Intervento del Presidente Conte al centenario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro

Venerdì, 31 Maggio 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alle celebrazioni per il centenario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro in Campidoglio, presso la Sala degli Orazi e Curiazi.

Buongiorno a tutti. Io rivolgo un caloroso saluto alle persone che qui riconosco: il Vice Ministro Del Re, il Sottosegretario Cominardi, gentile Sindaco, il Direttore Generale dell’OIL, il Segretario Generale della CGIL, il professor Giovannini. E però saluto anche tutte le altre autorità presenti. Scusatemi, ma rivolgo un saluto collettivo e, ovviamente, saluto tutti gli ospiti presenti.

È con grande piacere che partecipo alla celebrazione del centenario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la cui preziosa attività rappresenta una continua fonte di importanti indicazioni sullo “stato di salute” del lavoro nel mondo. 

Questa mattina avete discusso – ho visto anche le sessioni di lavoro come erano organizzate - del futuro del lavoro, alla presenza dei vari soggetti - degli stakeholders, dei rappresentanti del Governo, delle imprese e dei sindacati - che, in maniera innovativa, precorrendo i tempi, da cento anni l’OIL ha posto alla base della propria struttura tripartita. 

Grazie all’opera di ricerca e all’opera di informazione dell’Organizzazione, sappiamo che molto è stato fatto per migliorare le condizioni di lavoro nel mondo, ma che altrettanto resta da fare. Siamo ben consapevoli che c’è ancora molto da fare. I temi fondanti che sostengono la missione istituzionale dell’OIL - quali la libertà di associazione, il diritto di organizzazione, la negoziazione collettiva, l’abolizione del lavoro forzato, la parità di opportunità ed un adeguato trattamento retributivo - sono i cardini di un diritto al lavoro che vorremmo vedere applicato ovunque e dovunque con lo stesso intransigente rigore. 
Io dico che quando queste condizioni, su cui noi riconosciamo dei principi di civiltà, non vengono rispettate, si procura a svantaggio dei Paesi che invece le rispettano un vero e proprio fenomeno di dumping sociale. 

In virtù della propria peculiare struttura, l’OIL ha elaborato fondamentali convenzioni internazionali, ratificate dalla maggioranza degli Stati membri, che hanno individuato gli standard minimi relativi alle condizioni di lavoro ed ai diritti dei lavoratori. Sono ormai penetrate nell'ambito del nostro bagaglio di conoscenza - per esempio i miei studenti a giurisprudenza studiano queste convenzioni - e queste convenzioni hanno segnato altrettanti passi verso la garanzia di condizioni di lavoro più giuste, una retribuzione più equa, l’eliminazione del lavoro forzato e dello sfruttamento del lavoro minorile. Da ultimo, nel 2013, l’Italia ha ratificato la convenzione sui lavoratori domestici, che riconosce il lavoro familiare, specie delle donne, assolutamente degno di ogni tutela, elevandolo da quel limbo di informalità in cui spesso è relegato. 

Ma il merito dell’OIL è persino – semi permettete - più alto, a mio avviso, perché la sua esistenza stessa, da cento anni, ci induce a riflettere sulla nozione di lavoro dignitoso. Questa è una espressione che un po’ deriva da una formula anglosassone, io preferirei ragionare di lavoro di qualità, di buona occupazione. Quindi, sul lavoro dignitoso, il suo senso storico sociale e il suo significato autenticamente umano perché, a chi segue le mie iniziative, non sarà sfuggito che parlo spesso della necessità di un nuovo umanesimo ed è chiaro che un programma di nuovo umanesimo non può che passare assolutamente da un lavoro di buona qualità o, se volete secondo l'accezione corrente, lavoro dignitoso.

Ma cos’è questo tipo di lavoro? È innanzitutto un lavoro sostenibile, che non danneggi la salute del lavoratore, che non rechi danni all’ambiente; un lavoro che promuova la dignità della persona umana, garantendo a chi lo svolge un salario equo, proporzionale alla quantità e alla qualità del lavoro prestato.

È dignitoso quel lavoro che garantisca al lavoratore la libertà dai bisogni, affinché egli possa, oltre che garantire una esistenza rispettabile per sé e la propria famiglia, come anche recita il nostro dettato costituzionale, vivere coltivando i suoi affetti e i suoi interessi. È un lavoro dignitoso quello che non costringe le donne al dilemma, a scegliere se essere lavoratrici o madri. Un lavoro dignitoso è quello che non sradica la persona dal suo contesto di vita culturale, dai suoi affetti, dal suo contesto di vita, se del caso, familiare; quindi, quando i nostri giovani sono costretti a migrare all'estero quello non è un lavoro dignitoso: se lo fanno per scelta personale, per cercare nuove esperienze di vita,  nuove opportunità lavorative è un conto, ma se sono costretti a farlo perché non hanno occupazione in Italia questo per noi, per nostro Paese è un a grande iattura. Il lavoro dignitoso è anche quello che tutela i soggetti più vulnerabili, i disabili, le donne in gravidanza, chi svolge mansioni particolarmente faticose e usuranti, coloro che si ammalano. Lavoro dignitoso è, infine, un lavoro in cui nessuno è discriminato per ragioni razziali, politiche, religiose, di orientamento sessuale. 

È per me emozionante, vorrei dire, ricordare che tutti questi punti nodali, promossi dall’OIL tra i suoi Paesi membri, sono al centro –pensate - della Costituzione Italiana. Sotto questo profilo, la carta costitutiva dell’OIL resta un fondamentale esempio di contratto sociale universale, i cui principi sono stati ripresi – come sapete -  dalla nostra Assemblea Costituente al momento della stesura della Costituzione, che da questo punto di vista è un testo ancora oggi, a tantissimi decenni di distanza, ancora molto avanzato su questo fronte.

Per la Costituzione italiana, il lavoro è un diritto, non una merce, un mero fattore della produzione. Non è una merce, cioè un semplice oggetto di scambio, perché coinvolge una persona umana, che è il lavoratore. Ed è un diritto peculiare, giacché - al pari degli altri diritti sociali - richiede di essere attuato prospetticamente tramite obblighi dello Stato nei confronti dei cittadini. “La Repubblica – ricordate il dettato costituzionale? - riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. E ciò in virtù di un spirito genuinamente umanista che la pervade (qualcuno dice personalista), di un’alta visione dell’uomo che la sorregge: ogni persona umana ha in sé un potenziale e la mancata espressione di questo potenziale, dovuta alla disparità delle condizioni di partenza e all’iniqua distribuzione delle risorse, non può essere tollerata. Il lavoro, che ciascun cittadino dovrebbe svolgere “secondo le proprie possibilità e la propria scelta”, realizzando un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale, al progresso spirituale della società, esprime il potenziale di cui ciascuna persona dispone e quindi, nel manifestar questo potenziale, rendere questa persone utile alla comunità, la rende cittadino a pieno diritto, nelle sue potenzialità.

Ma quanto di ciò che è sancito nella Costituzione in materia di diritto al lavoro e di diritti dei lavoratori è attuato oggi? Ecco, questo è il quesito che dobbiamo porci tutti: io come decisore e ciascuno per quanto riguarda le rispettive competenze e le rispettive responsabilità, deve provare a rispondere a questo quesito. Proprio il rapporto dell’OIL 2019 sulle condizioni dei lavoratori in prospettiva comparata rivela che un lavoratore su cinque in Europa ha un lavoro di bassa qualità in termini di sicurezza, salario, dignità sociale. Sempre secondo i dati dell’OIL, in Italia tra il 28 e il 35% dei giovani cercano lavoro senza successo. Il dato, assolutamente preoccupante, rivela in modo perspicuo che gli Stati nazionali soffrono di un’incapacità ormai strutturale a condurre una politica del lavoro che punti con ragionevole speranza all’obiettivo della piena occupazione.
Il rapporto OIL riporta ha una stima di 190 milioni di disoccupati nel mondo e di 2 miliardi che hanno un impiego informale, eppure lo stesso rapporto parla di eccessivo orario di lavoro per molti occupati (ben il 36 per cento). Se da un lato, quindi, milioni di lavoratori non trovano occupazione adeguata, dall'altro abbiamo milioni di lavoratori impiegati per un numero eccessivo di ore, di giorni, che rischiano addirittura di ammalarsi per l'intensificazione del loro mestiere, della loro professione; questo accade sia nella manifattura, sia nei servizi nonostante l'automazione, la robotizzazione l'informatizzazione offrano le opportunità per migliorare le condizioni dei lavoratori.

Questi problemi vanno discussi in tutte le sedi internazionali come l'OIL, perché hanno natura innanzitutto globale; l'Italia dovrà affrontarli in sede europea e spero che le nuove istituzioni, il nuovo Parlamento, la nuova Commissione, diano priorità al lavoro dei cittadini europei, pongano il lavoro al centro, il lavoro di qualità, la buona occupazione.

Tuttavia alcuni problemi sono endemici in Italia, ne siamo consapevoli. Dovremo affrontarli con particolare attenzione e determinazione: mi riferisco ad esempio al lavoro informale, al lavoro nero, al caporalato. In questi giorni - permettetemi di aprire una piccola digressione -  Radio 3 sta trasmettendo la lettura di “Fontamara” il capolavoro di Silone che descrive la condizione dei braccianti abruzzesi, i cosiddetti cafoni. Il libro è ambientato nel ’29, eppure ancora oggi, nel 2019, a risentirlo per radio ci restituisce tutta l'attualità di condizioni di vita dei lavoratori inaccettabili.

Il PIL pro-capite italiano, se sino alla metà degli anni Novanta ha guadagnato terreno, avvicinandosi ai Paesi più avanzati quali Francia e Germania, dalla seconda parte dello stesso decennio ha iniziato inesorabilmente a calare, così come il tasso di crescita della produttività. Sono gli anni della riforma della contrattazione sindacale, della stagnazione delle retribuzioni, della fine dell’indicizzazione salariale. Mentre fino a quel momento le retribuzioni erano cresciute, anche se a tassi contenuti, in seguito i lavoratori hanno assistito alla progressiva perdita di potere d’acquisto dei salari, scivolando verso un graduale impoverimento. Le riforme che si sono succedute sono tutte andate nella direzione di un mercato del lavoro precarizzato, con la conseguente crisi della domanda interna che abbiamo conosciuto. L’austerità ha infine segnato il declino di ogni politica di intervento a protezione e a sostegno del lavoro. I pilastri dello Stato sociale (sono l’istruzione, la sanità, le pensioni) sono stati severamente riformati in direzione di un sempre minore intervento dello Stato – è stata la c.d. contrazione del welfare. Una volta favorita la precarizzazione del rapporto di lavoro, aumentato il carico fiscale e diminuita la spesa pubblica, la disoccupazione diffusa ha finito infine per costringere i giovani, in particolare, e ormai anche i meno giovani, ad entrare nel mondo del lavoro a remunerazioni decrescenti, con la conseguente disarticolazione del quadro costituzionale di riferimento in materia di tutela del lavoro.

Ma il monito del costituente, che l’abbiamo detto e ricordato prima, non ha perso nel tempo la sua attualità, è chiaro: il lavoratore non può essere considerato una “merce”, un oggetto di scambio, bensì un soggetto portatore di diritti fondamentali. In vista di questo obiettivo in questi mesi abbiamo operato su più fronti, impegnando anche imponenti risorse pubbliche.

Mi riferisco al decreto-legge n. 4 del 2019 in materia di “reddito di cittadinanza” e di determinazione delle “quote” per l’accesso alle prestazioni pensionistiche.

Il reddito di cittadinanza – l’erogazione del quale, come è noto, è subordinata al rispetto, da parte del beneficiario, di alcune condizioni – è una misura che restituisce (noi confidiamo) dignità e speranza sia a quanti, a causa della crisi strutturale dell’attuale sistema economico, sono ancora alla ricerca di una prima occupazione, sia a quanti hanno perso il lavoro per effetto di queste crisi o per il mutare dei modelli di lavoro e non riescono, stentano, a ritrovare una collocazione lavorativa.

Si inserisce armonicamente in questo quadro la previsione del diritto dei lavoratori di andare in pensione al raggiungimento della cosiddetta “quota cento”, che consente, dopo un’esistenza dedicata al lavoro (stiamo parlando di un lasso di tempo molto ampio: 38 anni), di essere collocati a riposo, su domanda, in un’età, come quella di 62 anni, nella quale si dovrebbe anche avere la possibilità e il tempo di potersi dedicare al riposo. La pensione non riteniamo sia un lusso, è un reddito differito, come tale è un diritto di ogni lavoratore.

L’attuazione dell’articolo 36 della Costituzione, sotto il profilo della proporzionalità del trattamento retributivo alla quantità e qualità del lavoro, pone certamente una sfida ulteriore, cui il Governo non intende sottrarsi, quella dell’introduzione di un salario minimo orario. L’adozione di un salario minimo è uno dei più importanti meccanismi di protezione del lavoratore anche per l’OIL, che nel 1970, pensate, ha elaborato e ci ha proposto una apposita convenzione relativa alla sua fissazione, con particolare riferimento ai Paesi in via di sviluppo, dove tale misura si rende addirittura indispensabile per arginare la povertà estrema e la diffusione del lavoro informale. L’OIL introduce poi, sempre nel Rapporto della Commissione sul futuro del Lavoro, il concetto di una “garanzia universale” del lavoro, che possa assicurare a tutti standard di vita dignitosi.

L’introduzione del salario minimo in Italia, che innalzerebbe la remunerazione oraria di un italiano su cinque, avvantaggerebbe soprattutto i lavoratori il cui salario non è oggetto di contrattazione collettiva sindacale e che, fino ad oggi, sono rimasti privi di una adeguata tutela. Penso, ad esempio, a quanto stiamo facendo per introdurre “regole del gioco” più eque a tutela dei lavoratori precari come i “riders” che, non potendo essere qualificati come lavoratori subordinati secondo la nozione classica, anche quella codicistica dell’articolo 2094, sono stati sinora privati di fatto di una reale tutela, senza considerare peraltro l’indubbia etero-organizzazione della loro esperienza lavorativa, riconosciuta invece da tempo in altre esperienze giuridiche: mi viene in mente tra esse quella anglosassone, nella quale gli addetti alle piattaforme sono tendenzialmente collocati in un genere intermedio – hanno trovato questa soluzione – tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi.

È bene ribadire che non esisterebbe lavoro senza le imprese. Per questo, stiamo operando in più direzioni per creare anche condizioni migliori per le iniziative imprenditoriali ed evitare anche i cosiddetti “fallimenti di mercato”, che si sono verificati negli ultimi anni. Stiamo così approntando, con il decreto-legge “crescita”, oggi pomeriggio avrò una riunione per definire gli ultimi emendamenti governativi a riguardo e stiamo quindi nella piena fase di conversione per quanto riguarda l’iter parlamentare del decreto crescita, con esso introduciamo misure volte a ridurre il carico fiscale delle imprese e a favorire l’accesso al credito delle piccole e medie imprese.

Poi ancora, abbiamo il decreto-legge “sblocca-cantieri”, anch’esso in sede di conversione, in discussione in Parlamento per la sua conversione, con esso abbiamo introdotto misure e sbloccato risorse per far ripartire il settore edilizio – è un settore in particolare sofferenza da molti anni – e per proseguire il piano di realizzazione delle opere pubbliche, da troppi anni ferme anche per l’inerzia di quel che non è stato fatto in passato, di quel che poteva essere fatto e non è stato fatto. Siamo persuasi che tutti questi provvedimenti, non ciascuno preso isolatamente, bisogna far sistema, bisogna creare un piano integrato di azione, ecco allora che tutti messi insieme potranno contribuire a ridare impulso all’attività delle imprese, anche grazie al cospicuo piano di investimenti pubblici, che è attualmente previste e in corso di realizzazione, e quindi questi potranno tutti questi provvedimenti, queste misure, tutti insieme contribuire a creare nuove occasioni di lavoro.

Nella nostra azione di Governo l’inclusione e il dialogo con le parti sociali, fra le parti sociali, nonché una maggiore cooperazione internazionale basata sullo scambio di buone pratiche e sul miglioramento degli standard della contrattazione collettiva, sono prioritari, anche per realizzare l’obiettivo di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che mira ad una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, e un lavoro dignitoso per tutti.

Data la natura globale dei problemi, alcune soluzioni vanno trovate sicuramente nelle sedi – l’ho già anticipato – nelle sedi internazionali, mi riferisco, ad esempio alla standardizzazione della tassazione sul lavoro e sulle imprese a livello europeo, penso all’elaborazione di strumenti di welfare comunitari, penso allo sviluppo delle relazioni di lavoro a livello sovranazionale. Queste sono già, in realtà, in alcune grandi imprese, che operano su scala globale, è auspicabile però che in sede internazionale e sovranazionale si possano introdurre nuovi strumenti di partecipazione dei lavoratori, dialogo sociale, relazioni industriali, possano tutti assumere sempre di più una scala continentale per tutte quelle imprese che operano in più Paesi membri.

Sono consapevole che tutte le misure alle quali ho fatto riferimento sono vane a fronte di fenomeni che sfuggono per definizione ai parametri normativi, come il “lavoro nero”, che è una piaga della nostra società, e che negli ultimi anni ha assunto risvolti particolarmente allarmanti soprattutto nel campo agricolo, il caporalato agrario. Tuttavia il Governo rivendica con orgoglio l’applicazione rigorosa, mediante anche un’incessante attività ispettiva, delle severe norme, che attualmente abbiamo, anche di carattere penale, e che sono state poste proprio per contrastare le odiose forme di sfruttamento dei lavoratori, che finiscono con l’essere ridotti in condizioni analoghe a quelle che una volta avremmo definito vere e proprie condizioni di schiavitù. In questa prospettiva, massima attenzione e rigore occorre porre alla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Il numero, purtroppo elevato, di decessi e di gravi infortuni sui luoghi di lavoro, non può essere tollerato. Ed è un allarme per il quale dobbiamo prestare massima attenzione.

Numerose e complesse sono però le sfide di carattere più generale che dobbiamo affrontare in un contesto in continua evoluzione per effetto della globalizzazione, con la consapevolezza che ogni scelta politica in materia di lavoro impatta, più di altre, sulla giustizia sociale: l’ineguaglianza e l’esclusione costituiscono una minaccia per la coesione sociale, la crescita economica e il progresso dell’umanità. L’obiettivo che l’OIL persegue e del quale si è reso interprete è quello di una globalizzazione più equa che questo Governo sottoscrive appieno.

Anche oggi si è fatto, immagino, ampio riferimento alle nuove modalità di lavoro connesse allo sviluppo tecnologico, all’automazione. L’esigenza di porre la tecnologia al servizio dello sviluppo sociale, ambientale ed economico, esaltando le potenzialità dei lavoratori e non semplicemente sostituendoli con macchinari, è alla base degli studi della Commissione mondiale sull’avvenire del lavoro, che è anch’essa incardinata presso l’OIL, che – nel gennaio 2019, quindi pochi mesi or sono – ci ha restituito un rapporto molto interessante, che ci offre preziose indicazioni.

Anche la parità di genere e l’eliminazione dei mercati del lavoro informali sono due sfide da affrontare: e il Rapporto della Commissione globale sul futuro del lavoro le individua come nodi focali di discussione, riguardo ai quali è necessario trovare nuove soluzioni, anche nuove prospettive.

Ma non si tratta degli unici problemi aperti: la transizione verso l’economia verde evidenzia anche il tema della riconversione delle industrie ad alta emissione di anidride carbonica, anche lì con conseguente necessità di riqualificare le competenze degli addetti; l’andamento demografico e quello dei flussi migratori ci parlano del bisogno di un apprendimento continuo, per formare i giovani, renderli pronti a lavorare in diversi contesti geografici, umani, sociali e per assicurare ai più anziani contemporaneamente, attraverso corsi di aggiornamento, di riconfigurazione delle competenze, la possibilità di valorizzare la loro esperienza.

Ribadisco che la politica ha il dovere di adoperarsi per cercare di assicurare a tutti, in armonia con l’articolo 4 della nostra Costituzione, il diritto ad un lavoro dignitoso, perché il lavoro è la modalità più alta attraverso cui l’individuo realizza se stesso e realizza se stesso ovviamente nella comunità in cui vive.

Nel perseguimento di tale obiettivo, anche in Europa stiamo prestando particolare attenzione affinché nessuna scelta di stabilità monetaria possa influire negativamente sul tasso di occupazione, dobbiamo stare molto attenti su questo fronte. L’adozione del parametro del “prodotto potenziale” confligge con l’aspirazione alla piena occupazione, giacché impone un livello minimo di disoccupazione ritenuto “fisiologico”, al fine di contenere l’inflazione e garantire la stabilità dei prezzi. Ma una moderata inflazione è il segno di un’economia, come dire, di un motore che si riscalda, poiché l’occupazione avanza: la crescita dei prezzi è infatti sempre data dall’incrocio di domanda e offerta. E l’espansione salariale è il primo input di un aumento della domanda aggregata. Non a caso, le norme a tutela dei lavoratori sono – e ce lo ricordano proprio gli studi dell’OIL – una fonte di stabilità economica.

Questo complesso di regole di bilancio è pensato per combattere una battaglia che abbiamo vinto, quella dell’inflazione ma ci lascia disarmati rispetto alla vera emergenza del nostro tempo, che in Italia e in diversi altri Paesi dell’Eurozona è la disoccupazione. Ecco questa è la sfida che dobbiamo fronteggiare, che debbono fronteggiare le istituzioni europee che si insedieranno ovviamente con nuove figure, che porteranno spero nuove sensibilità rispetto a quella che dovrà essere necessariamente una stagione riformatrice.

Adriano Olivetti – e concludo – negli anni della ricostruzione, fece della ricerca e dell’innovazione nell’azienda e dell’attenzione alle esigenze dei dipendenti gli indirizzi più qualificanti del suo operato, ecco in occasione dell’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli, ebbe a pronunciare queste parole che riporto: “La nostra società crede nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura, crede che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto”.

Ecco questa voce ci sia di ispirazione assieme alla voce dei Costituenti, si salda questa voce con i principi fondanti dell’azione dell’OIL, non cessi questa voce di richiamarci ad un mandato nobile e chiaro, a tutela del lavoro, della dignità della persona, che cercheremo di perseguire con piena convinzione, con ferma determinazione.

Grazie.


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