Intervento al Festival dello Sviluppo Sostenibile 2019

Martedì, 21 Maggio 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto alla conferenza di apertura del Festival dello Sviluppo Sostenibile “A Leap Forward to make Europe the World Champion of Sustainable Development”.

Buongiorno a tutti, saluto le Autorità, il professor Giovannini, gentili ospiti, io desidero ringraziare l’Asvis per l’invito a partecipare alla conferenza di apertura del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2019.

Ho avuto modo già di anticiparlo e di illustrarlo in altre occasioni, lo sviluppo sostenibile è una prospettiva imprescindibile per tutti i decisori politici che intendono contribuire a migliorare la qualità di vita dei cittadini e a costruire, sul nostro pianeta, un futuro di pace, di equità e di prosperità.

In questo senso, l’appartenenza dell’Italia alla casa comune europea riveste un ruolo fondamentale. Gli indicatori corrispondenti ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, che sono stati elaborati dalle Nazioni Unite e che ci sono stati illustrati nell’ambito dell’Agenda 2030, ci mostrano infatti che l’Europa è una delle zone del pianeta in cui il livello di qualità della vita è più elevato. Si auspica, anche in prospettiva, sempre più una Europa campionessa dello sviluppo sostenibile. Un recente rapporto di Eurostat sul monitoraggio di questi obiettivi ci indica che, negli ultimi cinque anni, l’Unione europea ha progredito in quasi tutte le dimensioni dello sviluppo sostenibile, con particolare riguardo alla salute, all’istruzione, all’uguaglianza di genere, alla qualità della vita urbana. E il Professor Giovannini ci ha dato anche i dettagli.

Sono delle notizie positive, ma rispetto a queste notizie positive ci sono anche delle sfide, questioni irrisolte e complesse, foriere di tensioni ed inquietudini per il continente europeo.Il rapporto Eurostat ci offre un primo indizio in tal senso, mostrando come l’indicatore relativo alle disuguaglianze di reddito nell’Unione, negli ultimi anni, sia peggiorato sensibilmente. E in particolare, il rapporto indica che, negli ultimi cinque anni, la quota di reddito destinata al 40% più povero della popolazione europea è diminuita e che sono aumentate di molto le disuguaglianze di reddito all’interno dei Paesi membri dell’Unione.

E quest’ultima tendenza, peraltro, non si registra soltanto negli anni successivi alla crisi economica, che sarebbe anche comprensibile, ma persiste sin dal 2005, suggerendoci che il nostro modello di sviluppo, anche a prescindere dalle fasi del ciclo economico, non riesce a garantire un’equa distribuzione della ricchezza prodotta. Quindi non soltanto la ricchezza finanziaria, ma anche i benefici reali prodotti dalla globalizzazione e dall’integrazione dei mercati si concentrano nelle mani di un gruppo sempre più ristretto della popolazione.

Occorre allora riaffermare con determinazione quali siano gli obiettivi di una politica economica, sociale ed ambientale che sia davvero al servizio dei cittadini,  quali siano gli strumenti più adatti per conseguire questi obiettivi.

Per il Governo, l’obiettivo prioritario è incrementare il benessere delle generazioni attuali, preservando tuttavia quanto più possibile quello delle generazioni future; lo sviluppo sostenibile, in quest’ottica, è uno strumento fondamentale per conseguire questo obiettivo, perché ci aiuta a valutare il progresso di un Paese in un quadro multidimensionale, e non soltanto ci induce a ragionare secondo l’angusto parametro dell’homo oeconomicus.

Dal punto di vista strettamente economico, promuovere il benessere significa lottare contro la povertà, contro le disuguaglianze, favorire la partecipazione al lavoro, mirare a una piena “buona” occupazione.

Dal punto di vista della salute, significa senz’altro aumentare la qualità e l’efficienza dei servizi sanitari, ma soprattutto significa agire sulla prevenzione e, quindi, promuovere un’alimentazione e uno stile di vita sani.

Sul piano ambientale, significa creare le condizioni per un ambiente di vita sano, riducendo le emissioni di CO2 e promuovendo la transizione ecologica verso fonti energetiche pulite e rinnovabili per contrastare il cambiamento climatico.

Il titolo di questo Festival, che è giunto alla terza edizione, ci esorta giustamente a compiere un avanzamento coraggioso (è stata usata anche questa parola e credo sia una parola giusta), per rendere, come dicevo, l’Europa “campione mondiale” dello sviluppo sostenibile. Per farlo, dobbiamo innanzitutto comprendere se l’attuale struttura dell’Unione e, in particolare, dell’Eurozona sia adatta o meno a preservare e distribuire il benessere in modo equo. E non possiamo limitarci ad osservare le dinamiche aggregate dell’Unione, ma dobbiamo anche capire, come pur ci è stato anticipato, cosa accade all’interno dei singoli Paesi, delle classi sociali, delle diverse fasce d’età.

Proprio per studiare ed approfondire questi fenomeni complessi e quindi illuminare la strada dei decisori politici – del decisore politico, il sottoscritto – ho approntato proprio in questi giorni – confido di sottoscriverlo già oggi o comunque in settimana – un decreto volto a istituire una Cabina di regia apposita, a Palazzo Chigi, presso la Presidenza del Consiglio, che ho chiamato “Benessere Italia”, allo scopo di coordinare le politiche di tutti i ministeri nel segno del benessere dei cittadini.

È una Cabina di regia che consentirà al nostro Paese e alle nostre politiche di perseguire in modo più avveduto, più incisivo, gli obiettivi dell’Agenda 2030.

Tra le attività di studio che la Cabina conduce ne vorrei menzionare una, particolarmente pertinente al tema odierno, riguardante l’analisi approfondita dello “stato di avanzamento” dell’Unione, in base agli obiettivi fissati dall’articolo 3 del Trattato, nel quale sono richiamati i principali obiettivi di sviluppo dell’Unione. Vi ricordo: uno sviluppo sostenibile, una crescita economica equilibrata, un’economia fortemente competitiva che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, un livello elevato di tutela dell’ambiente. In esso sono contenuti anche importanti riferimenti alla lotta all’esclusione sociale, alle discriminazioni e alla solidarietà intergenerazionale.

Sono questi i valori fondamentali europei in cui crediamo e che, a mio avviso, devono essere considerati come il fine, non il mezzo, del processo di integrazione. 
Ma proprio per questo dobbiamo chiederci se stiamo facendo abbastanza per rendere concreti questi princìpi.

Se consideriamo, ad esempio, la dimensione del progresso sociale, gli indicatori disponibili per Paese ci narrano una storia di asimmetrie, divergenze. Ne è un esempio il tasso di disoccupazione di lungo periodo, che mostra quanta parte della popolazione attiva si trovi, da oltre dodici mesi, senza lavoro.

Nel 2001 in Italia si trovava in questa condizione il 6% della popolazione attiva in età da lavoro, un valore che è costantemente diminuito fino al 3% nel 2008, quando è giunta anche in Europa la crisi finanziaria, quella proveniente dagli Stati Uniti. Da quella data, il tasso di disoccupazione di lungo periodo ha continuato ad aumentare fino a toccare il 6,2% nel 2018: solo Grecia e Spagna, all’interno dell’Eurozona, presentavano, al termine dello scorso anno, valori superiori ai nostri. È un valore – pensate - doppio rispetto al tasso di disoccupazione medio nell’Unione europea e superiore di 2 punti percentuali rispetto a quello registrato in media nell’Eurozona. 

Inoltre, le persone che nel 2018 si trovavano in questa condizione da oltre 1 anno rappresentavano il 58% dei disoccupati nel nostro Paese, esattamente 10 punti percentuali in più rispetto al 2010. In media, nell’Unione europea lo stesso tasso di disoccupazione di lungo periodo è cresciuto dal 39,7% al 43% nello stesso periodo, a dimostrazione che le politiche economiche condotte dopo la crisi non hanno invertito la tendenza al peggioramento del mercato del lavoro, non hanno contribuito a ridurre le divergenze tra Paesi.

Da questo punto di vista, dobbiamo riconoscere, alla luce di questi dati, che l’esclusione sociale, di cui la disoccupazione cronica è una delle cause di maggior rilievo, non è stata combattuta a sufficienza, non è stata contrastata, nonostante quanto previsto dall’articolo 3 del Trattato.

Di fronte a questo quadro, il Governo che presiedo, si è orgogliosamente definito “Governo del cambiamento” e ha voluto da subito riportare il benessere dei cittadini al centro dell’agenda politica.

La fase che ho chiamato “fase 1” della nostra azione abbiamo agito con determinazione per mettere, come dire, in sicurezza le fasce più deboli della popolazione. Abbiamo concentrato, come sapete, risorse importanti nella legge di bilancio scorsa per il contrasto della povertà, per la partecipazione al mercato del lavoro, la formazione, il ricambio generazionale, l’incentivazione del lavoro giovanile, la riduzione del carico fiscale su lavoratori autonomi e piccoli imprenditori, la famiglia, l’istruzione, in parte anche la ricerca, la gestione ordinata dell’immigrazione e l’ordine pubblico.

Nella “fase 2”, che si è aperta con il decreto-legge “sblocca-cantieri” e con il decreto “crescita”, stiamo adesso contribuendo a migliorare, a liberare le energie del Paese attraverso semplificazioni amministrative, nuove misure a sostegno delle piccole e delle medie imprese e ad esempio anche con specifiche misure come lo stanziamento di 500 milioni a beneficio dei Comuni per gli investimenti in efficienza energetica e nella prevenzione del rischio sismico.

Siamo consapevoli dei rischi provenienti dal quadro internazionale, ma le previsioni realizzate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze circa l’impatto delle nostre misure sul benessere dei cittadini sono direi nel complesso incoraggianti. Negli allegati al DEF sugli indicatori di benessere equo e sostenibile, viene stimato che, dal 2019 al 2022, le nostre misure faranno registrare un aumento del reddito medio disponibile pro capite di 1.541 euro annui, pari all’8,6%. 

Anche l’indice di disuguaglianza del reddito, misurato come il rapporto tra il reddito del 20% più ricco della popolazione e il reddito del 20% più povero della popolazione, mostra un netto miglioramento nelle previsioni.

Ancora, l’indice di povertà assoluta si riduce di 1,6 punti percentuali a livello familiare e di 1,4 punti percentuali a livello individuale, ed è prevista una riduzione del tasso di mancata partecipazione al lavoro, soprattutto femminile.

A quello delle politiche sociali, non è certo l’unico fronte sul quale siamo e dobbiamo intervenire.

Lo scorso marzo è stato presentato il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2030, è sicuramente uno strumento fondamentale che segna l’inizio di un importante cambiamento nella politica energetica e ambientale del nostro Paese verso la decarbonizzazione, passando attraverso lo sviluppo del mercato interno dell’energia, della ricerca, dell’innovazione e della competitività.

In materia di ambiente, abbiamo dato un contributo importante alla riduzione dell’inquinamento marino, attraverso la cosiddetta legge “Salvamare”. Grazie ad essa, abbiamo iniziato a ripulire il mare dalla plastica e lo facciamo con i migliori alleati. Chi sono?  I pescatori, che potranno finalmente portare a terra la plastica accidentalmente finita nelle loro reti.

Abbiamo poi realizzato numerosi interventi di potenziamento dei servizi sanitari, aumentando di 1 miliardo il fabbisogno sanitario standard a cui concorre lo Stato e disponendo anche misure volte a superare la cronica carenza di personale del Servizio sanitario nazionale, determinatasi, in particolare negli anni passati, a seguito del blocco del turnover.
Naturalmente, siamo consapevoli che molto altro resta da fare sul fronte dell’occupazione giovanile, della riconversione ecologica e del rilancio degli investimenti pubblici in ricerca, sanità ed istruzione. Sono ambiti che abbiamo posto al centro della azione politica in questa “fase 2” che troveranno ampio spazio nella elaborazione della prossima manovra economica.

Ma oltre all’agenda politica interna, il Governo ha consapevolezza di quanta strada resti ancora da fare per rilanciare il progetto europeo su basi pienamente sostenibili.

C’è stato di recente uno studio realizzato da alcuni ricercatori di Banca d’Italia che ha mostrato che all’interno dell’Unione esistono profonde divergenze tra gli andamenti registrati dai Paesi che appartengono all’Eurozona e quelli che non ne fanno parte. Soprattutto in seguito alla crisi dei debiti sovrani del 2011, le divergenze tra i Paesi della “periferia” e quelli del “centro” dell’Eurozona hanno aggravato le diseguaglianze di reddito, mentre la situazione è migliorata nei Paesi che sono entrati più recentemente nell’Unione europea.

Sebbene quella della distribuzione del reddito sia soltanto una tra le molte dimensioni del benessere, ritengo che sia importante dedicare ad essa un’attenzione particolare quando si parla di Europa.

Per continuare a progredire sulla strada del progetto europeo, infatti, è essenziale che tutti i cittadini europei possano percepire concretamente i benefici dell’appartenenza all’Unione. Se in troppi vengono lasciati indietro, rischia di venir meno la fiducia del popolo nelle istituzioni nazionali e internazionali. È un pericolo per la tenuta stessa del patto sociale che ci unisce, all’interno dei Paesi e tra gli Stati membri.

Alla luce di queste considerazioni, non possiamo più limitarci a pensare che il raggiungimento degli obiettivi sociali ed ambientali sia subordinato alla sfera economica, né che il miglioramento del benessere dei cittadini europei si manifesti come una sorta di naturale conseguenza del rispetto degli obiettivi di bilancio.

Accanto ad un complesso e articolato governo della stabilità finanziaria e sicuramente perseguito primariamente dalle istituzioni comunitarie, infatti, oggi non è stato costruito un governo comune della stabilità sociale europea. Il risultato è stato quello di acuire la tensione fra una dimensione sovranazionale, che promuove l’integrazione commerciale, la liberalizzazione dei mercati del lavoro e dei beni e riforme strutturali, e invece una dimensione nazionale, alla quale invece viene lasciato il compito di gestire il welfare, le politiche sociali e le esigenze più immediate dei cittadini sul territorio.

Se queste due dimensioni - in cui si avverte questo divario tra queste due dimensioni anche nel dibattito pubblico – dicevo, se queste due dimensione, quella europea sovranazionale e quella nazionale non vengono o non verranno armonizzate nel segno del benessere, ulteriori progressi sulla strada dell’integrazione europea possono diventare politicamente insostenibili, pregiudicando anche la possibilità di costruire un’Europa sostenibile sotto il profilo ambientale e in grado di incoraggiare la convergenza della transizione digitale e della riconversione ecologica.

E per questa ragione, il Governo ritiene imprescindibile colmare quei gap istituzionali che ha reso le politiche europee incapaci di tutelare fino in fondo il benessere dei cittadini. 

Tra le principali priorità dell’Agenda Strategica dell’Unione europea 2019-2024, che sarà adottata dal Consiglio Europeo il prossimo mese di giugno, ad esempio, è essenziale che sia discussa la definizione di strumenti di assicurazione europea contro la disoccupazione e di protezione europea del salario.

Per combattere la disoccupazione e creare opportunità diffuse non basta infatti la leva della maggiore competitività internazionale. Si deve anche investire con determinazione in una strategia europea per l’industria aperta alle nuove tecnologie, alla ricerca e all’innovazione, e su un’economia circolare, rispettosa dell’ambiente. 

Il progetto di integrazione europea ha bisogno di ambizione, ma anche di attenzione, responsabilità e cura, simile a quella che un saggio agricoltore rivolge al suo campo. Come un albero affonda le sue radici nella terra, l’Europa deve rinsaldare il suo legame con i territori, i cittadini e la natura.
E come i rami dell’albero si rivolgono al cielo in ogni direzione, così l’Europa deve far fiorire innovazione e progresso in tutte le sue direzioni, in tutte le sue componenti.

È con questo obiettivo che l’Italia intende promuovere lo sviluppo sostenibile e una nuova politica del benessere.
 


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