Intervento del Presidente Conte alla presentazione del Rapporto Svimez 2019

Lunedì, 4 Novembre 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alla presentazione del Rapporto Svimez 2019.

Gentile Vice Presidente Spadoni, Ministro Provenzano, Presidente Giannola, Direttore Bianchi e Presidente del Consiglio di stato Patroni Griffi. Vi sono molto grato per questo invito a intervenire alla presentazione del Rapporto SVIMEZ 2019. E poi sono particolarmente onorato perché – l’ho scoperto, mi era stato anticipato e mi è stato confermato oggi dal Presidente Giannola – sono il primo Presidente del Consiglio che prende parte a questo evento, quindi mi sento ancora più responsabilizzato da questo.

Ho preso tanti appunti, avevo già ricevuto il Rapporto, l’avevo già esaminato, ho continuato a esaminarlo questo fine settimana e anche adesso la doviziosa illustrazione del Direttore Bianchi mi ha suggerito vari appunti, cerco un po’ di riordinare le idee. Mi sembra che il primo accento su cui il Rapporto richiama l’attenzione, posto dal Rapporto, una delle più acute criticità nel complesso è quella della diseguaglianza. La diseguaglianza che affligge il nostro tessuto sociale, all’interno di un contesto più generale – europeo e anche mondiale chiaramente – nel quale le diseguaglianze si accrescono e, attenzione, seguono anche traiettorie sempre più inesplorate rispetto al passato e anche per questo più insidiose.

Quindi, il titolo, d’altraparte, della Relazione è evidente e molto indicativo in questo senso “Il Mezzogiorno nella nuova geografia europeadelle diseguaglianze”. Il lungo ciclo della crisi economica avversa, il avverso della crisi economica ha acuito un sentimento di smarrimento, di disagio presso le nostre comunità, unito al senso di declino percepito – soprattutto dai più giovani – come inesorabile. Quindi si sono diffusi sentimenti di sfiducia, rassegnazione e anche i grafici che ci sono stati illustrati, che riguardano il Sud in particolare, ma erano in comparazione con il Nord, ci dicono anche che questi sentimenti in realtà hanno un fondamento oggettivo, hanno un fondamento razionale perché i dati macroeconomici e i dati anche più analitici dimostrano che il tessuto sociale, economico delle nostre comunità, del nostro territorio, in particolare del nostro Sud, ecco, questo tessuto sta soffrendo e sta soffrendo da vari anni, da vari lustri.

E tra le più gravi criticità, come dicevo, che stanno producendo, acuendo queste diseguaglianze registro con grande preoccupazione la crisi demografica, acuita da una riduzione senza precedenti del tasso di natalità, questo è il fenomeno forse più preoccupante, coniugato a una crescente migrazione verso l’estero e verso il nord del Paese, ma anche verso l’estero. Tra il 2002 e il 2017 sono emigrate, dalle Regionidel Sud, oltre due milioni di persone. Come risulta dal Rapporto, se procediamo con questo trend il Sud perderà 5 milioni di persone e, a condizioni date, quasi il 40% del Pil.

Ecco, la dinamica migratoria è chiaramente sfavorevole, e sicuramente è determinata per la maggior parte dalla carenza, dall’assenza di solide prospettive di lavoro.La crisi dell’occupazione, nell’ultimo decennio, ha assunto il carattere di un’autentica emergenza nazionale. E gli sforzi compiuti, che sono stati compiuti per arrestare la progressiva contrazione della domanda di lavoro non hanno dato evidentemente, non offrono quelle prospettive per rimediare a questa emergenza, molto quindi resta da fare per assicurare adeguate prospettive occupazionali. E attenzione, lo sappiamo, ce lo dice la nostra Costituzione, il lavoro non solo fonte di reddito, il lavoro, come recita anche la nostra Costituzione, è fonte anche di dignità, di dignità sociale garantisce anche un’esistenza libera, dignitosa, quindi ci consente anche ai sensi dell’articolo 4 di partecipare in modo avveduto, consapevole, al progresso materiale e spirituale della nostra società, della nostra comunità.

Il Rapporto segnala, inoltre, che – nell’ultimo decennio – il divario occupazionale tra Sud e Nord è aumentato di due punti percentuali, dal 19,6 per cento al 21,6 per cento. Ciò comporta che, per raggiungere i livelli del Centro-Nord, occorrerebbe creare, al Sud, tre milioni di posti di lavoro. Ancor più grave poi – è stato rimarcato – è il dato della disoccupazione femminile che, al Sud, si attesta al 20 per cento, valore più che doppio rispetto a quello che si registra nel Centro-Nord. La progressiva riduzione della popolazione assume, in alcune regioni meridionali, i caratteri poi drammatici di un autentico spopolamento, e questo vale soprattutto per le “aree interne”, quelle che sono lontane dalla costa, lontane dai centri urbani più affollati. Sono territori fortemente isolati, geograficamente svantaggiati, privi di servizi adeguati, soprattutto in ambiti che sono particolarmente sensibili, istruzione, sanità, e difficilmente quindi raggiungibili, a causa di una intollerabile persistenza di carenze di infrastrutture materiali e immateriali.

Con riferimento poi all’offerta di servizi, il Rapporto segnala che la spesa annua pro capite delle pubbliche amministrazioni per i servizi pubblici è pari a 11.309 euro nel Mezzogiorno, a fronte di 14.168 euro nel Centro-Nord. Più nello specifico, la spesa per istruzione, che dal 2007 al 2017 si è ridotta del 15 per cento già – e questo è un dato preoccupante – a livello nazionale, al Sud poi si è ridotta ulteriormente, in modo ancor più significativo. Complessivamente, l’offerta scolastica, nelle Regioni meridionali, non raggiunge affatto livelli soddisfacenti comparabili con altre aree del Paese, con conseguenze quindi non trascurabili che riguardano – com'è stato sottolineato – la dispersione scolastica, che raggiunge, al Sud, un dato anche questo molto preoccupante, il 18,8 per cento, come ha appena detto il Direttore Bianchi. Insomma qui chi vive al Sud vede compromesso molto più facilmente rispetto a chi vive al Centro-Nord il diritto all’istruzione che è un diritto fondamentale della nostra Costituzione, il diritto alla salute anche che viene limitato, viene costretto in ingiustificate, irragionevoli, limitazioni, perché c’è un’offerta carente, non adeguata, tanto che circa il 10 per cento di ricoverati per interventi chirurgici si sposta dal Sud verso altre Regioni.

Quindi, soprattutto se parliamo di beni primari, istruzione e salute, che soddisfano diritti fondamentali della persona, qui abbiamo una macroscopica violazione del diritto all’eguaglianza. Si aggiunge poi la carenza delle infrastrutture: questo è un male atavico del Sud, al quale, soprattutto nell’ultimo quarantennio, non si è posto adeguato rimedio. Sappiamo infatti, come segnala anche il Rapporto, che - tra il 1970 e il 2018 - la spesa per infrastrutture è calata al Sud per un valore più che doppio rispetto alla media nazionale e quattro volte rispetto al Nord: anche sotto questo profilo, così decisivo per ogni prospettiva di crescita, il divario tra Nord e Sud si è acuito negli ultimi decenni, purtroppo - non posso non evidenziarlo - in controtendenza rispetto alla stagione del secondo dopoguerra. Negli anni della ricostruzione, immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, grazie anche alla capacità di visione e di prospettiva di quelli che - in altra occasione - ho definito “straordinari tessitori dell’interesse nazionale”, fu colto il valore dell’interdipendenza e furono avviate, con determinazione e coraggio, politiche espansive, volte a recuperare lo storico divario tra Nord e Sud, che aveva segnato, in misura drammatica, la storia d’Italia fin dal processo di unificazione.

È necessario recuperare quelle intuizioni, la politica deve recuperare quelle intuizioni, deve riorientarle, rilanciarle in un contesto completamente diverso, mutato. Non si possono riproporre le medesime politiche, ma quelle intuizioni sì, devono ispirare la nostra azione di Governo. Perché la riduzione del divario economico e sociale fra i territori ha un effetto virtuoso di portata generale. Se riparte il Sud, riparte l’Italia. E questo non è uno slogan che io declino in varie occasioni pubbliche, è invece un’affermazione che nasce da una consapevolezza che deve guidare l’azione di Governo. Nell’ultimo ventennio, la politica economica nazionale ha disinvestito dal Mezzogiorno, ha svilito - anziché valorizzare - le sue interdipendenze con il Centro-Nord.

Questo progressivo disimpegno della leva nazionale delle politiche di riequilibrio territoriale ha prodotto conseguenze negative, non solo per il Sud, ma per l’intero Paese, perché ha perso competitività a livello europeo e globale. Ed è un dato molto interessante che mi ha colpito - c’é stato anche un grafico presentato dal Direttore Bianchi - che non vi sarà sfuggito, cioè il tasso di crescita del Sud è pressoché omogeneo rispetto al tasso di crescita del Centro-Nord. Questo conferma che se cresce il Sud cresce il Centro-Nord, se cresce il Centro-Nord deve crescere anche il Sud. Perché siano in un sistema integrato economico dove c’è stretta interdipendenza. Ecco allora, invertire questo indirizzo, che possiamo definire “storico”, favorendo politiche di integrazione e di convergenza tra i territori, questa è la massima attenzione del Governo. Ne ho parlato anche con la neo-presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, richiamando l’attenzione sul fatto che perché l’Italia si adegui ai tassi di crescita dell’Unione europea, dobbiamo assolutamente recuperare il Mezzogiorno.

Dobbiamo quindi lavorare con sagacia, con interventi avveduti, non è semplicissimo. Innanzitutto vorrei ringraziare il Ministro Provenzano perché nelle scorse settimane ha lavorato insieme, in raccordo con gli altri ministri con i sottosegretari e con tutto il Governo, a una serie di misure articolate per il Sud. Queste misure, alcune già anticipate, nel disegno di legge di Bilancio che abbiamo trasmesso al Parlamento, anticipano un più articolato e complesso Piano per il Sud che sarà varato a fine anno. Dobbiamo realizzare un riequilibrio territoriale della spesa ordinaria per investimenti che, che non è stata distribuita in modo equo, in misura proporzionale negli ultimi anni rispetto alla popolazione residente. Quindi dobbiamo affermare un principio di giustizia, sanando un vulnus che è all’origine anche o comunque ha accresciuto in buona parte le diseguaglianze attuali.

Al Sud risiede il 34% della popolazione italiana, ma la quota di risorse ordinarie destinate agli investimenti nelle Regioni corrispondenti si attesta costantemente al di sotto del 30% nell’ultimo ventennio. Questa asimmetria amplifica il divario infrastrutturale fra Centro-Nord e Sud, poiché le risorse non ordinarie - questo tengo a precisarlo - provenienti dai fondi europei e dal Fondo Sviluppo e Coesione hanno un carattere di addizionalità rispetto alle risorse ordinarie e non possono in alcun modo svolgere una funzione sostitutiva delle risorse ordinarie. Quindi colmare questo divario è il primo obiettivo per rafforzare il tessuto dell’unità nazionale. Nel frattempo, abbiamo deciso di anticipare nella legge di bilancio, misure più significative e a più rilevante impatto. Abbiamo previsto che tutti i programmi pubblici di investimento attribuiscano ex ante risorse proporzionali alla popolazione, non limitandosi quindi ad un monitoraggio ex post privo di sanzioni. In questo modo confidiamo di assicurare infrastrutture e servizi dignitosi al Sud, ristabilendo la natura addizionale delle politiche di coesione rispetto alla spesa pubblica ordinaria per investimenti. Ma stanziare risorse - anche questo abbiamo imparato - non basta: perché è necessario spenderle bene, con rapidità, controllando costantemente lo stato di avanzamento dei lavori. È per questo che con il Ministro Provenzano abbiamo pensato di mettere su una sorta di task force in modo da - dobbiamo dirlo e affermarlo molto chiaramente - de-finanziare programmi privi di progetti che dovrebbero essere a quest’ora realizzati, acquisire, chiedere dati trasparenti alle amministrazioni locali, dobbiamo costringere tutti a rivelare i dati, acquisirli e confrontarli pubblicamente, noi siamo disponibili a fornire assistenza tecnica, dalla progettazione alla realizzazione, siamo disponibili a siglare protocolli con le amministrazioni locali, ma vogliamo un confronto serio, trasparente, un confronto aperto.

Riteniamo che riattivare gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, soprattutto nei settori delle infrastrutture sociali, ambientali e viarie, sia il modo migliore per colmare il gap fra Nord e Sud e garantire un pieno accesso ai diritti di cittadinanza. Un’attenzione specifica poi va agli Enti Locali. Noi dobbiamo prestare attenzione soprattutto a quelle comunità che hanno maggiore difficoltà a muoversi con le proprie gambe, dobbiamo accompagnarle queste comunità. Mi riferisco in particolare a quella che è la ricchezza della tradizione dell’Italia, i piccoli borghi, i piccoli comuni, che costituiscono un nostro tratto distintivo, quindi perché no, un fattore di competitività a livello globale, da coltivare con la massima cura, per evitare che questi luoghi bellissimi finiscano con il perdere attrattività e si spopolino completamente.

Con questo spirito, abbiamo pensato di dare “ossigeno” ai piccoli Comuni del Sud, stanziando oltre 300 milioni per sostenere le infrastrutture sociali (asili, scuole, presidi sanitari). Allo stesso scopo abbiamo assegnato ulteriori 200 milioni alla Strategia Nazionale per le Aree Interne.

Ancora, dobbiamo sostenere le imprese, soprattutto quelle che sono al sud, creando lavoro di qualità, sollecitando la creazione di lavoro di qualità: abbiamo rifinanziato, con 675 milioni, il credito d’imposta per investimenti in beni strumentali, per attivare, nel 2020, 2 miliardi di investimenti complessivi.

C’è un problema ancora: non possiamo trascurare che il tessuto economico cresce se c’è un’adeguata forma di finanziamento, e nel sud il sistema creditizio è molto più debole rispetto al centro-nord.

Ecco perché abbiamo già affidato alla Banca del Mezzogiorno il “Fondo Cresci al Sud”, una dotazione di 250 milioni di euro. Sono risorse pensate per favorire la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese, necessaria per innovare e imporsi nei mercati anche globali, per costruire dei nuovi campioni, speriamo, per lo sviluppo meridionale. Ovviamente il problema del sistema creditizio non finisce qui.

Noi confidiamo che il mercato trovi già da sé, riesca a elaborare forme adeguate per favorire un sistema creditizio più ... ... per quanto è di competenza del governo, molto sommessamente, ma molto attentamente, stiamo seguendo questo capitolo che riteniamo molto importante, e faremo tutto quello che è nelle nostre possibilità perché si rafforzi il sistema creditizio nel meridione.

Abbiamo anche potenziato il credito d’imposta in attività di ricerca e sviluppo, ad esempio per assumere ricercatori nelle imprese, abbiamo rafforzato varie misure del Piano “Impresa 4.0” in particolare nelle Regioni meridionali, che ne hanno usufruito storicamente meno.

Anche l’Agenzia Nazionale per la Ricerca, che è stata pensata per potenziare l’intero comparto della ricerca, coordinando meglio le iniziative dei centri universitari, degli enti pubblici di ricerca, degli enti privati di ricerca, dovrà prestare un’attenzione particolare al sud perché, e anche qui la valutazione del governo coincide assolutamente con il Rapporto SVIMEZ, anche noi pensiamo e condividiamo la conclusione della valutazione diagnostica della SVIMEZ, che è sull’innovazione che noi dobbiamo puntare, perché certo non possiamo ridurre né la mano d’opera, né il costo della mano d’opera, né altri costi, non possiamo incidere in termini di competitività su altri fattori.

Ecco allora che nel Piano per il Sud lavoreremo ovviamente ancor meglio per affrontare in modo più articolato il capitolo del trasferimento tecnologico e della diffusione dell’innovazione. Quindi dobbiamo puntare sull’innovazione, utilizzare in modo avveduto e consapevole tutti gli strumenti ... ... Zone Economiche Speciali, perché sono in grado di connettere, in modo permanente, ampi network di imprese meridionali alle catene globali del valore. E dobbiamo ricollocare anche queste Zone economiche speciali in quei settori dell’industria nazionale che, in anni passati, avevano deciso di delocalizzare.

Dobbiamo valorizzare lo strumento degli accordi dei contratti istituzionali di sviluppo, ne abbiamo fatto già un certo uso, lo riteniamo con buone prospettive di successo. Di contratti istituzionali di sviluppo ne è stato varato uno in Capitanata, un altro per il Molise, è pronto uno per Cagliari, per la provincia di Cagliari, sono in cantiere altri per la Calabria, per la Basilicata. Ci consentono di fare sistema, ci consentono di lavorare con tutti gli stakeholders locali, categorie d’impresa, associazioni di categoria, amministratori locali, per elaborare progetti che siano coordinati tra di loro, interdipendenti, siano strategici per la crescita di quelle aree.

Ancora, dobbiamo rafforzare altri strumenti ancora, i contratti di rete, la Legge Sabatini, credito d’imposta al sud, l’abbiamo detto; sono tutti strumenti (ecco, è sbagliato pensare che ci possa essere uno strumento in particolare, dobbiamo metterli insieme, dobbiamo coordinarli, per potenziare ancor di più gli effetti.

Portare a compimento e attuare le misure incluse nel Piano per il Sud  sarà un’operazione da realizzare con la massima attenzione, massima concentrazione, ma anche con la massima urgenza, perché il Sud non può più attendere, e questi dati ce lo confermano.

La sfida della crescita, una crescita sostenibile, equa, inclusiva, umana, è davanti a noi. La dobbiamo vincere insieme.

E grazie anche al contributo di associazioni come SVIMEZ, al loro contributo scientifico, al loro contributo strategico, questa sfida, vincere questa sfida, vedete, è un atto d’amore, un atto d’amore verso la nostra terra, è un gesto, se permettete, anche di ammirazione, un atto di riconoscenza verso la bellezza, la ricchezza dei nostri territori, delle nostre comunità; e sono degli atti che ci consentiranno di migliorare il destino dell’intero Paese.

Grazie.


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