stiamo varando. Questa sera è ormai noto ci sarà un Consiglio dei Ministri che approverà un passaggio importante della complessa manovra a cui stiamo lavorando. 

Mi riferisco innanzitutto, alla Relazione che ci è stata illustrata. Ci incoraggiano anche i molti risultati positivi che sono stati richiamati in molte aree e settori disciplinari, scientifico-disciplinari, attraverso i ricercatori che sono incardinati nel nostro sistema, possiamo constatare che produciamo ricerca, conoscenza di alto livello, ottimamente valutata sia in sede nazionale sia nel confronto internazionale. I dati e i nostri trend ci dimostrano che riusciamo a far tesoro delle nostre risorse e mediamente godiamo di buon prestigio, in alcuni casi di ottimo prestigio. Per esempio attraverso i complessi sistemi di valutazione delle performance - e qui apro una parentesi: avere un sistema di valutazione della performance è il primo passaggio per potere poi operare una programmazione ed è un passaggio che richiede un grande costo anche economico ed è un passaggio particolarmente complesso. Dicevo, noi possiamo verificare attraverso questi indici misuratori che la nostra ricerca, in alcune aree poi scientifico-disciplinari mostra una straordinaria vitalità e in particolar modo nel campo delle scienze chimiche, delle Scienze mediche, dell’ingegneria industriale e dell’informazione delle scienze biologiche e a seguire poi negli altri campi.

Non sfuggono però, e ci è stato anche rimarcato dalla Relazione che ci sono dei punti critici che affliggono il nostro sistema di ricerca, sono dei punti critici che si trascinano da anni. 

Innanzitutto abbiamo una storica debolezza per quanto riguarda le risorse messe a disposizione dalle attività di ricerca e di sviluppo, e per un numero di ricercatori inferiore nel complesso a quelli che sono i nostri principali concorrenti. Lo illustra bene la Relazione, la quota del numero totale di ricercatori in rapporto alle forze di lavoro è costantemente cresciuta nell’ultimo decennio, rimanendo però ben al di sotto della quota degli altri Paesi e distanziandosi ancora più dalla media europea.

Un’altra grave criticità è quella che concerne il ricambio generazionale, la conseguente età media dei ricercatori e la perdurante condizione di precariato che taluni di loro sperimentano, tramite assegni di ricerca, contratti di docenza: tutte questioni che, oltre che al mondo della ricerca, attengono al più generale tema della concezione del lavoro intellettuale, che - negli anni – tutti i governi di tutti gli orientamenti politici hanno colpevolmente omesso di porre al centro della propria agenda, e qui c’è stata una chiara miopia da parte della politica. Noi dobbiamo, non possiamo ignorare lo stato di salute della ricerca e dei suoi mi permettete di dire, tra virgolette, “operai”. Perché è chiaro che ogni sviluppo sostenibile, ogni sviluppo durevole del nostro sistema dipende dallo stato della salute della nostra ricerca e anche la Carta costituzionale, la nostra Costituzione democratica ci chiede di perseguire un sviluppo sociale che perché sia autenticamente al servizio della persona umana, non può che alimentarsi con l’humus della ricerca libera e della conoscenza intellettuale.

Al mio orecchio di studioso, prima ancora che di uomo delle istituzioni, poi, risuonano in modo particolarmente persuasivo il binomio “scienza” e “democrazia”.

E il primo ad attirare l’attenzione sul connubio e su questo rapporto scienza e democrazia è stato senz’altro de Tocqueville che, nel secondo volume del suo saggio La democrazia in America (1840), rimarcava la tensione tra gli interessi della democrazia e quelli della scienza da lui definita disinteressata.

Secondo Tocqueville la scienza pura richiede tempo e meditazione, valori per dir così “aristocratici”, mentre le istituzioni democratiche hanno una tendenza “naturale e inevitabile” a chiedere alle scienze risultati immediati e utili. Tocqueville invitava a considerare “coloro che sono chiamati a guidare le nazioni” a controbilanciare questa tendenza verso la ricerca di corto respiro (a scapito della ricerca a lungo termine) e a “sostenere l’istruzione superiore creando passioni scientifiche”.

Mentre Tocqueville rifletteva sul connubio tra la scienza e democrazia, in anni a noi più prossimi nel corso del ‘900 negli anni 40 del Novecento il sociologo Robert Merton indagava la questione della democrazia entro la comunità scientifica che produce ricerca.

E’ abbastanza noto a molti di voi, immagino, ricorderanno i cinque valori che dovrebbero guidare secondo Merton una comunità scientifica ideale e che consentono di associare la scienza a una intrapresa intrinsecamente democratica: a) il primo valore è il comunitarismo, cioè, la scienza comunica a tutti; b) l’universalismo, i risultati dell’intrapresa scientifica sono patrimonio dell’umanità, nessuno ne può essere escluso non ci possono essere fattori di discriminazione di qualsiasi tipo); c) il disinteresse, su cui ritornerò , in quanto la ricerca scientifica non può essere svolta per tornaconto personale); d) l’originalità, che, di questo dobbiamo essere tutti consapevoli, non può che essere valutata dalla medesima comunità scientifica ); e) lo scetticismo poiché tutto può e deve essere sottoposto a vaglio critico. 

Io non posso esaminare lo stato della scienza rispetto a questi valori, lascio a voi queste considerazioni mi soffermo su una domanda di fondo: questi cinque valori in Italia sono oggi minacciati? O, volgiamo al positivo, sono adeguatamente garantiti?

Mi concentrerò sul valore del disinteresse, che è forse è quello politicamente più sensibile.

Quanto spazio lascia il nostro sistema alla ricerca che non sia immediatamente finalizzata ad uno scopo quantificabile? In che modo noi nel nostro sistema giudichiamo “utile” o “inutile” una ricerca? Tutti coloro che hanno esperienza di ricerca sanno che i percorsi che conducono a dei risultati sono carsici, e impredicibili, tanto che abbiamo anche afferrato il concetto di serendipity per attestare come in molti casi i risultati siano avvenuti quando non erano aspettati, sono venuti fuori risultati quando non erano affatto attesi e addirittura abbiamo avuto risultati prodotti da ricercatori che non ne erano pienamente consapevoli perché non erano particolarmente ferrati in quella materia.

Il legislatore non può ignorare questa dinamica intrinseca del percorso della ricerca, che è comune - si badi bene - a scienze dure e a scienze umanistiche.
Dichiarare che la ricerca, per essere finanziata, debba essere “utile” rappresenta una specie di controsenso per la ricerca scientifica. La ricerca deve essere seria che è tutt’altra cosa.
E perché sia seria, deve innanzitutto arruolare ricercatori di prim’ordine, pagarli adeguatamente e dotarli degli strumenti necessari per il loro lavoro. Il sistema di reclutamento va allineato ai migliori standard internazionali, un ottimo reclutamento è garanzia necessaria e insostituibile di un’ottima ricerca. In questo ambito, occorre proseguire con maggiore determinazione anche perché i nostri giovani devono restare in Italia e devono poterlo fare in piena consapevolezza e libertà.

La nostra azione di Governo è fortemente orientata al sostegno della ricerca. Questa maggioranza tra i punti programmatici, lo avrete notato, ha posto al fondamento della propria azione una particolare attenzione per il potenziamento del sistema della ricerca nel suo complesso e poi infine vi dirò come pensiamo di agire.
Dobbiamo comunque certamente incrementare il finanziamento pubblico però dobbiamo anche cercare di promuovere nuove forme di finanziamento e di partenariato pubblico-privato da incoraggiare e favorire.
Dovremo ancora promuovere un sistema più integrato e sinergico tra gli enti di ricerca pubblici e privati e il mondo dell’industria, dobbiamo alimentare la circolarità dei saperi e delle opportunità, idonea a favorire una competizione virtuosa e il reciproco arricchimento che può rivelarsi strumento prezioso per accelerare e raggiungere risultati sempre più ambiziosi. 
La ricerca però va anche monitorata e valutata, secondo le migliori pratiche internazionali di valutazione che costano ma dobbiamo su questo ancora lavorare vigilando con costanza sulle politiche pubbliche di finanziamento.

Dobbiamo poi far dialogare la ricerca con l’innovazione. L’Italia deve diventare il laboratorio dell’innovazione e delle nuove tecnologie, una smart Nation. E qui abbiamo il nostro ministro Pisano che ci aiuterà in questa direzione.

Però attenzione. Non nel senso che l’unica ricerca degna è quella che giustifichi la sua esistenza prospettando immediate ricadute tecniche; piuttosto, nel senso che, nel processo decisionale che guida la modernizzazione del Paese, la voce dei ricercatori andrà accuratamente ascoltata: dalle infrastrutture al consolidamento idrogeologico, all’urbanistica, alla conversione green. Sono temi che, non possono essere trattati senza un dialogo serrato, costante, col mondo della ricerca, a partire proprio dal fondamentale contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche. 

Traendo ispirazione da queste premesse, ci ritroveremo – lo anticipo anche a beneficio della stampa presente - con la prossima legge di bilancio una Agenzia nazionale per la ricerca. È un passaggio che ritengo significativo per il mondo della ricerca. Questa Agenzia nazionale avrà una funzione importante: avrà la funzione di coordinare le attività dei poli universitari di ricerca, degli enti pubblici di ricerca e anche degli istituti privati, dove si perseguono ricerca e innovazione in termini di qualità ed eccellenza.
Questo sarà un primo fondamentale aspetto.

Ancora. Dovremo, attraverso questo strumento, migliorare anche e definire meglio - lasciando piena libertà al mondo della ricerca però è chiaro che uno Stato deve porsi il problema - direzioni di ricerca ritenute prioritarie riguardo agli interessi strategici del Paese; quindi daremo indicazioni in questa direzione, rispettando, ripeto, la piena libertà della ricerca.

Favoriremo l’internazionalizzazione. Il nostro sistema si è avviato all’internazionalizzazione ma se noi pensiamo che nel mondo universitario ancora pochi anni fa tutto sommato abbiamo introdotto il meccanismo dei crediti, abbiamo introdotto anche la possibilità di consentire il superamento della barriera linguistica agli studiosi e agli studenti stranieri offrendo anche in lingua inglese corsi universitari – e non tutti ovviamente hanno questa offerta – diciamo che dobbiamo ancora compiere tanti passi in direzione dell’ internazionalizzazione.

Dobbiamo favorire e incrementare la capacità sinergica di fare rete. Questo è molto importante, vedete fare rete significa: fare rete all’interno dei centri di ricerca (è stato anche detto, molto spesso nei bandi non siamo particolarmente competitivi perché non siamo ancora ben addentro a quel meccanismo relazionale che consente anche di stabilire una rete già efficace, già pronta per poter competere con una dimensione internazionale a dei risultati, a dei successi); dobbiamo però fare rete con tutte le risorse del nostro Paese (quindi significa dialogare con gli enti privati e con il mondo industriale e delle imprese , così come diceva Manfredi).

Dobbiamo anche promuovere una impostazione – e qui riguarda un po' i programmi – interdisciplinare. Noi viviamo ancora molto, perché siamo legati alle nostre logiche accademiche – il peso, il retaggio degli steccati, della regolamentazione dei confini; i settori disciplinari per noi sono un totem. Noi dobbiamo insegnare ai nostri giovani a inseguire i problemi, a risolvere i problemi; e quando si insegue un problema facendo ricerca, si attraversano tanti settori tecnico-disciplinari. Dobbiamo quindi favorire questa interdisciplinarietà, questa circolarità dei saperi.

Dobbiamo poi promuovere l’adeguamento di tutto il sistema degli standard internazionali, sempre più performanti alle best practice, e infine favorire forme innovative di finanziamento. Con tutto il nostro impegno, non possiamo pensare che le politiche pubbliche possano cambiare notevolmente il quadro delle risorse che verranno destinate alla ricerca, quindi dobbiamo cercare, attraverso forme di partenariato pubblico – privato, di stimolare il privato a partecipare, anche in modo più innovati rispetto al passato, alle tecniche alle forme di finanziamento della ricerca.

Ringrazio ovviamente il Consiglio Nazionale delle ricerche che è un motore pulsante per quanto riguarda gli enti pubblici di ricerca. E sono molto legato anche all’intuizione di Vito Volterra, primo Presidente e padre ispiratore del CNR, che riteneva che il ruolo della ricerca fosse quello di sviluppare e promuovere l’applicazione dei risultati scientifici a vantaggio della società e dello sviluppo economico. E Volterra - forse fu davvero antesignano in questo - colse efficacemente il senso e l’efficacia della interdisciplinarietà e della sinergia virtuosa tra università, ricerca pubblica, organismi statali e industria, per favorire lo sviluppo nazionale.

Quindi è con questo augurio, di poter far sempre meglio, che ai nostri ricercatori rimando un saluto anche io e a tutto il mondo della ricerca voglio mandare un augurio e anche un messaggio di sostegno da parte dell’intero governo.  Avete sentito anche prima il ministro Fioramonti, faremo il possibile per starvi accanto, faremoil possibile per moltiplicare l’efficacia dei vostri sforzi.

Grazie.
 


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