Intervento del Presidente Conte al 73° anniversario della fondazione dell’Ucid

Giovedì, 13 Febbraio 2020

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto al al 73° anniversario della fondazione dell’Ucid.

Eminenza, gentile Sindaco, gentile Prefetto, presidente Galletti, presidente Ghidella, presidente Abete, presidente Fratta Pasini, gentili ospiti.

Sono davvero lieto di questa occasione ed è per questo anche in una giornata un po' impegnativa ho assolutamente voluto mantenere fede all'impegno che ho assunto e quindi aderire all'invito.
Anche perché è una ricorrenza particolare: il 73esimo anniversario della Fondazione dell'Unione Cristiana degli Imprenditori dirigenti. 

Quindi rivolgo un sentito augurio a tutti voi per questo genetliaco e ovviamente in particolare al nuovo presidente Gianluca Galletti che abbiamo ascoltato, ma allo stesso tempo mi associo anche al riconoscimento e ai ringraziamenti che sono stati tributati al presidente uscente Riccardo Ghidella.

Questa ricorrenza, e devo dire anche la Relazione, è molto articolata.  Questi vostri interventi ovviamente mi sollecitano, ho una responsabilità d'ufficio ovviamente, mi devo occupare anche della quotidianità dei temi del Paese, però è chiaro che sono in un contesto che mi stimola anche a svolgere qualche più ampia riflessione. 

Credo lo meritiate, per quello che avete fatto dal 1947 fino ad oggi, per i temi che la vostra associazione ha posto al centro delle sue riflessioni e della sua azione, quindi perdonatemi se, come dire, approfitto e opero qualche scarto rispetto al ruolo di Presidente, ma viene anchen fa capolino anche un po’, la mia attitudine anche di studioso. Gli anni successivi al secondo conflitto mondiale sono stati segnati da tante tensioni ideologiche ma si caratterizzarono per un forte, direi centrale motivo: la partecipazione corale all’opera di ricostruzione non solo economica del Paese. Evidentemente si trattò anche di una tenace volontà, chiaramente espressa, di riscatto e di rigenerazione morali. A quest'opera immane di riedificazione materiale, di rinascita spirituale della società contribuì in modo significativo la vostra Associazione.

Questo è un merito storico, non devo dirlo io ma è stato già detto da persone molto più autorevoli. Vi siete distinti subito per la particolare attenzione riservata ai temi del lavoro, dell'impresa, del mercato, in generale dell'economia. Temi considerati però all'interno di ammissione cristianamente orientata, fortemente inclusiva, socialmente avanzata. E la matrice culturale peraltro che ispirò l'iniziativa dei fondatori dell’Associazione è la stessa che poi animò anche l'intervento, la partecipazione, di autorevoli personaggi costituenti cattolici. Nell'ambito dell’Assemblea Costituente il contributo fu determinante. Per quel che riguarda il tema dei Diritti Sociali, del lavoro. Si trasse ispirazione, è stato ricordato, dalla dottrina sociale della Chiesa che era già chiusa allora in alcuni fondamentali documenti pontifici “Rerum novarum”, “Graves de Communi Re” di Leone XIII e poi l’enciclica “Quadragesimo Anno” di Pio XI. 

Attraverso quei documenti, già in quegli anni, si cercò di individuare, oggi poi è stato rinnovato questo anelito, questo indirizzo, soprattutto nell'intervento del Presidente Galletti, una terza via tra liberalismo e socialismo in grado di conciliare, da una parte il riconoscimento dei diritti inalienabili della persona, e dall'altra le istanze sociali più avanzate. Chiarissima, e i documenti e i resoconti del dibattito in seno all’Assemblea Costituente lo testimoniano, fu la posizione dei cattolici sul tema. Provo a riassumerla: il mercato non può essere arbitro assoluto e incontrastato perché la concorrenza se non viene temperata da principi di giustizia sociale non è in grado di indirizzare il sistema economico verso la realizzazione del bene comune, scopo verso cui deve tendere ogni comunità politica. Questa “correzione” delle logiche del mercato non poteva però realizzarsi evidentemente per mezzo di un impianto dirigista perché uscivamo da una frase di dirigismo economico peraltro caratterizzata anche da una struttura più che realizzata, pensata dal punto di vista sociale, in termini di ordinamento corporativo. 

Quindi un sistema gerarchicamente organizzato. Ecco allora la prospettiva di una fruttuosa collaborazione di cui la vostra Associazione, i costituenti cattolici, si fecero portatori. Una fruttuosa collaborazione tra classi sociali: è il modello interclassista. Questa è la grande intuizione che ha contribuito in modo significativo, e direi per certi versi anche irripetibile, alla crescita della nazione negli anni della grande industrializzazione. 

Quindi anche in virtù di questo specifico apporto, di questa specifica sensibilità, si realizzò questo processo di industrializzazione in termini che oggi invidiamo molto perché furono sufficientemente è ampiamente inclusivi, equi e attenti ai bisogni di tutti. In questo ruolo un altro elemento è stato fortemente caratterizzante, dire determinante, l’apprezzamento e il riconoscimento del ruolo delle formazioni sociali a tutti i livelli: famiglia, organizzazioni sindacali, leghe cooperative, società di mutuo soccorso e volontariato. 
Garanti del pluralismo sociale, economico, in grado di rappresentare lo strumento più adeguato anche per tutelare i soggetti più vulnerabili, più fragili, in quanto capaci di arrivare la dove lo stato non riesce ad intervenire. La grande intuizione, anche questo rimarcato dal Presidente Galletti, del valore della sussidiarietà. 

D'altra parte l’uomo, in base a questa visione, non è concepibile come una monade isolata di fronte all'ordinamento giuridico, al contrario si inserisce in un contesto di rapporti di vita, di natura affettiva, professionale, politica, che il diritto non può trascurare ma neppure l'economia deve scardinare anzi deve contribuire, devono contribuire, Diritto ed Economia politica, ad esaltare. 

La concezione della centralità della persona umana direi che racchiude l'essenza delle culture di ispirazione cristiana, che non è da intendersi come mero piegamento autoreferenziale, ma il contrario e indissolubilmente legata alla dimensione sociale dell'essere umano. Ne derivano le basi, poi sviluppate per una visione più realistica della società, capace di valorizzare al massimo i corpi intermedi e, attenzione, oggi appare una cosa scontata ma l'epoca no. Noi venivamo da una tradizione di pensiero in parte illuminista che aveva messo al bando le associazioni e in parte anche ovviamente ispirata alla politica fascista, che guardò sempre con grande diffidenza le formazioni intermedie. 

Ecco, questi indirizzi di pensiero che ho voluto tratteggiare a grandi linee, meritano oggi la massima attenzione perché ci consentono di recuperare una prospettiva capace di interpretare la crisi del nostro tempo, interrogando nel profondo le coscienze di tutti noi, nei diversi ambiti di vita, di lavoro, nei quali siamo chiamati ad operare.
In tutto il variegato panorama degli ambienti culturali, sociali, economici, ove siamo inseriti. 

Sono prospettive che interpellano, in modo speciale, la coscienza di quanti hanno – e chi vi parla è tra questi - responsabilità di governo, nella misura in cui pongono questioni fondamentali di senso, fondate su un’antropologia positiva dell’uomo.

L’attività della vostra associazione, alimentata da questa robusta tradizione di pensiero, testimonia proprio l’urgenza di ripensare il nostro modello di crescita e sviluppo, recuperando una dimensione “integrale” dell’economia, che veda l’uomo sempre come fine e mai come strumento dell’attività produttiva.

In questa epoca di transizione – un filosofo l’ha definita “tempo di passaggi” - verso nuove forme politiche, economiche, oserei dire verso nuovi modelli antropologici e comunitari, diventa quanto mai determinante ripensare in chiave autenticamente umanistica i problemi globali anche quelli nazionali.

Ecco, non possiamo quindi non riconoscere laicamente - per solo che si abbia onestà intellettuale - quanto il pensiero sociale cristiano rivesta un ruolo decisivo nell’alimentare, nei rivoli delle coscienze dei popoli quel “supplemento d’anima”, senza il quale ogni corpo sociale progressivamente si inaridisce, smarrendo il senso e le ragioni stesse della sua esistenza, e lentamente muore.

Il pensiero cristiano non ha mai smesso di ricordare  che alla persona umana, in quanto tale e a prescindere dalla suo avere dalla sua condizione sociale, va garantito, all’interno dello spettro articolato e poliedrico delle sue relazioni, il valore che le spetta, in particolare la funzione allo stesso tempo di fine e misura dell’azione politica.

Insomma il concetto di dignità, dignità dell'uomo.

Agire cristianamente nella politica, nell’economia, nel vasto panorama dell’attività lavorativa, significa dunque muovere da questa specifica attenzione alla persona, muovere dalla consapevolezza anche del mistero dell’uomo, della sua grandezza e anche dal convincimento che i diritti – ma non solo quelli di libertà, anche i diritti sociali - appartengono all’uomo in quanto tale, preesistono allo Stato che, nel riconoscerli, deve assicurarne tutela e protezione.

E qui non vi sarà sfuggito anche una profonda convinzione che si affermò nella costituzione, riassunta ad esempio da Giorgio La Pira. “Il fine dello Stato – diceva- non è altro: riconoscere, garantire e, ove necessario, incrementare e promuovere questi fondamentali diritti dell’uomo”.

Quindi si tratta ancora oggi - vedete - di una concezione che costituisce non un qualsiasi, ma forse è il miglior antidoto ai totalitarismi, di qualunque matrice, che possono manifestarsi non solo in campo politico, ma ancor di più – e sono anche più insidiosi - in campo economico. Gli ultimi decenni ci hanno consegnato un mondo caratterizzato da grande apertura commerciale, da una rapida diffusione di tantissime innovazioni tecnologiche, però - come sappiamo - abbiamo visto crescere - sono state anche richiamate queste da Sua eminenza Bassetti - le disuguaglianze, gli squilibri e i limiti di un modello fondato su ciò che Giuseppe Toniolo definiva una “difettiva analisi della natura umana”.

Si tratta di un modello culturale, che poi è costruito sostanzialmente sulla tradizione individualiste e sulla tradizione utilitarista, orientato a “misurare” l’essere umano in base alla sua “resa” economica, alla sua resa sociale: da una parte quindi, la persona è un atomo animato soltanto dalla necessità di massimizzare i suoi benefici personali e minimizzare i suoi costi; dall’altra, l’impresa si riduce a una mera “funzione matematica”, volta a generare il massimo profitto a vantaggio suoi proprietari. Ne è risultata quella che poi, anche lei Presidente Ghidella ha riassunto come una visione economicistica dell'uomo e delle attività umane anche in campo non solo economico ma anche in altri campi.

Lungi dal riporre eccessiva fiducia in questa impostazione, questa impostazione ormai è in crisi. È in crisi non solo per l'apporto e per la riscoperta del pensiero di tradizione Cristiana, ma perché proprio all'interno anche degli indirizzi che avevano sposato la teoria classica, ad esempio della scelta razionale, sono fioriti ormai nuovi indirizzi di pensiero; basti guardare agli ultimi Premi Nobel che sono stati assegnati all'economia: dall' economia comportamentale a oltre. Quindi ci si rende conto che anche la visione della realtà economica non risponde più a una logica solo economicistica Ecco perché oggi sono tutte le premesse per elaborare nuovi modelli di sviluppo e di crescita in grado di conciliare qualcosa che nella moderna economia, nell'indirizzo classico pareva inconciliabile: etica ed economia.

La crisi, che caratterizza la società contemporanea, delle diverse forme di “mediazione” tra l’uomo e lo Stato, tra singolo e potere pubblico, rende profondamente attuale questa intuizione, offrendo alla riflessione politica e giuridica l’occasione per riconsiderare forme e istituti attraverso i quali rafforzare la partecipazione dei cittadini e la centralità della dimensione umana nel lavoro.

Il lavoro non è una mera fonte di reddito, ma lo spazio attraverso cui l’uomo esprime appieno la sua personalità; l’occupazione è quindi una dimensione imprescindibile della sua dignità.

Dignità e lavoro, due poli che devono marciare all’unisono, sono anche i poli dialettici, caro Cardinale Bassetti, sui cui si è appuntata, come lei ben sa, fin dall'inizio l'elaborazione del Codice di Camaldoli, la riflessione sociale dei cristiani impegnati nel nostro Paese, di cui l’UCID – bisogna riconoscerlo pubblicamente - ha offerto una delle migliori istanze rappresentative.

Gli stessi princìpi hanno informato, nell’Assemblea costituente, il percorso che ha condotto all’elaborazione dell’articolo 36 della Costituzione, una soluzione non solo giuridicamente ma socialmente molto avanzata perché riconosce al lavoratore il diritto a una giusta retribuzione, che assicuri al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza – attenzione ai concetti - libera e dignitosa, nonché alla costruzione di un quadro articolato di diritti e di riconoscimento, con l’articolo 41 della Costituzione – ricordiamo anche l’art. 41 della Costituzione -, che la sicurezza, la libertà e, ancora una volta, la dignità umana costituiscono limiti all’iniziativa economica privata. 

Quindi ribadisco la mia ferma convinzione che la visione cristiana dell’economia e dei rapporti economici sia di grande attualità, perché può aiutarci ad affrontare le nuove sfide che emergono in Italia, in Europa e a livello globale.

L’attenzione ai temi sociali, e quindi anche ad un rinnovato impegno dei cattolici nella vita politica e sociale (lo dico ai giornalisti: non sto parlando di nuovo partito dei cattolici né tantomeno di un mio partito): stiamo parlando di una impostazione culturale evidentemente, e d'altra parte questa impostazione condivisa dal più recente magistero pontificio, come mostrano l’enciclica Laudato sì e l’esortazione apostolica Evangelii gaudium che, pur in un mutato contesto, può essere considerata la Rerum novarum – io l’ho definita così anche in altre occasioni -  del XXI secolo.

A questo proposito, molte sono le emergenze rispetto alle quali i cattolici del XXI secolo non possono rimanere indifferenti.

Penso alle macroscopiche ingiustizie che attraversano la nostra società, le quali rischiano di rimettere in discussione anche garanzie fondamentali che sembravano illusoriamente acquisite per sempre al patrimonio giuridico e culturale delle società contemporanee; penso alla crisi ambientale, che colpisce soprattutto i poveri e gli esclusi, e rischia di far ereditare alle generazioni future un pianeta sempre più insicuro, sempre più inospitale; penso agli eccessi di una certa finanza speculativa che finisce per non generare valore, ma tende ad assorbirlo.

In questo contesto, l’Italia deve affrontare purtroppo ulteriori sfide sul piano interno. Sin dalla metà degli anni Novanta la dinamica della produttività ha subito un rallentamento molto significativo, rispetto al quale il Paese stenta ancora ad invertire la rotta.

A ciò si aggiunge anche la persistenza di un alto tasso di disoccupazione, in particolare quella giovanile – molto preoccupante-, esacerbata dalla crisi economica originata nel 2007, e anche caratterizzata da un basso tasso di partecipazione delle donne al lavoro, che si colloca, ricordiamocelo sempre, ancora di 20 punti al di sotto di quella maschile.

E poi c’è la dinamica demografica, purtroppo di questi giorni le dimostrazioni demografiche dell’Istat ci offrono ulteriore motivo di seria preoccupazione, abbiamo su 100 residenti che muoiono 67 neonati, è il record storico dal 1918. E’ un dato veramente preoccupante, è un trend che dobbiamo sicuramente invertire.

In tale contesto, i divari tradizionalmente presenti nel nostro Paese - come quelli fra Nord e Sud, fra aree urbane e aree interne, fra “garantiti” ed esclusi - vengono purtroppo amplificati, bloccano quell’“ascensore sociale”, che è stato un tratto distintivo della migliore stagione della crescita italiana dopo il secondo dopoguerra.

Di fronte a queste sfide, dobbiamo mettere in campo e raccogliere tutte le nostre forze, dobbiamo concentrare le energie per vincere queste sfide. Non ci possiamo consentire distrazioni di sorta, lo dobbiamo fare perché abbiamo un obbligo, un dovere politico, un dovere giuridico ma anche un dovere morale.

Dobbiamo rilanciare la crescita e lo sviluppo sociale, dobbiamo restituire vigore alle aspettative e al sogno di un futuro migliore coltivato da tutti gli italiani.

Per riattivare la crescita e la produttività, è centrale far ripartire sicuramente gli investimenti pubblici, dobbiamo spenderci tanto in questa direzione perché vedete gli investimenti pubblici negli anni sono stati frenati non solo da una logica generica di austerità, ma anche dalla eccessiva complessità del quadro normativo e della eccessiva complessità della governance pubblica, dobbiamo creare un ambiente molto più favorevole agli investimenti pubblici e anche privati. Ecco perché dico sempre che la semplificazione di tutto il sistema della pubblica amministrazione, di tutti i procedimenti amministrativi è la madre di tutte le riforme.

Poi ancora, dobbiamo assolutamente lavorare per il rilancio dell’occupazione, in particolare dei giovani, dobbiamo offrire accesso a canali di finanziamento bancario e di mercato orientato alla crescita delle nostre imprese, senza dimenticarne le peculiarità dimensionali e territoriali, il nostro tessuto produttivo e soprattutto la forza di esso risiede nelle piccole e medie imprese. Dobbiamo far crescere i nostri campioni ma dobbiamo anche assicurare ossigeno alle piccole e medie imprese.

La crescita economica è una dimensione dello sviluppo integrale della persona che, proprio in virtù della lezione cristiana, non possiamo separare dalla solidarietà, dalla premura verso i più vulnerabili, i più fragili. Non possiamo crescere senza prestare una particolare attenzione al sistema del welfare, senza evidentemente una serie di misure a beneficio delle persone che sono in difficoltà economica.

Non da ultimo, dopo aver potenziato il sostegno alle famiglie per quanto riguarda gli asili nido e il bonus bebè, stiamo lavorando – qui c’è la Ministra Bonetti – il primo confronto con le forze di governo per rilanciare il programma di governo è stato dedicato proprio a questo, dobbiamo lavorare, noi lo chiamiamo con una formula sintetica, “Family Act”, una serie di misure che ci consentano di ordinare, riordinare ma anche potenziare tutti gli interventi attualmente già predisposti aggiungendone altri in favore delle famiglie e quindi, anche, in particolare delle famiglie numerose e a basso reddito. 

Le analisi di UCID, e mi avvio a conclusione, vi ho rubato tantissima attenzione, ne sono consapevole, ci ricordano l’importanza di promuovere la responsabilità anche sociale dell’impresa, la formazione, il microcredito e la microfinanza come strumenti qualificanti per perseguire il “bene comune”.

Un’iniziativa economica ha un impatto sociale che va al di là del profitto che genera, quindi bisogna sicuramente diffondere la cultura di una responsabilità anche sul piano sociale. E’ la consapevolezza, peraltro io aggiungo, che non bisogna tanto distrarre gli imprenditori da quello che è il loro fine, cioè far bene il loro business ma ovviamente coinvolgerli in una prospettiva di crescita di medio e lungo periodo e chiaramente in questa prospettiva la sostenibilità finanziaria, economica, ambientale, sociale diventa un aspetto fondamentale.

Sono molti i percorsi, le forme attraverso cui riannodare - nella società e nella politica - i fili di una trama, di contenuti e di proposte, che possa alimentare il dibattito politico in una sfera pubblica sempre più “polifonica”.

Sempre più si avverte il riferimento - ascoltando nel profondo anche i bisogni, le richieste che ci vengono dai cittadini - il desiderio di riferimenti sicuri, l’urgenza di recuperare, sia nelle relazioni interpersonali che nella dimensione pubblica, soprattutto nella politica, un metodo e un linguaggio mite, sobrio, autentico, responsabile, rispettoso dello Stato e delle sue Istituzioni, operativo, operoso e non distratto da polemiche.

In questa prospettiva, decisivo potrà essere il contributo dei cattolici che - insieme a quanti, pur muovendo da prospettive diverse anche distanti, condividono le medesime preoccupazioni e nutrono le medesime aspirazioni - possono convergere verso questo fondamentale obiettivo, condizione prioritaria per costruire e uso un’espressione cara ai cristiani, la civitas, la città secolare, quanto più possibile inclusiva, equa, sostenibile, solidale.

Grazie.

Governo Italiano Presidenza del Consiglio dei Ministri