Il Presidente Conte al Festival Nazionale dell’Economia Civile

31 Marzo 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto al Festival Nazionale dell’Economia Civile. L’evento si è svolto presso Palazzo Vecchio, a Firenze.

Il testo dell'intervento

Buongiorno a tutti,
un saluto al Ministro Tria e al Sindaco di Firenze Nardella, alla Sig.ra Prefetto e a tutte le autorità, e a tutti voi presenti e un ringraziamento particolare al Prof. Becchetti per l'invito e al Prof. Zamagni.

Devo dir la verità, quando si inizia a parlare in occasioni solenni di solito si ragiona con un'adesione di piacere, onore di partecipare.. Oggi permettetemi di dire che partecipo con entusiasmo a questa discussione, alla chiusura del Festival Nazionale dell’Economia Civile, durante il quale sono stati discussi temi che mi hanno sempre appassionato e ai quali ho dedicato una larga parte della mia attività di ricerca. Non credo che sia stata, per dirla con le parole di Spinoza, una di quelle "passioni tristi". Mi hanno sempre molto entusiasmato questi temi e ci sono ritornato anche recentemente, quindi con piacere oggi mi sento, come dire, decisore politico, policy maker, ma riprendo anche la veste di studioso.
Anche in questa nuova fase della mia vita, sono intervenuto sull'esigenza di declinare l’economia secondo una visione diversa da quella tradizionalmente orientata all'esclusiva massimizzazione del profitto.  Una visione che superando gli angusti confini dell’homo oeconomicus recuperasse il senso di una disciplina al servizio dell'Uomo nella sua concretezza, nella complessità della sua esistenza, all'interno dell'articolato universo di relazioni, delle sue molteplici dimensioni. L'essere umano infatti, da qualunque angolo visuale lo si osservi, sotto qualunque profilo si indaghi il suo mistero, non è una monade isolata, non può essere riguardato nella sua esclusiva e fredda individualità di fronte allo Stato ma va compreso in base alla sua naturale vocazione sociale, in base a quella insopprimibile attitudine alla relazione.         Mi piace molto questa espressione, che lo caratterizza, lo distingue dagli altri esseri viventi all'interno delle formazioni sociali all'interno nelle quali sviluppa la sua personalità come ci ricorda l'Art. 2 della Costituzione. Giorgio La Pira, che fu sindaco di Firenze, nella seduta dell'Assemblea Costituente l'11 marzo 1947 espresse con straordinaria capacità evocativa questa intuizione fondamentale. Permettetemi di ricordarla: "Lo Stato non è tutta la società, è l'assetto giuridico di tutta questa società ma non l'assorbe, soltanto la dirige, la coordina, la integra, e dove necessario la sostituisce". Ma la funzione statale è rispettosa sia della realtà della persona come creatura libera sia della realtà di tutti questi enti, che questa creatura libera crea e che hanno perciò un loro originario statuto giuridico. Se il diritto tiene conto di questa naturale vocazione sociale della persona umana anche l'economia però al pari del diritto che è scienza dell'uomo e sull'uomo, deve considerare questa specifica attitudine della persona, questa suo insopprimibile desiderio di entrare in dialogo e in relazione con gli altri, non solo per bisogno o per carenza, ma anche per dono, per generosità. Dell'esigenza di recuperare questa dimensione anche nella riflessione economica ho parlato diffusamente in più occasioni: durante la mia visita all’università di Buenos Aires, a Davos in occasione del World Economic Forum; e più recentemente a Strasburgo, davanti all'assemblea plenaria del Parlamento europeo.

È quindi per me un onore, ma anche un grande piacere, tornare a discutere di questi temi davanti ad una platea così sensibile, con interlocutori che coraggiosamente da anni si battono per mutare la prospettiva di una disciplina, l’economia, che sembra aver smarrito il senso della sua originaria missione. L’economia è diventata prigioniera dei suoi algidi metodi di ricerca e sembra non più capace di interrogarsi su temi che non sono immediatamente gestibili con gli strumenti analitici oggi a disposizione. 

In realtà i comportamenti economici sono il frutto della complessità dell’uomo, della sua interezza come essere sociale, come portatore di valori che non si riducono al solo perseguimento dell’interesse materiale né al mero soddisfacimento di bisogni individuali.

Per questo sono richiesti strumenti di analisi sempre più sofisticati, nuovi, che muovendo dalle teorie economiche classiche - e noi siamo statti per anni sotto la dittatura della teoria della scelta razionale - sappiano cogliere altri aspetti non meno rilevanti. Se l'economia, nell'elaborare i propri modelli, trascurasse questi ulteriori profili, se perdesse di vista il  supplemento da anima che è presente in ogni scelta compiuta da ciascun operatore, dall'uomo, finirebbe per non comprendere le reali dinamiche che guidano l'azione umana e conseguentemente rischierebbe di smarrire le ragioni stesse della sua missione. A un economia così rigidamente ancorata alle teorie neo-liberiste classiche sfuggirebbe ogni comportamento non orientato alla mera logica del profitto che sarebbe ricondotto in modo molto semplicistico alla dimensione dell'irrazionalità.

L'uomo contrario cerca di soddisfare non solo bisogni riconducibili al suo egoistico interesse, al suo benessere individuale ma anche bisogni dettati all'appartenenza alla comunità in cui vive. Se si trascurasse questo dato empirico pur così evidente nella concreta dinamica delle relazioni umane, molti dei comportamenti adottati risulterebbero incomprensibili, irrazionali.

L’Economia Civile nasce proprio dalla comprensione di questa multidimensionalità dei bisogni umani. È il frutto di una visione antropologica positiva, secondo la quale l’uomo non è solo l'attore astratto, stilizzato in questa fredda dimensione individualistica che ci descrive l’economia neoclassica, ma è innanzitutto una persona, titolare di inalienabili diritti capace per naturale vocazione di entrare in relazione con i l prossimo, di provare amore non solo verso di sé ma anche è soprattutto verso gli altri. Possiamo affermare che l'Economia civile studia e insegna l'arte di costruire relazioni di fiducia, autentico capitale sociale. All'interno di questo orizzonte possono così essere accolti e discussi concetti come Fiducia, Responsabilità, Reciprocità, Bene Comune, Fratellanza; lemmi sconosciuti alla teoria economica classica, o da essa relegati a una sfera non economica. Al contrario quei lemmi sottolineano fattori determinanti di ogni comportamento economico, criteri orientativi anche delle scelte economiche.  E non rappresentano una novità assoluta. Lo ha detto molto bene il Prof. Zamagni. In Italia, l'Economia politica soprattutto di scuola napoletana e milanese è stata antesignana nel '400 e nel '500 con indirizzi che poi si sono sviluppati compiutamente nel corso del XVIII secolo, aveva giù sviluppato con grande originalità riflessioni di questo tenore, anticipando teorie che poi sarebbero state riprese, in un contesto completamente mutato, nella seconda metà del XX secolo. Forse il nome più rappresentativo di quel pioneristico pensiero è quello di Antonio Genovesi autore di un'opera, Lezioni di economia, la cui lettura ancora oggi appare di sorprendente attualità.

Ma questi stessi concetti non sono estranei neanche alla tradizione anglossassone: i sentimenti di “simpatia”, “prudenza”, benevolenza” sono evocati nella stessa “La Ricchezza delle Nazioni” di Adam Smith che, ricordiamolo, è considerato il padre dell’economia politica ma insegnava filosofia morale all'Università di Edimburgo.

Purtroppo ciò che ha favorito la costruzione di una teoria economica con pretese di scienza esatta al pari della matematica e che dunque ha costretto la persona umana entro la rigida concezione dell’homo oeconomicus è stato l’innesto sulla tradizione precedente della filosofia utilitaristica e della rivoluzione marginalista iniziata da Jevons.

I frutti avvelenati di questa tradizione di pensiero sono sotto agli occhi di tutti.
Tuttavia i fallimenti, talvolta eclatanti, di una teoria economica che non è riuscita a cogliere la complessità della dimensione umana, hanno offerto spazio ad un pensiero più complesso, hanno permesso l’abbattimento degli steccati ideologici e soprattutto hanno consentito adesso, mi sembra molto proficuo, di far dialogare etica, diritto ed economia.

In particolare l’etica ha riconquistato una centralità che aveva in passato. Amartya Sen, Premio Nobel, ci ha ricordato l’importanza delle scelte valoriali nell’adozione di provvedimenti economici e la centralità dei valori nel comportamento umano.

Nel suo breve, ma molto denso saggio "La libertà individuale come impegno sociale", scrive "una società implica interazione e le nostre vite dipendono le une dalle altre. L'idea di una reciproca dipendenza non può che condurre a quella della reciproca responsabilità". Non c'è credo nulla di particolarmente misterioso nel riconoscere che così come i membri di una società traggono benefici gli uni con gli altri essi devono anche accettare obblighi reciproci profondamente radicati. La nuova stagione del dialogo tra etica, diritto ed economia grazie al vostro prezioso contributo sta offrendo i primi importantissimi frutti. Partecipo quindi volentieri, in veste di studioso, e di policy maker, a questo dibattito che avete da tempo avviato e che in questi giorni mi è stato anche rappresentato,  è stato arricchito da fondamentali contributi. Come studioso permettetemi di ricordare una delle mie ultimissime fatiche: un volume che è uscito poche settimane prima di assumere la responsabilità di Governo, dedicato all’impresa responsabile. Impresa responsabile: una nuova figura di impresa che sta progressivamente emergendo sia sul piano teorico ma direi sia sotto il profilo delle prassi, concretamente seguite dagli operatori economici. 

Sul piano teorico, nella diffusione dell’impresa responsabile emerge per l’imprenditore, cito qui un filosofo raffinato Emmanuel Lévinas, il “doppio movimento” della responsabilità: “colui del quale devo rispondere è anche colui al quale devo rispondere; devo rendere conto a colui del quale rendo conto; responsabilità di fronte a colui di cui sono responsabile: responsabile di un volto che mi ri-guarda, di una libertà”.

L’imprenditore risponde della sua impresa e nel contempo deve rispondere alla sua impresa, alla comunità di persone che essa racchiude, ai suoi impiegati, ai vari soci anche di minoranza, ai clienti, ai fornitori, e a tutti i portatori di interesse nel contesto in cui l’impresa è inserita.

Sul piano pratico, le prassi socialmente responsabili hanno molto successo anche in risposta alla crescente pressione della società civile e dell’opinione pubblica, che sono assurte, per citare Ulrich Beck, a “contro-potere del capitale sociale”.
Ci stiamo avviando al superamento di quell'aforismo ben riassunto da Milton Friedman secondo cui "l'unico scopo dei manager è il profitto per la società, per i suoi azionisti". In questo senso l'Economia civile recupera coerentemente quella prospettiva così feconda, favorendo la formazione di imprenditori, permettetemi di dirlo, più ambiziosi che non trascurano affatto l'obiettivo di massimizzare il profitto, che sarebbe un grave, ferale errore, ma inseriscono questo obiettivo in una cornice più sapiente, più lungimirante attenti come sono all'impatto sociale e ambientale delle loro iniziative economiche delle loro aziende. Le imprese che producono valore economico e che allo stesso tempo sono attente ai valori della persona e al benessere dei lavoratori, che considerano l'ambiente come un bene primario e la sostenibilità di un presupposto non negoziabile di ogni prospettiva di crescita economica, sono le imprese che reggono molto più efficacemente la sfida della competizione. Sono le imprese dell'oggi ma anche le imprese del futuro. Come responsabile dell'azione di Governo, ho potuto constatare in questi primi 10 mesi come le molteplici diagnosi sui mali della nostra economia conducano sempre alla  bassa produttività e alla scarsa partecipazione al mercato del lavoro.

Gli economisti ci spiegano ripetutamente  che entrambi i fattori dipendono in ultima analisi dagli scarsi investimenti in capitale fisico ed umano e dall’inefficienza della pubblica amministrazione. Stiamo lavorando molto intensamente in questa direzione e sono state fornite tantissime analisi approfondite sulle cause che hanno portato l'Italia ha investire  cosi poco e delle difficoltà della PA a sostenere e ad accompagnare la crescita del paese. Si ricorda spesso in queste analisi che gli investimenti sono bassi, le tasse troppo elevate, la burocrazia soffocante.

Rispetto le autorevoli opinioni espresse, ma ritengo che le ragioni addotte non colgano
nel profondo il problema, perché si tratta di analisi che muovono sempre all’interno del paradigma economico dominante, nel quale non è adeguatamente considerata la dimensione umana, il fattore uomo è ridotto a una mera funzione matematica.

La mia impressione è che alla radice dei nostri mali vi sia una drammatica perdita di fiducia in noi stessi e negli altri. L’assenza di fiducia negli altri frena lo slancio verso il futuro impedisce l’apertura a comportamenti cooperativi, i soli in grado di trascendere le mere individualità in una dimensione di una socialità aperta e inclusiva, che è alla base della costruzione della casa comune.

L’assenza di fiducia produce danni tangibili e concreti perché mina il funzionamento dei mercati e accresce oltre misura i cosiddetti costi di transazione. I mercati infatti, dobbiamo una buona volta affermarlo, non sono entità autonome e astratte, ma sono realtà complesse nelle quali, oltre alla mera dimensione della legalità, trovano spazio la dimensione politica e anche etica.

La fiducia nel rispetto non solo delle norme giuridiche ma anche di norme pre-giuridiche non scritte, è il terreno su cui si erge la regolazione degli scambi. D'altra parte, vedete anche i contratti, e qui è il civilista che vi parla, sono per definizione incompleti, non essendo possibile regolare tutte le possibili occorrenze che discendono dal rapporto obbligatorio che nasce dalla stipulazione di un contratto. E lo dimostra il fatto, attenzione, che nei contratti di durata, e gli operatori economici lo sanno bene, sempre più spesso venga inserita la clausola, sulla negoziazione di buona fede, perché è praticamente impossibile prevedere tutte le sopravvenienze.

Quando manca la fiducia, quando l'aspettativa di veder remunerati i propri sforzi è delusa a causa delle disuguaglianze e delle rendite di posizione, gli uomini non avranno interesse a far avanzare la propria formazione, le imprese rinunceranno a investire in capitale fisico, le pubbliche amministrazioni tenderanno ad abdicare alle proprie responsabilità così acuendo il ritardo nell'emanazione di provvedimenti spesso essenziali per la realizzazione e il perseguimento di un progetto.

In questi mesi di governo ho lavorato molto, insieme ai miei ministri, a singoli provvedimenti, a realizzare importanti riforme, e vi assicuro che le riforme giù varate non sono ancora nulla rispetto al quadro di riforme che stiamo per realizzare. Ma forse le maggiori energie fisiche e mentali le ho spese per il perseguimento di un obiettivo fondamentale: ricostruire la fiducia tra le persone, tra i cittadini e le istituzioni.

Anche la misura del Reddito di cittadinanza, oggetto di varie critiche, esprime una politica a forte impatto sociale, orientata a proteggere e a sostenere coloro che per fattori anche indipendenti dalla propria volontà, versano in condizioni di maggiore fragilità, vulnerabilità. Sono privi non solo della prospettiva lavorativa ma anche dei più essenziali strumenti per condurre, l'art. 36 ci dà un monito forte, un'"esistenza libera e dignitosa". Dobbiamo continuare a lavorare per invertire il drammatico fenomeno della progressiva esclusione dai benefici della vita associata di fasce sempre più ampie della popolazione.
C'é un passaggio della esortazione apostolica di Papa Francesco Evangelii gaudium che trovo molto efficace, permettetemi di richiamarlo: "alcuni ancora difendono le teorie della ricaduta favorevole, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesca a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione che non è mai stati confermata dai fatti esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare".

Nella medesima prospettiva riformatrice del Reddito di cittadinanza, orientata alla ricostruzione di un rapporto di fiducia e alla ricomposizione di un quadro sociale profondamente lacerato a causa delle politiche economiche perseguite negli ultimi anni, si inserisce anche l'intervento a sostegno del pensionamento anticipato, con l’introduzione della Quota 100.

Questa misura, oltre a contribuire al rinnovamento della forza lavoro, rappresenta, per certi versi, una soluzione riparatrice in favore di un’intera generazione di lavoratori che, a causa di una riforma improvvisa del sistema pensionistico del 2011, ha visto all'improvviso aumentare di molti anni la rispettiva età pensionabile.

Crediamo che si sia trattato di una grave violazione del patto sociale, suscettibile di compromettere sensibilmente, ancora una volta, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Più in generale sono convinto che la crescita economica sia necessaria ma non sufficiente per produrre soddisfazione di vita. Occorre considerare altri indicatori ugualmente fondamentali: la salute, l'ambiente, la qualità dell'esistenza, la sostenibilità, la protezione die beni comuni. tutti fattori che contribuiscono ad accrescere il BES, il cosiddetto Benessere Equo e Sostenibile, indice di misurazione della crescita altrettanto importante rispetto al tradizionale, famoso, acronimo Prodotto Interno Lordo, PIL.

Sin dal mio insediamento come Presidente del Consiglio mi sono definito, un po' arditamente, come “avvocato del popolo”: ed è un mandato che desidero adempiere con l'obiettivo di essere garante di un nuovo patto sociale tra i cittadini e per i cittadini per preservare le condizioni per uno sviluppo economico autenticamente umano. Le istituzioni quindi dovranno essere custodi di questo patto coltivando la "fede pubblica"
che Antonio Genovesi definiva “la corda che lega e unisce” i membri di quella grande famiglia che è la società civile.

Grazie ancora per questo invito.