Intervento del Presidente Conte al Senato in occasione del "Giorno del Ricordo"

Lunedì, 10 Febbraio 2020

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in Senato in occasione della celebrazione del “Giorno del Ricordo” in memoria di tutte le vittime delle foibe.

Presidente Alberti Casellati, Presidente Fico, Ministro Azzolina, Autorità, gentili Ospiti, questa intensa celebrazione si compie oggi qui, oggi, in questa Aula, dove sedici anni fa veniva consacrata – è stato ricordato – dal Parlamento, a larghissima maggioranza, l’istituzione del “Giorno del Ricordo”.

Da allora, ogni anno, celebriamo la memoria di una tragedia nazionale ed europea, consumata in quelle splendide, martoriate terre del confine orientale, dove – come scriveva nel 1947 lo storico di origine istriana Ernesto Sestan – si sono scontrati quei nazionalismi esasperati, quei totalitarismi oppressivi che hanno macchiato a tinte feroci l’Europa del Novecento.

Non è solo il numero di coloro che persero la vita soprattutto tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 a sconvolgerci e a imporci il dovere morale di ricordare. Le modalità in cui vennero decise le sorti di tanti italiani furono efferate: esecuzioni sommarie, reclusioni in campi di detenzione, uomini vivi e morti gettati negli abissi delle Foibe, inghiottiti – per tanti, troppi anni – dall’oblio e dal silenzio.

Il territorio dell’Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia, luoghi già martoriati dagli orrori degli anni precedenti, conobbero un’ulteriore ondata di violenza – ideologica, sociale, etnica – esercitata in maniera indiscriminata su quegli italiani che scamparono allo sterminio, anche persone totalmente estranee a qualsiasi legame con il regime fascista.

Cominciò il drammatico esodo verso l’Italia: paesi e città si spopolarono della secolare presenza italiana, sparirono lingue, dialetti e una cultura millenaria risalente agli insediamenti romani e consolidatasi con la Repubblica di Venezia; vennero smantellate reti familiari, sociali ed economiche, vennero esiliate storia, diversità, pluralismo, convivenza, sui cui pure si era forgiata nei secoli la civiltà di quei luoghi.

A causa di tali atti persecutori circa duecentocinquantamila profughi, rientrando in Italia in situazioni drammatiche, sperimentarono nuove indigenze e privazioni, la difficile integrazione nel tessuto nazionale, il mancato risarcimento, ma soprattutto il dolore degli esuli, acuito dalla cortina di silenzio calata su quella tragedia e dal mancato riconoscimento pubblico dell’ingiustizia subita.

Oggi siamo qui per risanare la ferita inferta a quelle genti e ai loro discendenti, per chiedere ancora una volta scusa per l’oblio che ha inghiottito per decenni questa sciagura nazionale, alla quale i contemporanei – per superficialità o per calcolo, come ha avuto modo di sottolineare il Presidente Mattarella – non hanno dato rilievo.

Oggi siamo qui per ricordare e per riannodare il filo di una memoria spezzata, ma soprattutto per conservarla e per trasmetterla alle nuove generazioni.

Non si può infatti costruire una memoria condivisa e collettiva del passato senza il contributo delle diverse componenti della società.

Il percorso che ha condotto all’istituzione del Giorno del Ricordo è stato lungo, è stato faticoso, frutto dell’abnegazione con cui le associazioni degli esuli, i loro discendenti, letterati, storici e intellettuali hanno alzato per anni la loro voce contro l’indifferenza.

Ricordo qui le struggenti, bellissime pagine letterarie di Nelida Milani, che stiamo per ascoltare, di Enzo Bettiza, di Guido Miglia, di Fulvio Tomizza, di Lina Galli, di Claudio Magris, e di tanti altri che hanno rivendicato il proprio diritto a testimoniare. Ha affermato Bettiza, “per un esule, quale sono stato, la parola era il solo modo per difendere l’identità”.

Questo percorso è anche il frutto di un processo di emersione della coscienza nazionale, che ha coinvolto intellettuali e politici, impegnati in una riflessione più matura, più consapevole su quei tragici fatti, in tutta la loro profondità e complessità storica.

È segno di grande maturità, per un popolo, affrontare la comprensione di fatti e memorie anche conflittuali del proprio passato, attraverso un dibattitto pubblico serio, rigoroso, scevro da strumentalizzazioni, in cui storia, memoria e identità sono strettamente connesse.

Non si può non ricordare qui, in quest’Aula del Senato, che la legge del 2004 fu l’esito del confronto tra forze politiche contrapposte, che allora misero da parte le preclusioni ideologiche, le differenze valoriali, anche fortemente rivendicate, per impedire che quella dolorosissima vicenda continuasse a essere motivo di scontro e divisione, e perché al contrario divenisse fattore di unità del popolo italiano.

Oggi la comunità nazionale considera questa tragica memoria come patrimonio costitutivo della propria identità nazionale.

L’etica della responsabilità ci richiama tutti a tenere vivo quel ricordo, anche per arginare, per condannare qualsiasi forma o episodio, per quanto isolato, di riduzionismo o negazionismo o qualsiasi tentativo di bieca strumentalizzazione politica.

Nel 2004, quando il Parlamento italiano approvava la legge sull’istituzione del giorno del ricordo, la Slovenia entrava a far parte dell’Unione europea.

L’idea dell’integrazione europea è nata – lo possiamo dire – proprio dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, per unire popoli e Stati, che si erano combattuti ferocemente per la conquista di frontiere, e si è espansa poi, per successive adesioni, soprattutto verso il quadrante orientale, per ricucire le profonde ferite inferte da odi nazionali.

Mi rivolgo in particolare ai giovani, voi giovani, potete oggi viaggiare in quelle terre orientali della Slovenia e della Croazia. Viaggiate per motivi di studio, lavoro, divertimento anche, senza più dover oltrepassare frontiere.

In quelle terre, dove c’erano cortine e dove ci sono state – anche in un passato così recente – guerre etniche, oggi c’è uno spazio comune di integrazione, di scambio, anche di promozione di diritti.

Ma è importante non dimenticare, non sottovalutare mai il rischio di nuovi nazionalismi, di nuovi odi, divisioni, di nuovi oblii.

“Mai dimenticherò quella notte…, mai dimenticherò quel fumo… mai dimenticherò quelle fiamme… mai dimenticherò quel silenzio” scrisse così Elie Wiesel, testimone di crimini indelebili contro l’umanità.

Ecco, il Giorno del Ricordo serve per ripetere quella formula espressiva, quel “mai dimenticherò” perché essa possa risuonare nelle nostre menti, nei nostri cuori, in modo da esser certi che trapassi in via definitiva nella nostra storia nazionale, nella storia d’Europa, nella storia di ognuno di noi.


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