Forze di polizia tra cybersecurity e difesa dei diritti: strategie di collaborazione e cooperazione europea

Venerdì, 22 Novembre 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto all'inaugurazione dell’Anno accademico della Scuola superiore di Polizia.

Gentile ministra Lamorgese, gentile prefetto Gabrielli, direttrice Di Paolo, gentili componenti del Governo, autorevoli rappresentanti del Parlamenti, Autorità tutte e soprattutto, se mi permettete, care Allieve e cari Allievi, è un onore per me essere qui oggi per me. 

È un onore per me essere qui oggi per l'apertura del nuovo anno di studi della Scuola superiore di Polizia, che persegue l'importante missione della formazione dell'alta dirigenza della Polizia di Stato

È la prima volta, lo confesso, che vengo e questo mi dà anche una particolare emozione. Sono qui, evidentemente, per l’apertura di questo nuovo anno di studi della Scuola Superiore per le Forze di Polizia, che persegue l’importante missione della formazione e dell’aggiornamento dell’alta dirigenza delle nostre Forze di polizia.

Fin dalla sua nascita, la prospettiva adottata dalla Scuola è stata innovativa, sempre attenta a promuovere la cultura della cooperazione e la collaborazione transnazionale. Si è caratterizzata per essere un centro di eccellenza, orientata a diffondere - a tutti i livelli - un approccio europeo in materia di prevenzione e di lotta alla criminalità.

Tra le sfide che la società contemporanea si trova ad affrontare vi è quella di un nuovo spazio globale, nel quale le frontiere tendono a diventare sempre più immateriali. Il fenomeno che, noi semplifichiamo, lo chiamiamo “della globalizzazione”, favorito dall’inarrestabile sviluppo della rete e delle tecnologie info-telematiche, comporta una maggiore facilità di spostamento delle persone, delle merci e dei capitali. Insieme alle evidenti ricadute positive, che tutti noi apprezziamo, che ha avuto il nostro Paese, un Paese fortemente esportatore, insieme a risultati straordinari sul piano dell’amicizia tra i popoli e dello scambio tra culture e civiltà, non possiamo sottovalutare anche gli aspetti più insidiosi connessi alle esigenze di sicurezza, di protezione e di controllo del territorio. 

Il titolo della mia relazione, spero vi sia stato anticipato, riguarda la “cybersecurity e difesa dei diritti: strategie di collaborazione e cooperazione europea”. È questo il tema che eravamo d’accordo avrei approfondito.

Come è noto, la materia della sicurezza rientra tra quelle più gelosamente custodite dagli Stati nazionali. Siamo nella sfera dei poteri che caratterizzano tradizionalmente e storicamente la sovranità, e quindi è comprensibile la resistenza a condividere competenze, azioni e informazioni. 

Nonostante queste difficoltà, dobbiamo dire che oggi tanti passi avanti sono stati compiuti. 

Il primo importante successo nella cooperazione internazionale fra forze di polizia è certamente rappresentato da Interpol che, a voi è notissimo, agisce prevalentemente, come a Voi noto, lungo due direttrici: quella giudiziaria e quella informativa. A questa organizzazione si sono affiancate nuove iniziative, che hanno utilizzato prevalentemente gli strumenti tradizionali del diritto internazionale, orientate ad armonizzare – per quanto più possibile - le discipline dei diversi Paesi relativamente a specifici ambiti e in relazione al perseguimento di particolari specifiche fattispecie criminali, soprattutto attraverso la stipulazione di accordi. A questo proposito, ricordo la Convenzione di Palermo contro la criminalità organizzata transnazionale che, oltre a definire una base giuridica comune e a regolare puntualmente i doveri degli Stati firmatari, pone la massima attenzione alla valorizzazione dell’elemento umano, che - nell’ambito cooperativo - è fondamentale vettore di informazioni ma anche presupposto essenziale per ogni efficace collaborazione. Anche le iniziative del Consiglio d’Europa sono molto significative:  oltre al tradizionale impulso dato alla armonizzazione in materia penale, hanno più recentemente riguardato la cooperazione tra le forze di polizia. Tra queste, ad esempio, mi limito a menzionare il Codice europeo di etica per la Polizia, adottato a New York all’indomani della tragedia dell’11 settembre, destinato ad armonizzare gli ordinamenti nazionali relativamente alla formazione del personale, alla struttura organizzativa e agli obiettivi strategici delle forze di polizia.

Certamente, l’ambito in cui si è assistito maggiormente a progressi costanti e significativi sul terreno della cooperazione internazionale è un ambito che ci riconduce all’Unione Europea che, all’interno dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, ha sviluppato, in particolare dopo la creazione di Europol, gli strumenti necessari per la lotta coordinata alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, al terrorismo e al cybercrime.

Sono tutte sfide queste di assoluto rilievo per gli Stati nazionali e quindi anche per l’Unione europea nel suo complesso.

Tuttavia, è il tema della cybersecurity quello che, più di ogni altro, permette di approfondire questioni che si collocano al cuore delle responsabilità di governo sul versante della tutela e della promozione degli interessi nazionali, coinvolgendo al contempo profili di assoluto rilievo sia con riguardo alla protezione dei diritti fondamentali, sia con riguardo alla collaborazione fra gli Stati.

In effetti, tanto l’attuale panorama interno e internazionale della minaccia cibernetica, quanto gli effetti dirompenti della trasformazione digitale sulle organizzazioni complesse sia esse pubbliche che private, sulla fisionomia della società, sul tessuto produttivo, sulla vita stessa dei cittadini, di ciascuno di noi, impongono una revisione assai profonda della nozione stessa di “sicurezza”. 

La classica distinzione fra le due nozioni di “ordine e sicurezza pubblica” da una parte e “sicurezza nazionale” dall’altra rimane perfettamente valida se letta attraverso il prisma del diritto positivo, ma tende inevitabilmente a dissolversi, o comunque qualcuno potrebbe dire quanto ad assumere termini meno netti, a causa della progressiva e inesorabile digitalizzazione di tutti gli aspetti della vita umana. 

Sinora siamo stati abituati a confrontarci con una sorta di asimmetria concettuale fra le due diverse nozioni. 

La “pubblica sicurezza”, nel costituire l’essenza e la ragion d’essere della vostra missione, acquisisce il suo specifico rilievo giuridico-istituzionale proprio con riferimento al personale che espleta funzioni di polizia: in sostanza, si identifica con i soggetti, gli apparati, le autorità e le strutture preposte a garantirla, sebbene non possa essere ridotta alle sole attività di law enforcement in senso stretto. 

Quella di “sicurezza nazionale” è invece una nozione diversa e più ampia. È la condizione in cui ad un Paese risultino garantite piene possibilità di sviluppo pacifico, attraverso la salvaguardia dell’intangibilità delle sue componenti costitutive, dei suoi valori e della sua capacità di perseguire i propri interessi fondamentali a cospetto di fenomeni, condotte ed eventi lesivi o potenzialmente tali. È un bene costituzionale che gode e deve godere di tutela prioritaria, un bene supremo e immateriale peraltro in evoluzione continua, del quale si avverte sino in fondo l’importanza solo quando viene a mancare.

Al riguardo, vorrei ricordare che il grado di sicurezza percepito dalla popolazione è un dato molto importante che non dobbiamo trascurare, in quanto influisce sulle potenzialità di sviluppo di un Paese, rendendolo, ad esempio, più o meno attraente per gli investitori esteri, poiché incide in maniera significativa sulla produttività di capitale e lavoro, determinando più o meno, a seconda dei casi, un contesto favorevole all’economia della conoscenza.

Quindi è un dato di cui tutti dobbiamo tener conto. Ebbene, non si può fare a meno di rilevare che, nell’ultimo decennio, alla contrazione degli omicidi, delle rapine e dei furti corrisponde un rilevante aumento della percezione di insicurezza da parte dei cittadini, laddove all’incremento, in quantità e qualità, di reati e attacchi perpetrati nell’ambiente digitale corrisponde una consapevolezza troppo spesso inadeguata dei fattori di rischio che contraddistinguono il cyberspazio e delle misure più adatte a mitigarli e a contenerli

Proprio ieri ero a Milano, ho inaugurato un tour dell’intelligence nei 20 capoluoghi di regione, finalizzato a soddisfare l’esigenza, che ritengo non più procrastinabile, di ingaggiare gli operatori economici in uno sforzo comune, di incoraggiarli a prendere piena coscienza dei pericoli originati “dal” e “nel” mondo virtuale, i quali possono poi velocemente propagarsi al mondo reale, comportando danni seri, duraturi e in taluni casi anche irreparabili.

Il vero cambio di passo, il “game changer”, come si dicono gli inglesi, lo si registra esattamente sul piano della sicurezza cibernetica.

È proprio su questo piano che il tema della tutela dei diritti diventa centrale e, al tempo stesso, si intreccia strettamente con una concezione moderna e sofisticata di sicurezza, che ormai tutti siamo chiamati a maturare e a fare nostra. 

Dal punto di vista della salvaguardia dei diritti, il tema che emerge più di altri è quello dei dati personali. Vedete, non pongono, i dati personali, solo una questione di accesso, conservazione, trattamento e tutela, ma hanno, e oramai ne siamo tutti consapevoli, anche un valore commerciale. Lo ha, in primo luogo, il pacchetto di dati sulla propria persona che ciascuno, spesso inconsapevolmente, cede gratis sulla rete ogni giorno, il che configura - in termini molto stringenti - la necessità di lavorare in un’ottica di stretta complementarietà fra la prospettiva del law enforcement e l’angolo visuale della sicurezza nazionale inteso in senso lato. 

Se uno dei motivi fondamentali per i quali i dati devono essere protetti è che essi hanno un valore, la conseguenza è che la minaccia ormai non può essere segmentata; non si deve e non si può più ragionare operando una separazione troppo netta fra cybercrime e cybersecurity: i due ambiti sono senza dubbio diversi, ma non ci si può accostare ad essi con la logica dei compartimenti stagni. Piuttosto, viene sancita definitivamente la necessità di ripensare l’idea stessa di sicurezza. 

E se guardiamo alle diverse sfaccettature di una minaccia persistente e immanente, che va prevenuta e contrastata nella realtà quotidiana, vediamo che non c’è una differenza sostanziale tra lo scontro fra politiche di potenza anche statuali nel cyberspazio, che comunque può pure tradursi in minacce evidentemente ibride che colpiscono il livello economico, e attività illecite che - per fare alcuni esempi -  inoculano malware per bloccare i computer e chiedere un riscatto, oppure trojan per raccogliere dati a strascico o per rubare l’identità digitale ad un qualche dirigente d’azienda, ovvero azioni che alimentano il linguaggio d’odio, che - con crescente preoccupazione - si sta propagando sul web. 

La rete rappresenta uno straordinario spazio di libertà per scambi comunicativi della più varia natura, uno spazio che consente l’esercizio di diritti fondamentali, tant’è che nella letteratura giuridica più sofisticata si riconosce anche l’esistenza di un diritto di accedere a questa tecnologia, è un diritto costituzionale. 

Ma non può essere considerata una immensa zona franca. E qui forse c’è stato un fraintendimento sin dall’inizio perché, quando si è diffusa la rete, alcune correnti di pensiero l’hanno assunta alla lettera, e senza limiti, come lo spazio di più assoluta libertà da intendere e da declinare, cioè come uno spazio in cui regnava la sospensione dalle regole giuridiche. È essenziale, al contrario, che si instauri un circolo virtuoso fra tutela dei diritti, uso della rete, inclusione sociale e crescita economica, attraverso il rafforzamento delle dovute garanzie giuridiche e istituzionali. Lo spazio virtuale, proprio perché senza confini, non deve, per ciò stesso, rimanere uno spazio estraneo alle regole e impenetrabile da parte dell’ordine giuridico. Senza regole non si può tutelare la libertà, si lascia campo libero alla legge del più forte, alla legge del più attrezzato economicamente, del più attrezzato dal punto di vista della sofisticazione tecnologica. E attenzione, l’autoregolamentazione - parliamo di soft law, quel diritto mite che spesso si invoca – può essere utile ma non può essere l’unica soluzione perché Internet deve essere governato, percorrendo non la strada inammissibile del controllo, dell’espropriazione degli operatori o peggio ancora della censura, bensì la strada corretta e responsabile delle regole e dei presidi di garanzia, con i quali bilanciare adeguatamente due valori primari: la sicurezza e la libertà personale, della quale - in questo ambito – è corollario anche la riservatezza dei dati personali. 

Al riguardo, dalla specifica prospettiva del law enforcement è motivo di conforto che si possa fare affidamento su una cornice comunitaria assai avanzata e sofisticata sul piano giuridico. Penso, in prima battuta, alla Convenzione di Budapest del Consiglio d’Europa, il primo trattato internazionale - risale al 2001 -  sulle infrazioni penali commesse via internet e su altre reti informatiche. È uno strumento che merita senz’altro di essere considerato ancora oggi pienamente valido ed efficace; la mia valutazione è che serve la determinazione di tutti nel sostenerlo ed applicarlo. Inoltre, la cosiddetta “Direttiva Polizia” del 2016, che è stata recepita lo scorso anno nell’ordinamento nazionale, oltre a regolamentare il trattamento dei dati da parte delle autorità di polizia, si pone anche lo scopo di rafforzare la cooperazione giudiziaria e, quindi, di realizzare uno scambio di informazioni più efficiente ai fini della prevenzione, investigazione e repressione dei reati.  

E penso, soprattutto, al Regolamento generale sulla protezione dei dati, là dove impone che taluni principi fondamentali vengano applicati in maniera uniforme, concreta e sistematica su tutto il territorio dell’Unione Europea, così configurando un salto di qualità giuridico e culturale e là dove contiene norme e garanzie di particolare interesse anche per i trattamenti dei dati su larga scala, che impongono un bilanciamento tra esigenze di valorizzazione della collaborazione informativa e dello scambio e tutela dei dati e la salvaguardia dei diritti e delle libertà dei singoli. Come è noto, gran parte delle nuove tipologie di reato, che rappresentano il prodotto di innesti operati dal legislatore per lo più nel codice penale, disseminati all’interno dei capi che presentavano maggiori analogie sotto il profilo del bene giuridico tutelato, presentano tuttavia un minimo comune denominatore: i dati personali quale elemento fondante, se non addirittura costitutivo, delle fattispecie stesse. Esiste dunque un rapporto sinergico tra protezione dei dati personali e attività di Polizia, poiché proprio la tutela delle informazioni relative alle persone rappresenta il fondamento ineludibile della sicurezza individuale e collettiva, tanto più necessario nell’epoca di Internet, la nostra epoca. Poiché in tale contesto le fonti di rischio si moltiplicano a dismisura, è indispensabile fare della protezione dei dati personali uno degli obiettivi prioritari dell’attività investigativa: da questo assioma dipende la tutela della persona, ma anche la sicurezza del medesimo spazio cibernetico e dell’intero sistema-Paese.

A fronte dei profondi mutamenti innescati dalle nuove tecnologie nell’esercizio del potere inquirente, che si avvale oggi del web scraping, della social media intelligence, dei trojan, occorre - per essere più efficaci nell’azione di contrasto - coniugare esigenze investigative e protezione dei dati. Le attività di prevenzione e contrasto dei reati non devono rendere meno liberi i cittadini, commetteremo un grandissimo errore. Questi criteri orientatori devono guidare sempre le forze di Polizia, che spesso detengono dati delicatissimi, magari riguardanti anche soggetti coinvolti a ben diverso titolo nei reati (vittime, testimoni, familiari, conoscenti del reo). Per questo, la protezione dei dati personali non può non costituire una parte essenziale della formazione e dell’attività quotidiana delle forze di Polizia, poiché è proprio in tale settore normativo che lo “sceriffo informatico” trova le coordinate applicative per perseguire fenomeni, quelli del cybercrime, camaleontici per loro stessa natura, in continua mutazione genetica, in costante espansione.

La disciplina sulla protezione dei dati non rappresenta un limite, ma un presupposto indispensabile al corretto svolgimento dell’attività di Polizia, che si armonizza perfettamente nel quadro dei valori fondanti la nostra democrazia, al pari della sicurezza dei singoli e della comunità. È questa la più grande sfida che affrontano oggi le nostre liberaldemocrazie occidentali, che non possono perseguire i propri obiettivi di sicurezza se non in endiadi con la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo, mentre i criminali e i diversi attori della minaccia, che ovviamente non si pongono questo problema, possono trarre vantaggio da questa apparente “fragilità” dei nostri sistemi, addirittura sfruttando a proprio vantaggio i sottoprodotti involontari delle soluzioni normative, organizzative e operative che noi adottiamo.

Sotto questo profilo, è emblematico proprio il caso del GDPR che, comportando una maggiore scarsità delle informazioni sui domini internet che, prima dell’entrata in vigore di quel Regolamento, erano più facilmente accessibili attraverso i protocolli di rete, verosimilmente incentiverà i cybercriminali a appropriarsi dei domini stessi, specie di quelli aziendali; i criminali potrebbero essere spinti a diversificare e sofisticare le tecniche utilizzate per compiere frodi, utilizzare le identità sottratte, violare le infrastrutture, veicolare minacce attraverso i social media, mimetizzarsi finanche negli attacchi, insomma potranno sentirsi incoraggiati ad affinare la qualità delle loro attività illecite.

Ciò posto, non è affatto detto che una sfida immensa equivalga ad una “fatica di Sisifo” insuperabile. Al contrario, rimane alla nostra portata. Meglio la si conosce, meglio la si affronta, cercando di individuare la risposta migliore. Risposta che, anche in virtù di tale esercizio, credo sia riassumibile in una ricetta precisa: allineamento degli sforzi. Degli sforzi compiuti da ciascuno Stato al suo interno, nonché di quelli che vengono compiuti al livello internazionale. L’idea di allineamento comporta implicazioni ben precise, prime fra tutte il diritto-dovere di ciascuno Stato - pur in un contesto fortemente integrato - di esercitare le proprie prerogative sovrane in materia di sicurezza nazionale.

Alla radice del recentissimo provvedimento istitutivo del perimetro nazionale di sicurezza cibernetica, la cui ratio è quella di tutelare al tempo stesso i diritti dei cittadini, i principi del libero mercato e l’interesse superiore alla sicurezza dei sistemi info-telematici essenziali per il mantenimento delle funzioni vitali della Nazione, vi è stata, fra le altre, l’esigenza di definire uno spazio per lo scrutinio nazionale delle soluzioni tecnologiche e delle forniture destinate a quei sistemi. Mi fa piacere evidenziare come questa recentissima iniziativa legislativa che ha portato all’istituzione del nuovo perimetro sia stata improntata al criterio dell’accorto bilanciamento fra esigenze, valori e priorità che, in coerenza con quanto osservavo poc’anzi in materia di tutela della sicurezza cibernetica e tutela dei diritti, non dovevano in alcuna maniera essere poste in conflitto, in contrasto fra loro.

E, nell’assolvere a questa missione, abbiamo cercato di perseguire il coinvolgimento, armoniosamente, di tutte le componenti che potevano offrire un valore aggiunto: rivolgendomi a questo uditorio, il pensiero non può non andare al CNAIPIC del Ministero dell’Interno, quale efficiente modello operativo in relazione alle peculiari attribuzioni di polizia applicate all’ambito cyber. Una volta, però, che viene fatto salvo il principio della riserva sovrana sulla sicurezza nazionale, non vi è dubbio che, a minacce ed attività criminali che viaggiano sulla “rete” e travalicano evidentemente i confini nazionali, occorre contrapporre, in modo convinto e coordinato, un’altra “rete”: quella dei rapporti collaborativi, declinati all’insegna dell’efficienza, dell’efficacia e dell’immediatezza di risultati.

Motivo, questo, per cui le relazioni con le Forze di polizia degli altri Paesi, le forme di collaborazione all’interno di Interpol ed Europol e le attività nei gruppi internazionali dedicati  - ad esempio del G7 e dell’Ocse -, oltre a rappresentare un essenziale momento di confronto su problematiche e criticità comuni, devono essere sviluppate col massimo impegno, poiché costituiscono fattori essenziali per lo scambio informativo e per l’aggiornamento sulle tecnologie stesse e sulle tecniche investigative. Così come non vi è dubbio che, per il nostro Paese, la cooperazione internazionale trovi il suo alveo elettivo, dal punto di vista dell’effettiva traduzione in risultati tangibili, nella dimensione dell’Unione Europea.

A tale proposito, credo che vadano considerate come un passo avanti molto importante tanto le conclusioni, approvate dal Consiglio nel giugno scorso, relative alle nuove informazioni sfruttabili, quanto la specifica piattaforma di Europol che ne è direttamente scaturita, finalizzata a elaborare e condividere linee guida, materiali formativi vari, strumenti analitici. Quella di rafforzare la capacità di analisi dei dati digitali in tutta l’Unione è una scelta che dobbiamo considerare virtuosa e lungimirante; sono convinto che le autorità impegnate a contrastare le attività illecite e a misurarsi con l’impatto degli sviluppi tecnologici sulle azioni criminali potranno trarne grande giovamento e potremo aspettarci delle fruttuose ricadute operative. D’altra parte, la trasformazione digitale è destinata ad accelerare ulteriormente e a acquisire una forte valenza anche geopolitica, in virtù di sviluppi un tempo inimmaginabili come la rivoluzione dei computer quantistici, l’intelligenza artificiale, le reti 5G, queste ultime tecnologia essenziale per sviluppare una connettività di alta qualità per l’intero spazio europeo.

Come noto, una direttiva UE ha istituito un Codice delle comunicazioni elettroniche che prevede, entro il 2020, l’assegnazione, da parte di ogni Stato membro, delle frequenze necessarie per la rete 5G. Anche in questo settore, dunque, non può esistere una sovranità nazionale che non faccia i conti con una nuova dimensione, che impone la condivisione di strategie operative, informazioni sensibili, capacità informative e tecniche di indagine. Sfide come la lotta alla criminalità organizzata, al terrorismo, al crimine informatico, non possono essere affrontate a livello di singolo Paese. Più in generale, dobbiamo riconoscere che i risvolti politici, economici, sociali ma anche etici - poco fa sono stato alla Camera dei Deputati a un seminario su i risvolti anche etici non solo giuridici dell’intelligenza artificiale -  saranno tanti e tali che, oltre a dover essere affrontati in modo sistemico - cioè con il coinvolgimento assiduo e il più possibile coerente, sul piano della governance, dei soggetti pubblici e privati, del mondo della ricerca, degli attori internazionali - chiameranno l’umanità stessa intera a porsi in termini più incisivi di quanto non sia accaduto sinora il problema della propensione della potenza tecnica al dominio assoluto.

E, con esso, dovremo anche porci il problema di recuperare l’unitarietà del sapere, facciamo attenzione. A fronte della strutturazione a compartimenti stagno delle discipline scientifiche attraverso le quali cerchiamo attualmente di decifrare la complessità dell’ambiente che ci circonda. Vedo anche accademici in sala, sono ben consapevoli credo che la separazione dei settori scientifico-disciplinari utili a rimarcare delle distinzioni accademiche delle volte però rischiano di ostacolare la conoscenza che oggi si deve sviluppare in modo interdisciplinare. La risposta delle Forze di Polizia deve essere coerente e coordinata, secondo un approccio omnicomprensivo che affianchi, alla repressione dei reati, la prevenzione, la presa di coscienza dei rischi, la formazione e la resilienza, nonché secondo un metodo che si focalizzi, per l’appunto, sull’impatto che gli sviluppi tecnologici possono avere sul contesto di riferimento, dando vita a nuove figure di reato, oppure offrendo nuove modalità per perpetrare reati tradizionali.

Mi avvio a conclusione, anzi mi scuso perché quest’intervento è stato un po’ più lungo di quello che avevate previsto. Voi rappresentate un punto di riferimento sicuro, unanimemente ammirato, la cui assoluta eccellenza è ampiamente riconosciuta da tutti i nostri partner internazionali. E lo dice il vostro Presidente del Consiglio che ha viaggiato e sta viaggiando molto anche all’estero. Non solo per la vostra indiscutibile capacità, per l’alta dedizione e l’elevatissima professionalità che dimostrate ogni giorno tanto sul territorio quanto nell’agone digitale, nell’agorà digitale, ma perché, come è naturale che accada in un Paese solidamente democratico, operate sempre, quando siete chiamati ad intervenire nel cyberspazio, mantenendo costantemente saldo l’ancoraggio ai valori fondamentali nei quali tutti gli italiani, la nostra comunità nazionale, si riconosce.

Alle minacce di oggi, alle minacce di domani non dobbiamo rispondere con inquietudine, con senso di smarrimento, ma con lucidità e con iniziative realistiche, rispettose dei diritti, care allieve e cari allievi qui oggi siete chiamati a studiare, si inaugura un nuovo Anno Accademico è chiaro che le competenze che oggi acquisite vi torneranno utili e preziose domani, quando opererete. Però attenzione non solo in termini di competenze acquisite e di nozioni immagazzinate ma anche di un approccio metodologico che vi spingerà quindi ad avere il giusto atteggiamento quando si tratterà di risolvere problemi, di affrontare le situazioni. Con questo spirito che dichiaro aperto l’Anno Accademico 2019-2020 della Scuola Superiore di Polizia e vi auguro davvero con un abbraccio caloroso di poter rimanere concentrati e di avere un futuro radioso e professionale, il che significherà un futuro radioso anche per il Paese.

Grazie.


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