Il Presidente Conte al Forum Ambrosetti a Cernobbio

Sabato, 5 Settembre 2020

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al 46° Forum annuale Ambrosetti "Lo scenario di oggi e di domani per le strategie competitive" a Cernobbio, presso Villa d'Este.

Ringrazio il Direttore de Bortoli anche per il contributo in termini di qualche spunto, anche qualche stimolo per il mio intervento, anche ad affrontare qualche passaggio che potrebbe risultare particolarmente critico. Saluto tutti i presenti, le Autorità, saluto anche in particolare il dottor De Molli del quale voglio sottolineare soprattutto che apprezzo molto il contributo che sta dando, non solo per l’organizzazione di questo evento che ormai si ripete da molti anni ma anche per un contributo molto completo anche all’elaborazione di nuovi indici che tengano conto anche della complessità della realtà, delle realtà nazionali, e quindi offrono anche la possibilità di rimettere in discussione alcune rappresentazioni correnti che dei Paesi vengon fatti in temi di competitività e di attrattività dei sistemi-Paese rispetto, ripeto, a quelle che sono le correnti rappresentazioni. E credo che proprio domani ci sarà, con la presentazione del nuovo progetto Global Attractiveness Index in questa prospettiva che, conoscendo anche, il rigore con cui vengono condotte le ricerche del gruppo confido che potrà sicuramente offrire elementi di valutazione ancora più puntuali del nostro sistema-Paese in comparazione con gli altri Paesi.

È un piacere prendere parte ai lavori di questo Forum, al cospetto di un uditorio così qualificato, per discutere delle prospettive di rilancio che si aprono per il nostro Paese, cercherò di essere franco, si solito sono uso a farlo, mi permetto di sottolineare, come mi ha stimolato a fare il Direttore de Bortoli.

Abbiamo affrontato una crisi da Covid 19, abbiamo affrontato una gravissima, pesantissima emergenza sanitaria, dissi subito ai miei Ministri ragionando con loro dell’emergenza che si prospettava in primis sanitaria si sarebbe subito tramutata, un attimo dopo in emergenza economica, emergenza anche sociale. Anzi, nel momento in cui abbiamo affrontato questa pandemia – se proprio devo dirla tutta – a parte l’emergenza sanitaria, che si è subito rivelata, mi ha preoccupato molto anche quella economica e anche la tenuta sociale del sistema, on sapevamo in termini di ordine pubblico cosa sarebbe successo. È stata una sfida non solo la più pesante sfida che l’Italia e molti dei Paesi hanno affrontato, dal punto di vista finanziario, dal dopoguerra a oggi ma è stata una sfida che ha sollecitato il nostro sistema a delle complesse risposte e sicuramente anche muta il sistema sociale, la tenuta dell’ordine pubblico è stata un’incognita che ha sempre pesato nelle nostre valutazioni. Perché, in un sistema democratico come il nostro, imporre misure restrittive, un lockdown così come è stato fatto significa esporsi a un incognito, a uno spazio di incognite che non si sa quindi come in termini di reazioni verrà affrontato dalla Comunità Nazionale.

È stato quindi necessario mettere, porre in essere misure che hanno comportato compressione della libertà di movimento, delle relazioni di comunità, la sospensione delle attività didattiche in presenza, la temporanea chiusura di molte attività commerciali e produttive. È una fase questa del lockdown che abbiamo attraversato, che ha comportato rilevanti costi sociali ed economici, che possiamo dire almeno in quella misura, io adesso ritengo – fortunatamente e anche direi prudentemente, lo voglio dire – alle nostre spalle. Perché questo? È chiaro che i numeri del contagio continuano anche a essere non trascurabili però oggi non siamo più di fronte all’esplosione di una pandemia, oggi conosciamo questa insidia, ci siamo strutturati per una reazione più articolata, più organica, sistemica. Disponiamo, ad esempio, e vorrei sottolinearlo, perché tra i tanti sforzi che abbiamo fatto c’è anche questo, l’Italia oggi dispone di un sistema di monitoraggio, di rilevazione delle criticità che ci permetterà – molto articolato e sofisticato, basato su 21 parametri – ci permetterà ragionevolmente di intervenire in modo mirato, territorialmente circoscritto, è questo che mi induce a dire ragionevolmente: non ci ritroveremo più ad affrontare un lockdown generalizzato, com’è stato fatto nei mesi scorsi.

Come ne siamo usciti? Ne siamo usciti con delle valutazioni molto prudenti, nel segno della precauzione, come sapete, attraverso misure secondo un metodo, quindi non affidandoci all’improvvisazione ma costruendo un metodo di lavoro con gli esperti, principi di precauzione da un lato, misure nel segno della adeguatezza e della proporzionalità. Se non avessimo avuto un metodo di lavoro avremmo oscillato continuamente, cosa che sarebbe stata terribile, una iattura per tutta la Comunità Nazionale.

Ma ne siamo usciti soprattutto per lo sforzo dei cittadini, questa non è una piaggeria rispetto ai cittadini, rispetto alla Comunità Nazionale, ne siamo usciti perché l’Italia, a dispetto di quanto molti opinavano, si è dimostrata molto disciplinata. I cittadini italiani, che di solito sono nella rappresentazione anche così un po’ internazionale estrosi, creativi ma anche molto indisciplinati, in realtà hanno compreso il momento che stavamo attraversando e, salvo rare eccezioni, si sono disposti a seguire le regole che abbiamo suggerito e a dire il vero anche imposto.

Questo ci ha consentito di lavorare nel frattempo, nel periodo più critico al rafforzamento del sistema sanitario e ovviamente, grazie al sacrificio di tutti, anche degli imprenditori, che ovviamente hanno affrontato dei periodi molto difficili l’Italia intera ha saputo rispondere a una sfida così complessa con spirito di sacrificio, con spirito di unità. E se mi permettete anche i contagi che stiamo contando, il numero di contagi che stiamo contando in questi giorni, sono il frutto – attenzione – delle… le chiamerei “le distrazioni agostane”, però anche qui, pensateci un attimo, l’Italia ancora una volta dimostra agli italiani di essere stati abbastanza responsabili perché questo numero di contagi rispetto ad altri Paesi anche limitrofi è sensibilmente inferiore.

L’indirizzo del Governo nell’accompagnare il Paese fuori dalla fase più difficile di questa crisi è stato improntato, in primo luogo, al massimo contenimento della circolazione del virus e alla tutela della vita e della salute. Altri Paesi hanno scelto un indirizzo di segno diverso pensando che il sacrificio che veniva imposto dal punto di vista economico e sociale era troppo alto. E hanno dovuto ricredersi. Hanno dovuto ricredersi e quindi la nostra valutazione di porre in prima istanza la tutela della vita, della salute, quali diritti fondamentali della persona, diciamo quali condizioni minime per poter sentirsi veramente partecipi del consorzio umano, per poter sentirsi rispettati dallo Stato nella propria dignità si è rivelato un principio fondamentale, presupposto del godimento di qualsiasi altro diritto e di qualsiasi altra valutazione economico sociale.

Al contempo, abbiamo posto in essere una risposta di politica fiscale a sostegno dell’economia nella consapevolezza che questa sfida ci imponeva e portava conseguenze negative sul piano economico e sociale, che non ha precedenti nella storia repubblicana e che vale circa 100 miliardi di euro di risorse pubbliche, a beneficio dei lavoratori, delle imprese, delle famiglie, del sistema sanitario, della scuola nella quale da gennaio a oggi abbiamo investito 7 miliardi  e della ricerca e nell’università.

Abbiamo dovuto agire su molti fronti, con risorse davvero cospicue, ma essenziali, per proteggere l’economia e la società del Paese.

Quale è stata la ragione che ci ha spinto ad andare in deficit in maniera così cospicua? Come altri Paesi hanno anche valutato, abbiamo ritenuto che progettare qualsiasi rilancio, infatti, sarebbe stato impossibile senza misure di sostegno adeguate e proporzionate. Solo queste misure consentono a crisi temporanee di evitare effetti permanenti sul nostro tessuto produttivo.

Abbiamo ascoltato tante analisi, sentito tanti esperti economisti di fama mondiale, e alla fine ci siamo tutti convinti che occorreva assolutamente intervenire per preservare il tessuto produttivo e sociale era la condizione indispensabile per vivere e affrontare questa bufera.

Secondo recenti stime elaborate dalla Svimez, i decreti-legge “Cura Italia”, “Liquidità” e “Rilancio” hanno permesso di arginare una caduta del reddito nazionale che sarebbe stata ampiamente superiore di quanto stiamo sperimentando, contribuendo, per oltre 2 punti percentuali, all’andamento del PIL.

Secondo Svimez, inoltre, le misure del Governo hanno contribuito a evitare un aggravio delle disuguaglianze di reddito fra le famiglie del Mezzogiorno e del Centro-Nord nel 2020.
A tutto ciò va aggiunto, peraltro, l’effetto del decreto-legge economico adottato dal Governo in agosto, il cosidetto rilancio 2, attualmente all’esame del Senato per la sua conversione in legge. Il decreto estende ulteriormente le misure di sostegno e introduce innovazioni significative nel funzionamento degli ammortizzatori sociali, in vista di un pieno ritorno ai livelli di produttività e attività economica precedenti alla crisi.
Fra queste, ricordo, ad esempio, la decontribuzione, fruibile per 4 mesi entro la fine dell’anno, per le aziende che tornano ad impiegare i lavoratori precedentemente sostenuti dalla cassa integrazione. Abbiamo quindi voluto dare dei segnali di contrasto a quello che chiamerei un “impigrimento” del sistema produttivo che beneficiando di ammortizzatori sociali rischia di ritardare la ripresa delle attività economiche.

Abbiamo anche previsto lo sgravio contributivo del 30% per tutti i lavoratori del Mezzogiorno, che rende più conveniente mantenere e creare posti di lavoro al Sud. Questa non è una misura agostana ma per il Governo è una misura strutturale. Ovviamente dovremmo interloquire con l’Europa per renderla strutturale. Abbiamo tutta l’intenzione e l’interesse di renderla strutturale in un arco addirittura decennale, fermo restando che non sarà una misura che creerà uno squilibrio interno. E’ una misura che serve a rafforzare il tessuto produttivo a sud per rilanciare anche il nord. Se a nord si producono beni di consumo e il sud riparte, evidentemente non bisogna solamente all’export ma ci si potrà avvantaggiare anche al nord di una ripresa del sud.

A conferma che non deve portare a squilibri del sistema, nella nostra ottica, uno sgravio contributivo del 30% deve essere proporzionalmente ridotto nell’ arco temporale che man mano che il gap infrastrutturale, di reddito, di produttività, tra sud centro e nord si riduce.      
Poi abbiamo previsto anche l’esonero totale dal versamento dei contributi previdenziali per le imprese che assumono o trasformano i contratti vigenti a tempo indeterminato entro il 31 dicembre 2020.

La proroga delle misure di sostegno, anche dopo la riapertura delle attività economiche, è stata oggetto di valutazioni critiche. Si è affermato, ad esempio, che il combinato disposto dell’erogazione della cassa integrazione per i lavoratori e del blocco dei licenziamenti è suscettibile di frenare le ristrutturazioni del mercato del lavoro, le organizzazioni delle imprese, necessarie alla ripresa degli investimenti privati.
Pur nel rispetto delle legittime posizioni di ognuno e aperto al contributo, anche critico, purché costruttivo, di tutti, rivendico con orgoglio le scelte compiute dal Governo in una fase così drammatica.  

Peraltro, con le norme del decreto-legge abbiamo semplicemente chiesto alle imprese il mantenimento dei livelli occupazionali per tutto il tempo - e soltanto per il tempo - nel quale esse beneficiano di sussidi pubblici. Mi sembra ci sia quindi un elemento di correspettività che si inquadra nella fisiologia anche di una logica di mercato.
Naturalmente, non sfugge al Governo la necessità di interventi strutturali per accompagnare la transizione.

Per questo, stiamo riflettendo e abbiamo già avviato una compiuta e organica riforma degli ammortizzatori sociali. Abbiamo ereditato un sistema che abbiamo sperimentato soprattutto in una fase così critica, come particolarmente farraginoso. Più o meno abbiamo messo a fuoco, abbastanza compiutamente, gli elementi di forza e di debolezza del nostro sistema attuale che la crisi ha evidenziato. Quindi abbiamo aperto un tavolo, un confronto anche con le parti sociali, per giungere e approfittare di una riforma degli ammortizzatori sociali che sia quanto più possibile condivisa.

Se - da un lato - l’Italia è sinora riuscita a contenere il contagio, i dati economici disponibili ad oggi - dall’altro - ci restituiscono il quadro di un Paese che, pur attraversato dalle pesanti conseguenze della recessione, si è dimostrato nel complesso resiliente e tenace.

È chiaro che noi attraverseremo una fase ancora molto dura con prove economiche e sociali molto dure, ma già l’Istat certifica che nel secondo trimestre dell’anno, il PIL ha subìto un calo del 12,8% rispetto al trimestre precedente: caduta significativa ma è anche un dato che è di poco inferiore alla media europea, ma in ogni caso superiore di quello registrato in Francia, Spagna, Regno Unito e in molti altri Paesi.
Allo stesso modo, guardando al confronto su base annua rispetto al PIL di giugno 2019, l’Italia ha perso il 17,7%, ma la Francia il 18,9%, la Spagna il 22,1%, il Regno Unito il 21,7%.

Si intravedono dei segnali di fiducia nella nostra economia. Ad agosto 2020, l’Istat ha stimato un aumento sia del clima di fiducia dei consumatori - cresciuto di quasi un punto rispetto al mese precedente, sia del clima di fiducia delle imprese, cresciuto di 3,8 punti su base mensile.

È positivo anche l’andamento della produzione industriale in luglio, che - secondo stime del Centro Studi di Confindustria - ha segnato un +7,5% rispetto al mese di giugno, proseguendo il graduale recupero avviato da maggio.

Naturalmente, la congiuntura economica continua a presentare un quadro estremamente complesso e tutti gli esperti sottolineano come questo quadro sia caratterizzato da fattori ed elementi di persistente incertezza. Nessuno i questo momento può dire come e quando usciremo da questo quadro di sofferenza economica.

Sarebbe quindi anche prematuro per decisori politici ritenere conclusa la fase di interventi necessari ad accompagnare l’economia a un ritorno alla normalità.
Veramente vogliamo un ritorno alla normalità precedente la crisi?
La vera sfida che ci attende è quella di affrontare e risolvere i nodi strutturali che hanno impedito all’Italia di crescere nell’ultimo ventennio in linea con i principali partner europei.

La recessione dovuta alla pandemia, infatti, è giunta nel nostro Paese all’esito di un vero e proprio “ventennio perduto” dal punto di vista della crescita, durante il quale si è registrato in Italia un aumento annuo del PIL di una percentuale pari allo 0,2; mentre in Europa la crescita media è stata pari all’1,6%.

A questa stagnazione della produzione e del reddito si sono accompagnati un ampliamento dei divari socio-economici e territoriali all’interno del Paese, una caduta degli investimenti pubblici e della produttività e una persistenza degli squilibri di genere nella partecipazione al lavoro e nei livelli retributivi. Ancora oggi in Italia la retribuzione media di un uomo differisce da quello di una donna a parità di lavoro.

Abbiamo accumulato quintali di studi, di analisi statistiche sull’eziologia di queste carenze strutturali, di questo deficit di produttività. Ora però è il momento di agire, di essere consapevoli dei nostri punti di forza e dei punti di debolezza, è il momento di ripartire, di tornare a crescere, di esprimere pienamente tutte le straordinarie energie e potenzialità di cui il Paese dispone. La mia valutazione è che ancora abbiamo energie non messe a frutto. Per farlo, abbiamo un’occasione storica.

La risposta delle istituzioni europee alla crisi è stata forte e nel complesso abbastanza rapida, a partire dalla sospensione dei vincoli di bilancio del Patto di Stabilità e Crescita e dagli ampi programmi di acquisto di titoli pubblici e privati messi in campo dalla Banca centrale europea, fino a giungere al pacchetto Next Generation EU, proposto dalla Commissione europea e approvato dal Consiglio, all’esito di un negoziato complesso di cui l’Italia è stata protagonista.

Grazie a questo programma, l’Unione europea potrà rispondere alla recessione. Qui non si tratta di Italia, Spagna, Francia, ma di Unione Europea, un sistema integrato: l’elemento di forza che poi ha portato all’approvazione di questo programma è stato che al di là del fatto che chiaramente c’è una diversa sensibilità perché alcuni Paesi sono stati più colpiti dalla pandemia e altri meno, altri si sono sentiti più resilienti e altri meno, tutti alla fine hanno compreso, ed è questa la forza  e il rilancio della prospettiva europea, che comunque in sistemi economici così integrati, in catene di valore così integrate al punto che hanno dovuto fermarsi anche in alcuni Paesi dove non c’era il lockdown, si è compreso che o ne usciamo tutti in modo rapido e tempestivo o nessuno si salva, o comunque ci salveremo a dispetto di una moltiplicazione degli interventi e quindi di maggiori investimenti in termini di risorse finanziarie molto più lentamente e con molta più sofferenza. Questo è stato l’argomento di forza che ha coinvolto tutti in una prospettiva solidaristica. Ora l’Italia ha grandi sfide, come le transizioni green e digitale, e per dimostrarsi per addivenire a una condizione di maggior resilienza intervenendo sulla salute, sull’ambiente, sull’equilibrio sociale.

Le risorse di cui il nostro Paese potrà beneficiare sono consistenti, circa 209 miliardi fra trasferimenti e prestiti, ma sono molte anche le priorità che dovremo affrontare per vincere la sfida del rilancio, così come sono tanti i nodi burocratici e normativi da sciogliere, affinché le risorse stanziate si trasformino quanto prima in capitale infrastrutturale. A questo abbiamo dato già un primo segnale con il decreto-legge “Semplificazioni”. E’ stato uno sforzo molto impegnativo, che ha abbracciato tantissimi settori di attività, sviluppandosi in tanti campi, ha attraversato tante competenze di amministrazioni centrali e territoriali. Abbiamo già varato un primo pacchetto di norme che dovrebbero accelerare la spesa per investimenti e rendere più celeri alcuni passaggi burocratici e amministrativi.

L’importanza di questa sfida ci ha spinto ad affrontare questo compito con un approccio meditato, e dico anche che il decreto semplificazioni non potrà appagarci. Dobbiamo intervenire ancora più settorialmente e puntualmente per cercare di rendere più spediti i procedimenti amministrativi.

Lo scorso giugno, per quanto riguarda il Recovery Plan, il piano Nazionale di Ripresa e resilienza, il Governo ha coinvolto i principali attori economici e sociali, così come semplici cittadini, nell’iniziativa “Progettiamo il Rilancio”: un’iniziativa che si è avvalsa anche del lavoro delle task force. Qualcuno dice tutte queste task force a cosa servono ma se il governo ha potuto affrontare una consultazione nazionale durata una settimana e in pieno periodo epidemico ha potuto presentare un piano di rilancio è stato perché a monte c’è stato il lavoro di un Comitato di esperti in materia economica e sociale, il cosidetto comitato Colao che, raccogliendo tantissime analisi, interloquendo con centinaia di stakeholders, ha offerto la base per le valutazioni politiche che il Governo ha sintetizzato con tutte le forze di maggioranza presentando questo Piano con circa 190 progetti concreti.

Nei mesi estivi, gli uffici del Comitato interministeriale per gli affari europei e gli uffici della Presidenza del Consiglio hanno lavorato silenziosamente, quando si lavora silenziosamente sembra che non si faccia nulla in Italia, in realtà io dico sempre sobri nelle parole, operosi nelle azioni, sarebbe un motto che dovremmo condividere in tanti… abbiamo lavorato insieme a tutti i Ministeri e agli Enti Locali per concretizzare le proposte progettuali che andranno a comporre il Piano. Le Linee guida saranno a breve discusse e approvate innanzitutto dal Comitato interministeriale per gli affari europei, per essere poi presentate alle parti sociali. Avvieremo quindi una preziosa interlocuzione con il Parlamento, nelle forme che saranno ritenute più adeguate dalle Camere.

Abbiamo le idee molto chiare rispetto al cammino da intraprendere. Il Piano di Ripresa non è un contenitore vuoto da riempire, ma un insieme strutturato di investimenti e riforme strutturali, non pensiamo certo di chiedere risorse europee per abbassare le tasse, queste risorse ci occorreranno per realizzare progetti e iniziative che nel loro complesso andranno a definire un disegno coerente, coordinato, destinato a restare in eredità alle generazioni future. Attraverso questo disegno siamo chiamati a esprimere un progetto di ripresa, di rilancio del Paese ben connotato sul piano politico, sociale, economico e culturale.

Oltre il 35% delle risorse disponibili sarà allocato per progetti legati agli investimenti green: transizione energetica, potenziamento della rete, contrasto al dissesto idrogeologico, efficientamento energetico degli edifici pubblici.

Intendiamo dedicare anche un’attenzione prioritaria alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e molte delle norme del decreto semplificazione sono proprio preordinate a questo. Vogliamo anche favorire la riqualificazione delle competenze dei lavoratori, in particolare della Pubblica Amministrazione e non solo; abbiamo bisogno di competenze digitali; abbiamo bisogno di persone nelle pubblica amministrazione, non si può pensare che nella Pa ci siano solo giuristi, abbiamo bisogno di discipline esterne anche nella Pa; dobbiamo rilanciare e sostenerele filiere più innovative del Paese; rafforzare le infrastrutture di mobilità; dobbiamo potenziare la formazione di ogni ordine e grado; cospicui investimenti dedicheremo al rilancio della scuola di ogni ordine e grado, università, ricerca e avremo anche progetti volti ad abbattere divari di genere, territoriali, anche facendo anche leva sui progetti già delineati dal Piano Sud.

Il lockdown ha dimostrato la centralità della connessione in moltissime attività, dal lavoro, alla scuola, alla medicina, e l’importanza della connettività come fattore decisivo di sviluppo è destinata a crescere.

Non possiamo perdere l’opportunità del Piano di Ripresa e Resilienza per sostenere la nascita di una rete unica in fibra ottica, un’infrastruttura fondamentale per il Paese che il Governo intende promuovere, e rispetto alla quale è stato posto in essere un primo passo importante con la lettera di intenti siglata da Tim e da Cassa depositi e prestiti.

Si tratta di un percorso molto articolato, sia dal punto di vista dell’integrazione delle reti di Tim e Open Fiber, sia rispetto all’esame delle Autorità di controllo nazionale ed europea, ma confidiamo che possa completarsi quanto prima, avvalendosi del ruolo di investitore strategico e “paziente” di Cassa depositi e prestiti. Siamo per un’infrastruttura inclusiva, aperta, che possa aprirsi a quanti più stakeholders possibili.

Ai progetti di investimento si affiancheranno anche processi riformatori essenziali per riportare il Paese su un sentiero di crescita, fra cui vi sono la riforma della giustizia civile e del processo civile, del processo penale. Dobbiamo investire sul sistema giustizia, che deve esser reso ancora più efficiente: è l’occasione storica per farlo. E poi, ancora, la riforma degli ammortizzatori sociali e dobbiamo perseguire una riforma organica del nostro sistema fiscale. Sono decenni, circa 40 anni, che il nostro sistema fiscale non gode di una riforma organica, sistemica. Abbiamo un team di esperti che ci sta affiancando per definire un quadro di riforma. L’abbassamento delle tasse non lo faremo certo con i soldi europei ma avendo già posto basi per una digitalizzazione sempre più intensa dei pagamenti confidiamo che quella sia la strada per contrastare il lavoro sommerso, l’economia sommersa che tanto ci fa male. Il primo dicembre partirà il meccanismo dei bonus che porterà all’incentivo dei pagamenti digitali senza almeno nella prima fase penalizzare i pagamenti in contanti. Confidiamo in prassi virtuose che si diffonderanno sempre di più, quello è il meccanismo che ci consentirà di far pagare tutti in modo da far pagare tutti meno insieme, insieme alla riforma dell’efficientamento del sistema fiscale.

Una sfida complessa quella che ci attende ma che siamo in condizione di vincere. Abbiamo qualità come Paese, coraggio e determinazione per vincerla, la nostra sensibilità ci porterà anche a realizzare questo percorso riformatore, rinnovatore. Vogliamo dare un contributo a reinventare il nostro Paese, non ci accontenteremo di disegnare un ritorno alla normalità, abbiamo bisogno di migliorare il nostro Paese e lo faremo secondo una prospettiva che non è estemporanea: il nuovo umanesimo è un concetto che abbraccia uno sviluppo sostenibile nel segno di un benessere equo e sostenibile, a misura d’uomo. Dobbiamo lavorare per questo. Durante i mesi della fase acuta della pandemia non ho parlato più di nuovo umanesimo, perché la drammaticità della situazione ci ha spinto ad affrontare questa pandemia nel segno dell’urgenza; ma adesso che stiamo riprogettando e rilanciando il Paese dobbiamo recuperare anche questa prospettiva.


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