Consiglio europeo, le comunicazioni del Presidente Conte al Senato

Mercoledì, 16 Ottobre 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre.

Gentile Presidente, Gentili Senatori,

il prossimo Consiglio Europeo ha una duplice valenza politica, in chiave europea ma in chiave anche italiana. È il primo Consiglio Europeo dopo la nomina dei vertici delle Istituzioni dell’Unione Europea e si svolge poche settimane prima dell’avvio del mandato della Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e del nuovo Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel. Questo Consiglio Europeo è, inoltre, il primo al quale partecipo come Presidente del Consiglio di un nuovo Governo, che vede nell’Europa un pilastro della collocazione internazionale dell’Italia e che è pronto ad impegnarsi affinché il nuovo ciclo europeo dia finalmente ai cittadini dell’Unione le risposte che da tempo attendono.

Ho avuto già modo di affermare in occasione del discorso per il voto di fiducia, che è dentro il perimetro dell'Unione europea, e non fuori da esso, che si deve operare alla ricerca del benessere dei cittadini italiani, aggiornando ma anche rivitalizzando un progetto che ha assicurato per decenni pace, prosperità, sempre maggiori opportunità per tutti, a partire dai più giovani.

Il futuro che intendiamo assicurare al nostro continente caratterizza i temi in agenda nel prossimo Consiglio Europeo: dalla discussione sulla Turchia a Brexit, dal Quadro Finanziario Pluriennale all’Allargamento dell’Unione europea, fino ai cambiamenti climatici.

Su questi temi l’Italia intende fare la sua parte, affinché l’Europa agisca con piena coesione ed assuma - anche nel medio-lungo termine - decisioni efficaci e sostenibili. Reputo essenziale che si lavori, a maggior ragione in questa fase che prelude all’entrata in carica dei nuovi vertici istituzionali europei, con spirito costruttivo, con spirito unitario. 

Quanto l’unità e la coesione siano imprescindibili per la sicurezza stessa dell’Europa ce lo ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, l’intervento militare turco nel Nord-Est della Siria, che mettendo a rischio la stabilità e la sicurezza dell’intera regione, causando nuove sofferenze ai civili ed ulteriori sfollati e ostacolando l’accesso dell’assistenza umanitaria, al punto da mettere a serio rischio le prospettive del processo politico, che era in corso guidato dalle Nazioni Unite, per la pace in Siria e i progressi finora raggiunti dalla Coalizione globale anti-Daesh. Questo scenario è tristemente simboleggiato dall’uccisione dell’attivista curda Hevrin Khalaf. La decisione turca ripropone, dunque, l’esigenza improcrastinabile di una posizione comune, ferma e risoluta da parte dell’Unione Europea. 

L’Italia, da subito orientata, anche unilateralmente, verso la moratoria nella vendita di armi alla Turchia, ha fermamente voluto, fin dalla fine della scorsa settimana, farne oggetto, in sede europea, di un dibattito. Dopo le Conclusioni del Consiglio Affari Esteri di lunedì scorso, tale moratoria assume maggior valore politico ed efficacia. Il Governo italiano, che ha subito dato seguito al provvedimento di sospensione di export di armi alla Turchia, è convinto che si debba agire con la massima determinazione per evitare ulteriori sofferenze al popolo siriano, in particolare curdo, e per contrastare azioni iniziative destabilizzanti della regione. Questi obiettivi saranno tanto più efficaci se raggiunti attraverso il coordinamento europeo e in sede multilaterale.

Va inoltre ribadito come le preoccupazioni di sicurezza turche relative al Nord-Est della Siria debbano essere affrontate con strumenti politici e diplomatici, mai certo con l’azione militare, e sempre in ossequio al diritto internazionale. 

Di Turchia al Consiglio Europeo si parlerà anche in relazione alla questione delle interferenze di Ankara nella Zona Economica Esclusiva di Cipro. L’Italia continua a seguire con grande attenzione la situazione e a partecipare alla concreta solidarietà europea, che - nei giorni scorsi – ho anche personalmente espresso al Presidente cipriota Anastasiades. L’Italia invita la Turchia - come evidenziato dalla Farnesina nel comunicato del 5 ottobre scorso - ad astenersi da azioni illegali. L’Unione Europea ha proseguito compatta nel sostegno a Cipro, tenendosi pronta a dare seguito all’opzione di “targeted measures”, decisa al Consiglio Europeo già nello scorso giugno. È essenziale, al contempo, evitare ulteriori escalation.

Alla Turchia diversi Stati Membri continuano a guardare, anche dopo le dichiarazioni non condivisibili del Presidente turco Erdogan sui rifugiati. Ho definito simili dichiarazioni del tutto assolutamente inaccettabili.

Sul tema migratorio, continuo a rivendicare la priorità di un approccio equilibrato dell’Unione Europea. Le Conclusioni del Consiglio Europeo non devono inviare segnali sbilanciati su singole rotte migratorie. Si farebbe infatti il gioco di chi organizza i traffici di esseri umani e si accrescerebbero le divisioni tra gli Stati Membri su come attuare quella responsabilità condivisa che, in base ai Trattati, deve caratterizzare l’azione europea nel campo della migrazione.

Nel suo complesso, la discussione sarà l’occasione per sottolineare ai miei omologhi europei che il Meccanismo concordato il 23 settembre scorso a Malta, e discusso poi successivamente al Consiglio Giustizia Affari Interni del 7-8 ottobre, rappresenta una tappa significativa, ne siamo consapevoli non risolutiva, in un percorso che l’Italia inquadra nella costruzione di un sistema europeo sostenibile ed efficace sia nella redistribuzione sia, e con pari priorità, nei rimpatri.

Tema, quest’ultimo, su cui il Governo italiano è intensamente impegnato, come dimostra il “Decreto Paesi Sicuri” adottato di recente. Dobbiamo continuare a lavorare affinché l’Europa intraprenda una decisa e coordinata azione sui rimpatri, rivolta ad Accordi europei di riammissione e con una lista europea di Paesi di origine sicura. Dobbiamo evitare inoltre fenomeni di “pull factor “, e questo è un primario interesse del nostro Paese, laddove alcuni Stati Membri dell’Unione europea lo utilizzano purtroppo per giustificare la loro mancata solidarietà.

Un altro tema dell’agenda del Consiglio Europeo, cruciale anche questo per il futuro dell’Europa, è quello di Brexit. La scadenza del 31 ottobre 2019 e il rischio di un ”no deal” si avvicinano, mentre i negoziati sulla revisione del cd. “backstop” sul confine irlandese hanno registrato negli ultimi tempi alcuni progressi in avanti, senza tuttavia arrivare ancora ad una svolta decisiva. 

In questo quadro, l’Italia è impegnata su due obiettivi principali: primo) proteggere i nostri cittadini e le imprese dall’incertezza e, in caso di mancato accordo, dalle conseguenze del “no deal”;  secondo) lavorare fino all’ultimo istante utile per trovare un’intesa con i britannici, sostenendo il lavoro - ha fatto un lavoro encomiabile, dobbiamo riconoscerlo - del Capo Negoziatore dell’Unione europea Barnier ed evitando sterili rimpalli di responsabilità.

In questa fase, dobbiamo ribadire l’unità tra i 27 Stati membri dell’Unione europea e sostenere un approccio negoziale pragmatico senza condizionamenti ideologici. Al momento, due appaiano i maggiori ostacoli al raggiungimento di un’intesa: il primo riguarda la governance del backstop con un diritto di veto nordirlandese; il secondo il confine doganale tra le due Irlande, che resta in piedi e la cui “invisibilità” resterà tutta da costruire durante il periodo di transizione senza adeguate garanzie giuridiche.

Se entro il 31 ottobre riusciremo a superare questi problemi, e attenzione ci aspettiamo anche aggiornamenti su questi temi da un momento all’altro, avremo un accordo, altrimenti dovremo prepararci allo scenario di una nuova proroga, se il Governo britannico la chiederà, oppure un’uscita ahimè senza accordo. In tale ultima evenienza, in Italia abbiamo messo in sicurezza il Paese con il decreto-legge Brexit (n. 22 del 2019), che poi il Parlamento, voi, avete convertito in legge (legge n.41 del 2019) e abbiamo anche adottato vari piani operativi (su dogane, assistenza alle imprese, servizi finanziari, diritti dei cittadini) coordinati dalla task force che ho istituito a Palazzo Chigi.

Passo ad altro, al Quadro Finanziario Pluriennale, questo Consiglio Europeo può e deve rappresentare un progresso in un negoziato che all’apparenza si mostra solo tecnico, ma che invece, ne siamo tutti consapevoli, ha una forte valenza politica, perché definisce obiettivi e modalità dei fondi europei per il prossimo decennio (2021-2027) e la loro adeguatezza alle ambizioni che l’Unione europea intende perseguire. Solo apparentemente procedurale, perché non ancora riferita a decisioni concludenti, la discussione a questo Consiglio Europeo mira a identificare i principali nodi del negoziato e a facilitarne i prossimi passi, in vista del Consiglio Europeo di dicembre, che deve auspicabilmente consentire di giungere quantomeno in prossimità delle battute finali del negoziato stesso.

Il carattere generale della discussione e delle Conclusioni non deve però trarre in inganno. Riflettere su questioni come il livello complessivo del Quadro Finanziario Pluriennale, le entrate, la ripartizione delle risorse tra le diverse politiche, la condizionalità per l’accesso e l’uso dei fondi, non è un esercizio affatto teorico. Tocca, infatti, settori in cui la sensibilità dei singoli Stati membri dell’Unione, e quindi dei nostri cittadini è assolutamente elevata e purtroppo non è affatto uniforme. È noto che tale negoziato è soggetto a complesse procedure di approvazione e diversi passaggi tra Istituzioni europee (Commissione, Parlamento e Consiglio), la cui durata è da contemperare con l’esigenza di chiudere in tempi utili un accordo e avviare la programmazione il prossimo anno, per un utilizzo tempestivo dei fondi sin dal 2021. Ma le pressioni sulla tempistica del negoziato non devono far premio sulla qualità dell’intesa che dovremmo raggiungere.

Come avvenuto nei precedenti Consigli Europei, considero essenziale riaffermare con forza le priorità, diremmo le linee rosse della posizione italiana.

Nella sostanza, riteniamo che la proposta originale della Commissione, sebbene non ambiziosa rispetto a quanto auspicato da noi e dal Parlamento europeo, rappresenti un compromesso sufficientemente equilibrato, sia per la dimensione complessiva delle risorse sia per la loro distribuzione tra le varie rubriche.

La Commissione europea ha proposto un tetto alla spesa pari all’1,11% del Reddito Nazionale Lordo dei 27 Stati membri. Secondo i dati forniti dalla stessa Commissione, nel tener conto delle conseguenze della Brexit, il volume proposto è sostanzialmente analogo a quello del bilancio in vigore, diviso tra 27, ovviamente. Inoltre, il saldo complessivo per il nostro Paese migliora.

A fronte di questi elementi positivi sui volumi di spesa, vi sono alcune criticità che riguardano i criteri di distribuzione e le modalità di spesa o di funzionamento di alcune condizionalità, come pure un elemento di grande attenzione sulla spesa per la politica migratoria. Mi riferisco, in particolare, al criterio della convergenza esterna per la Politica Agricola Comune, all’indice di prosperità relativa per la Coesione, ai meccanismi di flessibilità, alle condizionalità macroeconomiche e relative allo Stato di diritto e alle nuove risorse proprie e a qualche altro profilo minore.

La proposta formulata nei giorni scorsi dalla Presidenza finlandese è apparentemente equidistante fra quella della Commissione e quella degli Stati che definirei “minimalisti”, che vogliono cioè limitare la spesa complessiva all’1% del Reddito Nazionale Lordo dei 27 Paesi. Il segnale che proviene dalla proposta della Presidenza di turno è invece negativo, perché finisce per diminuire l’ambizione del bilancio stesso e per renderlo inadeguato alla posta in gioco. Un’ulteriore riduzione del bilancio comporterebbe, infatti, gravi difficoltà per l’Unione nel perseguire direttamente o sostenere gli Stati membri nel raggiungimento di obiettivi di eccellenza nella ricerca e nell’innovazione, nell’azione a protezione del pianeta, negli investimenti indispensabili a costruire un’Europa migliore per i nostri giovani, nella stessa gestione dei flussi migratori.

D’altro canto, la discussione in Consiglio Europeo dovrà tenere conto delle indicazioni ricevute dal Parlamento europeo per un bilancio ancora più ambizioso, all’1,3%.

Per quanto riguarda le entrate, il nostro Paese ha sempre sostenuto la fondamentale, ma purtroppo ancora non condivisa esigenza di modernizzare il modo in cui l’Unione europea finanzia il proprio bilancio, in primis attraverso l’introduzione di “Nuove Risorse Proprie”, che non solo allentino la dipendenza del bilancio europeo dai contributi degli Stati membri, ma contribuiscano a promuovere priorità politiche dell’Unione, quale il miglior funzionamento, il più efficace funzionamento del mercato interno e anche il suo finanziamento e la progressiva armonizzazione del quadro fiscale in chiave anti-elusione e anti-dumping.

Negli ultimi mesi, abbiamo proseguito il confronto e il dialogo con le Istituzioni europee e con gli Stati membri. Sul piano nazionale, questo Governo può contare su un coordinamento rafforzato, che fa capo al Ministero per gli Affari europei, in stretto raccordo col MAECI e col Ministero dell’Economia e delle Finanze, e sul Comitato Interministeriale per gli Affari Europei, con l’obiettivo di identificare le reali capacità nazionale di attrazione dei fondi europei e di spesa e di individuare appropriate strategie negoziali.

La prospettiva temporale del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale è decisiva anche per la lotta al cambiamento climatico. Dopo la complessa discussione al Consiglio Europeo di giugno, il confronto in questo Consiglio Europeo sarà orientato in chiave internazionale, dunque sui seguiti del “Climate Action Summit” dell’ONU dello scorso settembre, dove - a nome del Governo - ho sostenuto l’obiettivo della decarbonizzazione al 2050, ho illustrato i cardini del nostro percorso di transizione energetica, ho confermato il nostro impegno in vista della COP25 e soprattutto della COP26, dove sapete abbiamo in programma di attuare una partnership con il Regno Unito.

Rimane essenziale, per l’Italia, giungere ad un consenso superando le divisioni, divisioni che sono emerse anche al Consiglio europeo di giugno, rispetto ad un’ambizione europea che per il Governo italiano è ineludibile, anche sul piano nazionale.

Come sapete, abbiamo lanciato un “Green New Deal” per riorientare l’intero sistema produttivo verso uno sviluppo sostenibile, per incentivare i comportamenti socialmente responsabili di tutti gli attori economici. E giovedì 10 ottobre abbiamo approvato in Consiglio dei ministri il decreto-legge “clima”, uno dei tasselli fondamentali di questo più ampio Patto per l’ambiente, che il Governo, in maniera corale, intende perseguire. Questa notte, fino a qualche ora fa, siamo stati a lavorare anche per approvare il decreto fiscale e il disegno di legge di Bilancio, dove perseguiremo, continueremo a con altre misure a perseguire questo Green new deal.

Sono misure attraverso le quali abbiamo intenzione di rafforzare sensibilmente il contrasto all’emergenza climatica.

Mi aspetto che il tema dell’ambiente alimenti una discussione proficua sul “prossimo ciclo istituzionale” e sull’attuazione dell’Agenda Strategica 2019-2024, approvata nel corso del Consiglio europeo del giugno scorso. Questa discussione avverrà infatti alla presenza della Presidente eletta della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, che mai come in precedenza ha posto il tema ambientale e i suoi risvolti anche sociali al centro delle priorità e della visione per il futuro dell’Europa.

Senza un’azione rapida e incisiva verso gli obiettivi ambientali e sociali, senza un impulso decisivo, coraggioso delle Istituzioni europee, l’Europa potrà infatti alimentare solo delusione nei cittadini del continente – e in particolare nei giovani – e sfiducia tra gli Stati Membri. La sfida ambientale, così come quella sociale, suggerisce infatti, inevitabilmente, di scommettere sulla collaborazione tra Stati e su un rinnovato multilateralismo, fondato su un’agenda condivisa che rifiuti istanze, impulsi isolazionisti ed autoreferenziali.

Il Consiglio europeo affronterà inoltre il tema dell’Allargamento, sulla base delle Conclusioni raggiunte al riguardo, ieri 15 ottobre, dal Consiglio Affari Generali. L’Italia continua a sostenere le Conclusioni favorevoli all’avvio dei negoziati di adesione per Albania e Macedonia del Nord. Ieri sono stato in Albania, ho voluto dare un segno tangibile dell’attenzione del nostro Paese, del nostro Governo verso questo Paese tradizionalmente amico.

Rimaniamo inoltre contrari ad una decisione di “decoupling” riguardo ai due Paesi, perché essa invierebbe un segnale negativo all’intera regione. E quindi già nei lavori preparatori ci siamo opposti rispetto a una differenziazione delle sorti dei due Paesi, che era stata prospettata. E la mia visita ieri a Tirana, dicevo, a è stata proprio caratterizzata dalla riaffermazione del pieno e convinto sostegno italiano a una decisione positiva affinché il percorso europeo di Tirana e di Skopje prosegua, con approccio responsabilmente riformatore della leadership di quei Paesi.

Sarebbe infatti miope, da parte europea – e cercheremo di evitarlo – decidere un ulteriore rinvio, dopo quello del Consiglio europeo di giugno scorso, rispetto a una tappa che comunque – come detto – non attenua di certo i doveri dei due Paesi balcanici nei confronti dell’Unione europea. Ma è una tappa che da anni viene prospettata e viene sempre più differita.

Si tratta, in sostanza, di comprendere che una bocciatura senza dare neppure l’occasione di svolgere i “compiti a casa” allontanerebbe quei Paesi dall’orizzonte europeo e frustrerebbe notevolmente le loro popolazioni, che per la maggior parte chiedono di poter aderire a questa prospettiva. Non c’è da augurarselo, tanto più considerando che l’allargamento è un processo che consente agli Stati Membri controlli ben più efficaci –

una volta, come sapete, avviati i negoziati di adesione, perché non è in tema all’ordine del giorno la decisione sull’adesione ma sull’avvio di negoziati di adesione – e questo sarebbe ovviamente una prospettiva ben più favorevole rispetto a un’esclusione che inviterebbe Tirana e Skopje a dinamiche di instabilità politica, con conseguenze anche sul piano regionale.

C’è l’eventualità anche che si possa discutere, tra i temi vari che sono stati prefigurati, la questione dei dazi USA, e il Governo italiano, lo sapete, segue con la massima attenzione questo tema, con l’obiettivo di evitare che ci possa essere un impatto negativo sul Made in Italy. Intendo favorire, insieme a tutti i ministri, un approccio costruttivo su questo tema, nel quadro di un negoziato bilaterale con Washington. La linea dell’Europa deve non solo tenere conto delle nostre sensibilità nazionali, ma riconoscere e perseguire la necessità di evitare una spirale di guerra commerciale che sarebbe deleteria per tutti.

Anche alla luce del forte declino del commercio internazionale e delle tensioni commerciali fra Stati Uniti e Cina, una spirale protezionistica è infatti la strada meno consigliabile per due partner strategici come Unione europea e gli Stati Uniti, che dovrebbero piuttosto lavorare assieme per sviluppare un sistema di commercio equo con parità di accesso al mercato, attenzione agli esclusi, agli emarginati dalla globalizzazione e alla sicurezza e lotta al dumping sociale, ambientale e aggiungo anche fiscale. È inoltre essenziale una riflessione a Bruxelles – e intendiamo continuare a esserne attivi promotori – per l’individuazione di misure compensative interne, volte a tutelare le filiere più colpite dai dazi americani, non ultime, come sappiamo, quelle agricole.

L’Italia continuerà a far valere con convinzione la sua posizione, come ha fatto sinora, nelle interlocuzioni con gli alleati americani, per proteggere i nostri prodotti e tutelare gli interessi italiani.

Gentile Presidente, gentili Senatrici e gentili Senatori, dal nostro Paese può, deve giungere un contributo di alto profilo a quel lavoro comune per il futuro dell’Europa che i Governi europei, insieme alla nuova Commissione europea e col Parlamento europeo, sono chiamati a svolgere. Al riguardo, è essenziale una piena e approfondita condivisione di intenti e di visione tra Governo e Parlamento, sulle priorità europee e sulle posizioni dell’Italia nei vari Consigli europei. È solo in Europa, in questo sistema integrato, e con l’Europa che possiamo costruire, per le nuove generazioni, un futuro migliore e sostenibile e possiamo sperare di tutelare con efficacia la sicurezza e il benessere del continente di fronte alle crescenti tensioni globali, che giungono a minacciare la stabilità dello scacchiere mediterraneo e, pertanto, dell’intero continente.

Grazie.


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