Intervento del Presidente Conte alla cerimonia di commemorazione dell’onorevole Fiorentino Sullo

Lunedì, 14 Ottobre 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto alla alla cerimonia di apertura delle celebrazioni per il centenario della nascita di Fiorentino Sullo che si è tenuta presso il Teatro "Carlo Gesualdo" di Avellino.

Innanzitutto vi ringrazio, ringrazio tutti, autorità civili, religiose e militari e tutti gli studenti e i giovani che vedo, per la generosità con cui mi state accogliendo. Grazie davvero. Ringrazio poi l’On. Gianfranco Rotondi perché mi ha invitato, e io mi onoro oggi di contribuire all’apertura di questi festeggiamenti in onore di un illustre vostro concittadino. Veramente grazie e saluto anche, con l’occasione, la Dott.ssa Marcella che ho appena conosciuto.

Sono stato invitato qui, è stato anche chiarito, più che nella veste di Presidente del Consiglio, una veste che per un determinato momento è rimasta incerta, sono stato sollecitato addirittura nella sensibilità di studioso, di accademico, e quindi forse sarò costretto un po’ ad annoiare, perché è un po’ che aspettate; però mi è stato proprio chiesto di riflettere sul contributo dei cattolici nei lavori dell’Assemblea Costituente. Quindi mi è stato chiesto di ripercorrere alcune pagine, pagine significative della nostra storia, della nostra vicenda politica.

E allora cari giovani, mi rivolgo a voi, sono consapevole che, purtroppo, in alcuni passaggi forse vi dovrò annoiare, però vi invito a considerare che conoscere la nostra storia significa conoscere anche meglio e affrontare il nostro presente, e poi poter partecipare, essere pienamente partecipi, consapevolmente partecipi della progettazione del nostro futuro; perché il nostro futuro ha un cuore antico, perché per progettare dobbiamo conoscere.

L’evento odierno, quindi, è un’occasione per riflettere senz’altro su Fiorentino Sullo (e mi ha fatto piacere ascoltare le parole del Presidente Bianco, la ricostruzione efficacissima, pur sintetica, del Presidente Bianco e anche dell’On. Rotondi).

Questa è un’occasione, e lo saranno ancor più gli eventi che seguiranno, per riflettere sulla figura di un politico di chiaro rilievo nella vita dell’Italia repubblicana: il più giovane deputato all’Assemblea costituente, parlamentare dal 1946 al 1976 e, di nuovo, dal 1979 fino al 1987; è stato anche ricordato, più volte Sottosegretario e anche Ministro. Occorrerebbe molto tempo per approfondire il suo tratto istituzionale, il suo tratto politico. E’ stato in parte fatto, e sicuramente ci sarebbe da riflettere anche sul suo profilo di insigne giurista, di raffinato umanista, in generale di intellettuale. Come pure meriterebbe di essere approfondito il suo impegno riformatore per il Sud, e voi sapete che, da meridionale, è un tema questo che mi sta molto a cuore, cioè questa attenzione speciale che lui dimostrò sempre costantemente per la questione meridionale. L’originalità, e se mi permettete, per più di un verso, anche la modernità delle soluzioni da lui prospettate per tentare di sollevare, di risollevare le Regioni del Sud dalle condizioni di profondo disagio economico e sociale nelle quali versavano. Sono sue parole queste: “Noi crediamo alla resurrezione del Mezzogiorno attraverso il Mezzogiorno, non attraverso una forma di protezionismo politico degli operai rispetto ai contadini, non attraverso l’abbraccio che venga dal Nord, ma che non modifica se non l’esterno, perché la vera educazione alla libertà deve venire dall’interno, e gli atti di conquista non rappresentano mai affermazioni durature”. Attenzione, mai affermazioni durature.

Determinante fu anche il suo impegno, anche se non destinato al pieno successo, per un progetto di riforma urbanistica; e a riguardare quel progetto di riforma urbanistica, voi giovani potreste definirlo con linguaggio più  moderno – un progetto “equo”, “sostenibile”; se fosse stato attuato, avrebbe consentito di risparmiare al nostro territorio, soprattutto al nostro Sud, gli effetti perversi di una speculazione edilizia che ha fortemente compromesso la bellezza e, nello stesso tempo, la sicurezza del nostro ambiente di vita.

E poi ancora ci sarebbe da ricordare (il Presidente Bianco lo ha fatto) anche il suo impegno come Ministro del lavoro e quindi le sue politiche per l’occupazione.

Oggi però, l’ho già anticipato, traendo ispirazione da questo grande democratico-cristiano, mi è stato proposto di riflettere, di condividere con voi queste mie riflessioni sul ruolo dei cattolici in Assemblea costituente, sul contributo da loro offerto alla definizione di quelle trame normative del nostro dettato costituzionale, che voi stessi, io vedo (giro molto l’Italia), parlo tanto con voi, voi giovani apprezzate ancora oggi. E sì, perché questa nostra Costituzione, ancora oggi è viva e attuale. Qualcuno, a ragione, dice e riconosce che in alcune parti deve essere ancora attuata.

Il suo contributo, questo contributo ai principi fondamentali e al sistema dei diritti e delle libertà, sia in riferimento anche all’assetto dei pubblici poteri. Nasce tutto da lì.

Quello dei cattolici fu certamente un contributo decisivo, non solo perché la democrazia cristiana era l’aggregazione politica più numerosa presente in Assemblea costituente, ma soprattutto perché quelle donne e quegli uomini, pur mostrando diversi accenti, diverse sensibilità, seppero esprimere, negli anni decisivi della ricostruzione, una vivacità, un’originalità di pensiero e di elaborazione politica, ma anche giuridica, economica veramente decisiva, tale da imprimere un indirizzo ben preciso ai lavori costituenti. 

Questa originalità, questa freschezza di pensiero ha molte cause, come mai furono così bravi? Come mai furono così decisivi. Ecco, una di queste cause è da ricondurre, a mio avviso, ad una particolare contingenza storica. Durante gli anni del fascismo, l’unica associazione non fascista che riuscì a sopravvivere con un significativo margine di autonomia fu l’Azione cattolica, la cui autonomia, contro le pretese egemoniche del regime littorio, fu difesa da Pio XI con l’enciclica intitolata “Non abbiamo bisogno”.

Nelle fila dell’Azione cattolica poté dunque formarsi una generazione di intellettuali vivaci e di politici democratici che, a partire dal 1943, assunsero coraggiosamente la responsabilità della cosa pubblica, elaborando - in un importante documento, e vi fornisco anche, ogni tanto, qualche più puntuale coordinata concettuale in modo che possiate poi soddisfare le vostre curiosità intellettuali, questo documento si chiamava il Codice di Camaldoli. Ecco, lì ci sono i tratti salienti di questo loro pensiero in campo politico, in campo istituzionale.

Già in quel fondamentale documento, come pure in due contributi di Alcide De Gasperi - Idee ricostruttive della democrazia cristiana, che venne diffuso clandestinamente il 26 luglio 1943 e l’altro contributo - La parola ai democratici cristiani, scritto il 12 dicembre dello stesso anno - emerge in questi contributi nettamente la duplice scelta in favore del primato della persona e del regime democratico rappresentativo, fondato sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri. Quello democratico-rappresentativo venne riconosciuto come il miglior sistema politico, anche in coerenza con i Radiomessaggi di Pio XII, il quale - con lucidità e consapevolezza - parlò letteralmente di risveglio democratico dei popoli dopo un lungo torpore invernale.

In questa prospettiva, la Costituzione - dopo gli anni della dittatura e la tragedia della guerra - avrebbe dovuto tradurre i nuovi valori in proposizioni normative, aprendo la stagione della democrazia e dei diritti, nella quale i cattolici avrebbero potuto operare, avrebbero dovuto operare come protagonisti. Lo affermerà De Gasperi, pochi mesi dopo l’entrata in vigore della Costituzione, in una nota conferenza “Le basi morali della democrazia”, tenuta a Bruxelles nel dicembre del 1948: “se il regime democratico (sono sue parole), veramente e liberamente attuato, è tale da lasciare agire e fiorire il fermento evangelico del cristianesimo, noi abbiamo diritto di sperare che tale energia dinamica fecondi e nobiliti la democrazia e sommuova e rinnovi tutta la civiltà; abbiamo il diritto di sperare e abbiamo anche il dovere di offrire alla democrazia il contributo della nostra filosofia, della nostra morale e della nostra tradizione”.

In questa prospettiva, possiamo affermare che il ruolo dei cattolici, prima ancora che nella definizione dei contenuti del testo costituzionale, fu determinante nel porre un primo, decisivo interrogativo: quale Costituzione per la nascente Repubblica? Che significato essa avrebbe dovuto assumere all’interno dell’ordinamento giuridico? Grazie anche all’apporto di costituzionalisti di estremo e assoluto valore, penso a Costantino Mortati e Emidio Tosato, i cattolici si posero, forse con massima consapevolezza rispetto anche agli altri, il problema di superare le Costituzioni liberali, le Costituzioni ottocentesche.

Queste Costituzioni liberali (ce n’erano molte anche da noi) erano costituzioni brevi, perché, al di là del riconoscimento circoscritto di alcuni diritti di libertà, si limitavano a ricomprendere - come anche sottolineava uno studioso tedesco, famoso costituzionalista, Jellinek -  “le norme che designano gli organi supremi dello Stato e determinano il modo della loro creazione, i loro reciproci rapporti. Per i cattolici, invece, la Costituzione avrebbe dovuto svolgerne una ben altra e più importante funzione, quella di contenere in sé i valori nei quali tutti i cittadini, al di là delle divisioni politiche, degli steccati ideologici, potessero riconoscersi, la visione del mondo sulla quale la comunità politica che nasceva e si sviluppava sulla macerie dopo quegli anni tragici, avrebbe formato un consenso unanime e duraturo.

Costantino Mortati parlava, in proposito, di “costituzione materiale”, le sue parole lo spiegano: “la costituzione è anche una compagine sociale, - non solo vedete un testo formale - che si esprime in una particolare visione politica, cioè in un certo modo di intendere e di avvisare il bene comune, dunque un “fatto normativo” fondante e condizionante la costituzione formale”. Quindi, la costituzione in questa concezione, è l'anima della Polis che si fa custode di ciò che è buono e dalla quale può dipendere la qualità della vita dei cittadini. Per questi motivi la nostra Costituzione, anche grazie e soprattutto grazie all’apporto dei cattolici, non è una costituzione breve, ma è una costituzione lunga: gli scopi che l’ordinamento statale si prefigge di conseguire sono ampi, sono più estesi, anche i settori disciplinati sono variegati, sono codificati in modo puntuale i diritti, le libertà fondamentali, come pure i doveri di solidarietà politica, economica, sociale.

In questa prospettiva, la rigidità della costituzione e il sindacato di costituzionalità delle leggi furono individuati come i più efficaci presidi di garanzia. Su questo i costituenti cattolici vinsero le riserve delle altre formazioni politiche, in particolare le riserve che si nutrivano a sinistra, legate a una visione più marcatamente giacobina della Costituzione e all’idea, espressa nella Costituzione francese del 1793, che nessuna generazione potesse legare alle proprie leggi le generazioni future.

Dobbiamo riconoscere che i costituenti cattolici offrirono al dibattito costituzionale un contributo di equilibrio e di sensibilità istituzionale, che condusse alla definizione di un avanzato e raffinato sistema di equilibri, di pesi e contrappesi, tali da assicurare al sistema politico italiano, anche nelle fasi più critiche e nei passaggi più difficili della storia repubblicana, la capacità di resistere all’urto di possibili deflagrazioni. Ancora oggi, pur nella consapevolezza di dover intervenire su alcuni istituti, al fine di rendere il sistema più efficiente nel suo complesso e allo scopo di avvicinare quanto più possibile i cittadini alle Istituzioni, occorre tener conto di quel delicato equilibrio. Ogni intervento di revisione costituzionale presuppone, comunque, un’attenta verifica degli effetti che esso può produrre sul sistema istituzionale nel suo complesso. Ancora una volta, si mostra di straordinaria attualità del monito che ci giunge dai costituenti cattolici.

Non v’è dubbio, però, che la cifra dominante del contributo dei cattolici all’Assemblea costituente è racchiusa nel riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. C'é un articolo-cardine in questa prospettiva, l'articolo 2, dove è codificato il principio personalista, da cui la Costituzione deriva la sua organicità e la sua intera architettura. Giorgio La Pira, è stato citato, fu certamente tra i più significativi interpreti di questa visione ideale della quale è permeata la nostra Costituzione: “il fine dello Stato - sono le sue parole - non è altro: riconoscere, garantire e, ove necessario, incrementare e promuovere questi fondamentali diritti dell’uomo; né questi diritti sono, perciò, i “riflessi” di quell’azione creatrice: quei diritti preesistono ad ogni statuizione positiva, perché si radicano nella natura e nella struttura della persona umana e della società umana”.

D’altra parte, la cultura dei cattolici presenti in Assemblea costituente era fortemente nutrita dal pensiero di alcuni filosofi francesi. C'era una tradizione, una letteratura molto importante che alimentò questo loro pensiero. Centrale fu l’apporto di Emmanuel Mounier e di Jacques Maritain che, soprattutto in due opere fondamentali - Umanesimo integrale e L’uomo e lo Stato - cercò di valorizzare un’interpretazione della società e dell’ordinamento giuridico fortemente orientata in senso umanista e, per questo, decisamente innovativa rispetto al passato. Al centro di questa riflessione filosofica vi è il riconoscimento delle prerogative inalienabili della che, fatta ad immagine e somiglianza di Dio, è irriducibile sia agli schemi, allora imperanti, dell'individualismo liberale sia al collettivismo marxista: la persona non va mai osservata esclusivamente nella sua astratta individualità, ma sempre considerata nella concretezza della sua esistenza, inserita nelle complesse dinamiche della società in cui vive. È forte, in questo movimento di pensiero, la consapevolezza del mistero dell’uomo, della sua grandezza e, conseguentemente, il convincimento che i diritti appartengono all’uomo in quanto tale, preesistono allo Stato: di qui il ricorso a quella scelta lessicale ben presente nella Costituzione, il verbo “riconoscere”, si riconosce qualcosa che è preesistente. Da queste premesse discende che, al centro del sistema, non vi è lo Stato, secondo l'immagine metaforica hegeliana, "l'ingresso di Dio nel mondo", che ha tristemente alimentato le concezioni statolatriche del primo Novecento. L’errore più esiziale che può compiere lo Stato - è questa la tesi del personalismo - è proprio quello di considerarsi un tutto, “il tutto” della società politica. Al contrario, la struttura dell’ordinamento deve essere completamente rovesciata. Essa si manifesta come una piramide rovesciata, con l’uomo al vertice e lo Stato al suo servizio: “Lo Stato per la persona e non la persona per lo Stato”.

Solo questa profonda, permettetemi di dirlo, “sacralizzazione” dell’uomo, a cui corrisponde una “desacralizzazione” dello Stato, può costituire l’antidoto ai totalitarismi, di qualsiasi matrice, che possono manifestarsi, e purtroppo si manifestano ricorrentemente, nella nostra storia, nelle nostre vicende politiche - e che oggi assumono la veste di totalitarismi di segno diverso, in campo economico. Ma anche quelle dottrine economicistiche rappresentano comunque delle espressioni, delle concezioni teoriche totalizzanti che dobbiamo rifuggire. Di fronte a una cultura che oggi è sempre più orientata a “misurare” l’essere umano in base alla sua “resa” economica e sociale, che appare sempre più diretta a “rimpicciolire” la persona di fronte alla potenza dell’economia e della tecnica, il contributo dei cattolici costituisce ancora oggi un severo monito per tutti coloro che, pur muovendo da matrici ideologiche e culturali distanti, assumono responsabilità politiche. Nella visione del personalismo cattolico, che tanto ha influito nel “laboratorio costituente”, fortemente esaltata è anche la vocazione “sociale” dell’uomo, essere naturalmente orientato alla relazione. Quindi attenzione: non solo dunque “primato della persona”, ma anche centralità della “dimensione sociale” della persona. E qui ci sarebbero da rileggere due encicliche di Leone XIII (la Rerum Novarum e la Graves de communi re) oltre che  l'enciclica Quadragesimo anno di Pio XI, per cogliere il retroterra culturale, da dove nasce e si sviluppa questa attenzione alla dimensione sociale della persona.

L’uomo quindi non è una “monade” di fronte allo Stato, si inserisce in un contesto di rapporti di natura affettivi, professionali, politici, che il diritto non può trascurare, ma che, al contrario, deve esaltare, secondo un criterio che poi Aldo Moro affinerà definendo “socialità progressiva”, intesa come un “progressivo” ampliamento della persona, riguardata - secondo una struttura “a cerchi concentrici” - all'interno di aggregati sempre più ampi: la famiglia, la scuola, le associazioni, le confessioni religiose, i partiti politici, i sindacati, quindi tutte le “formazioni sociali” che sono evocate dall’articolo 2 della Costituzione. Questo tempo di crisi, nel quale vengono meno le diverse forme di “mediazione” tra il cittadino e il potere pubblico, rende profondamente attuale questa visione e offre alla riflessione politica e giuridica l’occasione per riconsiderare, attingendo al pensiero dei costituenti cattolici, forme e istituti con cui rafforzare la partecipazione dei cittadini alla vita politica e sociale. Anche la visione del lavoro, supremo valore costituzionale, meriterebbe di essere rimarcata: anche qui l’apporto dei costituenti cattolici è stato importante, non solo nella definizione dell’articolo 1, e attenzione, quell’articolo 1 che recita “Repubblica democratica fondata sul lavoro” fu voluta da Amintore Fanfani in contrapposizione alla formula, preferita dalle sinistre, “Repubblica democratica dei lavoratori”, di più marcato carattere classista ed anche, se volete, economicista. Quel contributo fu decisivo anche nella definizione del lavoro non come mera “fonte di reddito”, ma come presupposto imprescindibile della dignità, nel lavoro noi troviamo la dignità, ogni essere umano trova la misura della sua dignità. Il lavoro – nel pensiero dei costituenti cattolici – è lo spazio nel quale l’uomo esprime la sua personalità, contribuendo – come afferma l’articolo 4 della Costituzione – al progresso materiale e spirituale della società. Quindi non è solo un diritto sociale, ma è anche un diritto di libertà, che si radica nella natura morale dell’uomo, tanto che ciascuno dovrebbe poter lavorare secondo la propria possibilità, secondo la propria scelta, è c’è tutto un grumo di articoli della Costituzione che si riannoda a questa concezione.

Più in generale, in campo economico, sempre traendo ispirazione dalla dottrina sociale della Chiesa, i costituenti cattolici elaborarono una terza via tra liberalismo e marxismo, in grado di conciliare il riconoscimento dei diritti con le istanze sociali più avanzate. La critica all’individualismo liberale muoveva dalla sollecitudine evangelica verso i poveri, verso gli oppressi, ai quali, per un supremo dovere di giustizia, occorre fornire i mezzi necessari per poter vivere dignitosamente. Ma nello stesso tempo, in antitesi con i modelli collettivisti e con ogni forma di dirigismo interventista, l’azione riformatrice, volta a estendere quanto più possibile i benefici della vita associata, doveva avvenire attraverso la collaborazione, quanto più possibile fruttuosa, tra le classi sociali, secondo un modello, che sarà caratteristico della Democrazia cristiana, il modello interclassista, capace di porre in relazione, in vista di un dialogo e di una loro pacifica composizione, interessi economici anche fortemente contrastanti.

La vocazione a fondare l’attività economica su un preciso quadro valoriale è al cuore delle teorie economiche e lavoriste dei costituenti cattolici. E qui dobbiamo citare ancora soprattutto di Amintore Fanfani, fortemente orientato a sostenere la necessità di astringere il sistema capitalistico a precisi controlli pubblici.

Oggi, in un mondo segnato da nuove e intollerabili diseguaglianze, nel quale il lavoro adeguatamente retribuito torna ad essere, ahimè, “privilegio di pochi”, nel quale nuove forme di sfruttamento pongono in discussione diritti che ritenevamo acquisiti per sempre al patrimonio delle nostre democrazie avanzate, in cui si acuiscono i conflitti tra la massa degli esclusi e i pochi privilegiati chiusi nelle loro “fortezze assediate”, di grande attualità può tornare ad essere la lezione del cattolicesimo democratico. E qui c’è l’attenzione che la Chiesa pone, con rinnovato interesse, ai temi sociali è il segno dell’emergere di nuove sfide, ai quali i cattolici non possono sottrarsi. Pensate, ad esempio, all’enciclica Laudato si’, insieme all’esortazione apostolica Evangelii gaudium che – pur in un mutato contesto geopolitico – potremmo considerare la Rerum novarum del XXI secolo, ecco, questi testi richiamano le coscienze dei cattolici a un potente risveglio dal torpore nel quale sembrano cadute; costringono a guardare, con rinnovata sollecitudine, alle tragedie del tempo attuale; chiedono di compiere ogni sforzo per ridurre le macroscopiche ingiustizie che attraversano la nostra società e che mettono in discussione, in misura non tollerabile, i diritti fondamentali della persona; richiedono la massima attenzione alla soluzione delle crisi planetarie, crisi di questi giorni, con particolare riguardo alla crisi ambientale, oltre che alla crisi siriana; impongono di riconsiderare il rapporto tra economia e finanza, tra produzione e consumo, nella consapevolezza che l’uomo esprime valori che non possono ridursi al solo soddisfacimento di bisogni individuali ma l’uomo persegue interessi che sfuggono alla egoistica logica del profitto. Ed è per questo anche che le teorie economiche oggi sono in crisi, quelle tradizionali, quelle fondate sulla scelta razionale, perché l’uomo non è solo fatto, intriso di razionalità economica.

L’ulteriore profilo che vorrei mettere in luce, tra i tanti che il tema che mi è stato assegnato sollecita e suggerisce, è il valore della laicità. Questo principio, vedete non è affermato in modo esplicito in nessuna disposizione costituzionale, si è – se mi permettete – progressivamente disvelato, è emerso, dalla trama del Testo costituzionale, in una sua peculiare declinazione, certamente molto lontano da quello che è il modello di laicità che vediamo altri modelli giuridici. Perché al tradizionale aspetto garantista, di matrice liberale, si affianca l’aspetto promozionale, in base al quale la laicità non è avvertita come esclusione degli interessi religiosi dei cittadini dallo spazio pubblico e dall’area di intervento dei pubblici poteri, ma il principio di laicità è qui da noi inteso come riconoscimento del ruolo del fattore religioso, nella consapevolezza dell’apporto che quella dimensione può offrire al dibattito pubblico in una sfera plurale, in una sfera polifonica. E ci sono vari articoli, ovviamente, della Costituzione da cui traiamo fondamento e diciamo fondiamo questa interpretazione, questo modello di laicità fortemente inclusivo. Ecco ma, inizio ad avviarmi a conclusione perché sto approfittando molto della vostra pazienza, me ne rendo conto, però dobbiamo chiederci cosa resta oggi di questo patrimonio straordinario di cultura politica?

Certamente il patrimonio di idee e di valori, che la tradizione politica del cattolicesimo democratico ha elaborato nel corso del XX secolo, rappresenta una risorsa etico-politica alla quale poter attingere, anche muovendo da prospettive differenti, con lo scopo di individuare i percorsi più efficaci per perseguire il bene comune. D’altra parte, il cristianesimo è una religione “incarnata”: per un cristiano ogni fuga dalla responsabilità “politica”, da una prospettiva di cura e di responsabilità, è una fuga dal mondo, è un tradimento della propria missione. Ne erano pienamente consapevoli i cattolici che parteciparono prima alla lotta di liberazione nazionale e, poi, all’Assemblea costituente, assumendosi la responsabilità della costruzione del nuovo Stato democratico.

Certamente il nuovo umanesimo, al quale – mi avete sentito menzionarlo spesso – al quale è ispirata la mia azione politica e che alimenta il mio impegno al servizio del Paese, trae nutrimento da quel patrimonio di valori che merita di essere attualizzato e vivificato, per i tratti di sorprendente modernità che vi si scorgono e, soprattutto, per la sua capacità di offrire risposte ai bisogni più profondi dell’uomo contemporaneo, attraversato da nuove paure e da un rinnovato senso di smarrimento, di finitudine.

Dopo decenni di ritiro dalla politica, ai cattolici serve comunque un sussulto di responsabilità e, vedete, senza indulgere in ripiegamenti identitari o abbracciare posizioni temporaliste, è chiesto a essi di animare la vita politica e sociale, collaborando, laicamente, con metodo democratico, alla vita della “città terrena”, per offrire il contributo della propria visione dell’uomo e della società, che tanta parte ha avuto nella costruzione dei nostri ordinamenti democratici e, attenzione, anche della casa comune europea, alla quale, ricordiamo, attesero in spirito di collaborazione tre grandi democratici cristiani: De Gasperi, Adenauer, Schuman.

Ci si può interrogare se questo sia il tempo di una rinnovata unità politica dei cattolici. Se oggi si avverta la necessità o forse anche solo l’opportunità di una compagine partitica organizzata dai cattolici. Forse, più che di una rinnovata “Democrazia cristiana”, ragionerei, come suggeriva Pietro Scoppola, di una rinnovata “democrazia dei cristiani”.

Una rinnovata presenza dei cattolici nella politica italiana può senz’altro costituire, infatti, una preziosa risorsa etico-politica utile a declinare, tra le altre cose, i termini e i contenuti di un nuovo umanesimo che muova, punti al primato della persona, colta nella concretezza della sua dimensione esistenziale e sociale, per poi fornire risposte alle molteplici sfide a cui la nostra epoca espone l’essere umano: che vanno dal potere della tecnica che tende a sopraffarlo, dalla globalizzazione che tende a emarginarlo, dalla imperante visione economicistica che tende a esiliarlo ai margini del consorzio sociale, da una rivoluzione info-telematica che rischia di anonimizzarlo.

Oggi più che mai i cattolici sono chiamati a fornire il loro contributo di idee, di cultura politica e istituzionale, di credibilità personale, di passione civile. Oggi più che mai i cattolici sono chiamati, coraggiosamente, a fornire la loro testimonianza misurando lo scarto tra i propri aneliti religiosi e le difficoltà secolari.

In definitiva, e concludo, a distanza di quasi cento anni, pur in un contesto politico, sociale ed economico profondamente diverso, rimane attuale, rimane attuale l’appello all’impegno in politica dei cattolici fatto da Sturzo e la sua esortazione ad essere “liberi e forti”. Grazie per l’attenzione.

Governo Italiano Presidenza del Consiglio dei Ministri