I Pareri del Comitato
Presentazione
A partire dal mese di ottobre del 2000 il Comitato Nazionale
per la Bioetica ha avviato, per sollecitazione del Presidente del
Consiglio, Prof. Giuliano Amato, una riflessione sul tema della
vita morente, tema che assume una rilevanza bioetica
fondamentale, in quanto la morte investe la nostra stessa
esistenza e rappresenta l’orizzonte ultimo del nostro
vivere.
Il C.N.B. aveva già affrontato in passato
l’insieme delle questioni relative alla fine della vita
umana pubblicando diversi documenti, fra cui Definizione e
accertamento della morte nell’uomo (15 febbraio 1991),
Parere del CNB sulla proposta di risoluzione
sull’assistenza ai pazienti terminali (6 settembre 1991), e
Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana (14
luglio 1995).
Nel tempo trascorso fra tali documenti, oltre
all’esplicita richiesta ricevuta dal primo ministro e alla
presentazione di progetti di legge che hanno proposto il tema
all’attenzione del Parlamento, vi è stata nel paese
la maturazione di nuove consapevolezze e discussioni sulla
"cultura della morte". Atteggiamenti diversi sono anche maturati
su scala internazionale al riguardo della terapia del dolore,
dello "stato vegetativo persistente", delle "direttive
anticipate" definite anche "testamento di vita" e
dell’eutanasia.
Il C.N.B. ha ritenuto di dover procedere su questi temi
partendo dalla terapia del dolore, intesa come cura e assistenza
(cure and care) finalizzata al controllo della sofferenza fisica
e al supporto psico-sociale al paziente, a causa delle omissioni
riscontrate nel sistema sanitario e nella pratica medica. In tale
contesto si è inserita la nuova legge sulla prescrizione
degli oppioidi promossa dal Ministro Veronesi, che ha sollecitato
nuove riflessioni.
Il tema della terapia del dolore è stato analizzato da
un gruppo del CNB coordinato dal Prof. Sandro Spinsanti e
composto da Giovanni Berlinguer, Luisella Battaglia, Francesco
Busnelli, Mauro Ceruti, Isabella Maria Coghi, Francesco
D’Agostino, Gilda Ferrando, Eugenio Lecaldano, Adriana
Loreti Beghè, Demetrio Neri, Anna Oliverio Ferraris,
Angelo Fiori, Aldo Pagni, Livia Pomodoro, Giuseppe Savagnone,
Elio Sgreccia, Tullia Zevi. Il gruppo si è riunito con
sistematicità sino al febbraio, con l’apporto della
Dr.ssa Maria Caporale della segreteria scientifica del CNB e ha
redatto una bozza, alla cui stesura hanno collaborato diversi
esperti, che ringrazio a nome del Comitato. Rivolgo un
particolare ringraziamento ai Proff. Michele Gallucci, Marco
Visentin, Nicola D’Andrea, che hanno collaborato
rispettivamente alla redazione dei paragrafi Il dolore nella fase
terminale della vita, Il dolore post operatorio, Il dolore in
pediatria. Il gruppo si è anche avvalso dei contributi
coordinati, a Milano, dal Prof. Mauro Ceruti, ordinario di
Epistemologia Genetica.
Il testo è stato discusso nella seduta plenaria del CNB
e, dopo le correzioni suggerite in quella sede, è stato
approvato all’unanimità nella successiva seduta del
30 marzo 2001
Roma, 30 marzo 2001
Il Presidente
Giovanni Berlinguer
LA TERAPIA DEL DOLORE: ORIENTAMENTI BIOETICI
Premessa
Il dolore accompagna da sempre la vita umana, ha molteplici
significati, e, fino a tempi recenti, l’umanità non
ha conosciuto mezzi efficaci per eliminarlo o per ridurlo. Nella
valutazione etica, il dolore è stato a lungo associato
all’idea di castigo. Ad esempio, nell’Antico
Testamento Dio si rivolge alla donna che ha peccato con queste
parole: "Moltiplicherò le tue pene ed avrai i figli nel
dolore", e nel Corano la mancanza di fede è colpita da
"castighi dolorosi". La stessa concezione caratterizza la fase
barbarica della giustizia umana, al punto che il termine "pena"
ha assunto il duplice significato di dolore e condanna. Questa
idea di castigo ha anche impregnato il comune sentire della
gente. Si è fatta strada, tuttavia, nell’epoca
moderna, un’altra interpretazione secondo la quale il
dolore non è un castigo da accettare supinamente, ma
costituisce la connotazione che accompagna il male e lo distingue
dal bene: non va, quindi, subìto, ma va inteso come un
segnale d’allarme da spegnere non appena ha assolto il suo
compito.
L’analisi biologica del fenomeno porta spesso a
conclusioni analoghe. Il dolore è un meccanismo nello
stesso tempo fisiologico, giacché segnala i danni e i
pericoli, e patologico, quando si trasforma in malattia. Protegge
la donna che partorisce, frenando la spinta del feto prima che
diventi devastante per i tessuti circostanti. Segna il confine
tra lo sforzo sopportabile dall’organismo e quello che lo
stroncherebbe. Avverte l’esistenza di una malattia,
dovunque essa si annidi, quando è ancora latente o
incipiente. Si manifesta maggiormente durante la notte, quando
gli altri sensi che possono segnalare i pericoli sono sopiti. Il
dolore si trasforma in patologia quando va oltre il suo ruolo
fisiologico. Diventa allora controproducente, impedendo alla
partoriente d’aiutare il figlio che nasce. Aggrava le crisi
cardiache, aumentando la pressione del sangue e sottoponendo
l’apparato circolatorio ad un carico che può essere
fatale. Rende insopportabili molte malattie croniche ben al di
là delle loro manifestazioni somatiche, togliendo a chi ne
soffre la capacità di reagire e, al limite, la stessa
voglia di vivere.
Non esiste dolore, inoltre, senza un’integrazione
psichica di questo fenomeno che ne condiziona
l’intensità. C’è l’attesa del
dolore che ingigantisce un evento semplicemente temuto.
C’è, al contrario, la rimozione del dolore, che si
osserva durante un combattimento, anche in presenza di gravi
ferite. C’è infine il dolore che accompagna la
sofferenza non del corpo, ma della mente ferita da avvenimenti
traumatizzanti, come la perdita di una persona cara o
l’avvertire un senso interiore d’impotenza o
inutilità, come avviene nella depressione endogena. A ben
guardare, la sofferenza, o suffering, è sempre
un’esperienza psichica, anche quando nasce dal corpo. Il
termine dolore, o pain, si applica alla sofferenza fisica come a
quella psichica. E’ comunque opportuno, per motivi pratici,
distinguere e trattare separatamente il dolore fisico legato ad
un danno organico ben individuato, e quello mentale, che ha
invece una connotazione eminentemente psichica.
Questo documento intende riaffermare che la lotta al dolore,
inteso nel senso di malattia del corpo e della mente, rientra nei
compiti primari della medicina e della società.
1. Il valore della lotta contro il dolore
Tra quanto è possibile e giusto fare per eliminare e
controllare il dolore fisico e quanto in pratica viene fatto
riscontriamo una vistosa differenza. Oggi abbiamo conoscenze
adeguate relative alla fisiologia del dolore. E soprattutto
disponiamo di molte metodologie di intervento – non
invasive e invasive, neurochirurgiche e psicologiche, oltre a
tutta la gamma di terapie farmacologiche – che permettono
di combattere il dolore in moltissimi casi.
A questa capacità viene attribuito dalla nostra cultura
un valore altamente positivo. Alla legittimità culturale
ed etica riconosciuta alla lotta contro il dolore risponde
l’inserimento delle azioni rivolte a tale fine tra le
priorità del servizio sanitario pubblico. Il Piano
sanitario nazionale per il triennio 1998-2000, che si propone
come un "patto di solidarietà per la salute", individua
l’assistenza alle persone nella fase terminale della vita
tra gli obiettivi da privilegiare. Nell’ambito del quarto
obiettivo – "Rafforzare la tutela dei soggetti deboli"
– il Piano indica l’assistenza alle persone affette
da patologie evolutive irreversibili, per le quali non esistono
trattamenti risolutivi. Nell’ambito del patto di
solidarietà, la sanità pubblica si impegna a
fornire a queste persone «un’assistenza finalizzata
al controllo del dolore, alla prevenzione e cura delle infezioni,
al trattamento fisioterapico e al supporto psicosociale».
Tra le azioni da privilegiare il Piano individua
l’erogazione di assistenza farmaceutica a domicilio tramite
le farmacie ospedaliere e il potenziamento degli interventi di
terapia palliativa e antalgica.
Occorre ricordare che la lotta contro il dolore appartiene
all’intera storia della medicina. A metà del secolo
XIX si è sviluppata l’anestesia con etere e
cloroformio, ulteriori traguardi sono stati raggiunti con
l’impiego di cocaina, morfina e loro derivati.
Successivamente sono stati approntati farmaci più efficaci
contro il dolore e si è provveduto a curare il sintomo
come prioritario e come male in sé.
La psicoterapia, la psicoprofilassi al parto,
l’agopuntura e altre tecniche sono state anch’esse
utili ad eliminare la paura e l’ansia legata ad esso.
Eppure la lotta contro il dolore è gravata in Italia da
molte insufficienze. Rispetto agli indicatori stabiliti
dall’OMS per valutare se un paese sta di fatto attuando
un’analgesia efficace – consumo di farmaci oppiacei,
in particolare la morfina - l’Italia occupa uno degli
ultimi posti in Europa, anche a causa di norme che, introdotte a
suo tempo per limitare l’uso e l’abuso di sostanze
stupefacenti, hanno ostacolato la prescrizione e l’impiego
di farmaci antalgici efficaci (in particolare gli oppioidi), fino
ai sostanziali cambiamenti introdotti dalla recente legge 8
febbraio 2001, n.12, "Norme per agevolare l’impiego dei
farmaci analgesici oppiacei nella terapia del dolore".
L’attenzione sbilanciata da parte della medicina agli
obiettivi della cura e della guarigione rispetto alla palliazione
e all’alleviamento del dolore e delle sofferenze causate
dalle patologie è un fenomeno molto diffuso a livello
mondiale. Il Rapporto dello Hastings Center – Gli scopi
della medicina: nuove priorità, 1997 – rileva che
«l’alleviamento del dolore e della sofferenza
è uno dei più antichi doveri del medico e un
obiettivo tradizionale della medicina. Sennonchè in tutto
il mondo la medicina contemporanea non soddisfa in modo adeguato
questo suo compito. Per molti anni diversi studi hanno mostrato
che i medici intendono e perseguono l’attenuazione del
dolore con gradi di efficienza molto vari. Interventi inadeguati
o impropri di mitigazione del dolore sono ancora molto
comuni».
2. Evoluzione dei codici deontologici
Gli orientamenti bioetici e le nuove prospettive morali della
medicina hanno influenzato in larga misura il pensiero medico
ispirando importanti cambiamenti nel codice deontologico della
professione medica. A ciò hanno anche contribuito i pareri
più volte espressi dal Comitato Nazionale per la Bioetica
nei documenti pubblicati, tra i quali: Parere del CNB sulla
proposta di risoluzione sull’assistenza ai pazienti
terminali (6 settembre 1991), Bioetica e formazione nel sistema
sanitario (6 settembre 1991), Informazione e consenso
all’atto medico (20 giugno 1992), Questioni bioetiche
relative alla fine della vita umana (14 luglio 1995).
L’evoluzione del codice in tema di terapia del dolore si
è sviluppata a partire dal codice di deontologia medica
approvato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici
Chirurghi e degli Odontoiatri il 15 luglio 1989. L’art. 44,
capo V, prevedeva l’obbligo per il medico, "in caso di
malattie a prognosi sicuramente infausta e pervenute alla fase
terminale", del rispetto della volontà del paziente,
dovendo la sua opera limitarsi "all’assistenza morale e
alla terapia atta a risparmiare inutile sofferenza, fornendo i
trattamenti appropriati e conservando per quanto possibile la
qualità di una vita che si spegne".
Tale concetto veniva ripreso con maggior vigore
dall’art. 14 nella edizione del codice deontologico del 24
giugno 1995: "I trattamenti che comportino una diminuzione della
resistenza fisica o psichica del malato possono essere attuati
previo accertamento delle necessità terapeutiche, al fine
di procurare un concreto beneficio clinico al paziente o di
alleviarne le sofferenze".
Significativi passi avanti sono stati compiuti con
l’ultima edizione dell’ottobre del 1998. Il capo V
dopo aver premesso che "Il medico, anche su richiesta del malato,
non deve effettuare né favorire trattamenti diretti a
provocare la morte" (art.36), affronta il tema
dell’assistenza al malato inguaribile: "In caso di malattia
a prognosi sicuramente infausta e pervenuta alla fase terminale,
il medico deve limitare la sua opera alla assistenza morale e
alla terapia atta a risparmiare inutili sofferenze, fornendo al
malato i trattamenti appropriati a tutela, per quanto possibile,
della qualità della vita. In caso di compromissione dello
stato di coscienza, il medico deve proseguire nella terapia di
sostegno vitale finché ritenuta ragionevolmente utile"
(art.37).
L’art. 14 vieta l’accanimento
diagnostico-terapeutico, mentre l’art.15 ammette che "i
trattamenti che comportino una diminuzione della resistenza
vitale possono essere effettuati al fine di procurare un
vantaggio al paziente e alleviarne le sofferenze".
Ai sensi dell’art. 20, II° comma, "Il medico non
può abbandonare il malato incurabile ma deve continuare ad
assisterlo anche al solo fine di lenirne la sofferenza fisica e
psichica".
In definitiva il codice deontologico italiano ha fatto una
scelta irreversibile, nel rispetto della volontà del
paziente, escludendo terapie sproporzionate rispetto alla
necessità e tutela della dignità della persona, cui
va assicurata la sedazione del dolore.
L’attuale codice deontologico della professione
infermieristica si ispira ai medesimi principi con importanti
cambiamenti che si registrano nell’evoluzione dei codici:
mentre la versione del 1977 indicava come dovere
dell’infermiere quello di aiutare il paziente a "sopportare
la sofferenza", nella recente versione del codice del 1999 viene
indicato come dovere quello "di attivarsi per alleviare i
sintomi, in particolare quelli prevenibili" della malattia (art.
4-14), tra i quali ha un ruolo prevalente il dolore.
3. Orientamenti legislativi
In questo contesto il CNB ritiene opportuno proporre una sua
raccomandazione affinché la pratica medica e
infermieristica si adegui all’imperativo di dare una
risposta efficace ai malati che sono afflitti da dolori, in
particolare dal dolore che accompagna la fase terminale della
vita.
In questo ambito, affinché la terapia del dolore
diventi una realtà concreta e diffusa sono necessari
orientamenti legislativi, clinici, educativi.
La legge che rende più facile la prescrizione di
morfina e di altri farmaci contenenti oppioidi, in vigore dopo la
pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 6 marzo 2001, ha avuto
soprattutto la funzione di abolire alcuni vincoli instaurati
dalle norme precedenti (in particolare il DPR 709 del 1990, nel
quale venivano accomunate le norme per l’impiego di farmaci
antalgici e l’azione repressiva nei confronti del mercato
illegale delle sostanze d’abuso). Il disposto della legge
deve essere ora reso operativo, in particolare attraverso il
coinvolgimento dei medici. Come già richiedevano alcune
associazioni impegnate nelle cure palliative in una lettera
aperta del febbraio 1998 al Ministro della Sanità, sarebbe
fortemente auspicabile, anche in mancanza di indicazioni
specifiche nella recente legge, che il possesso del ricettario
ministeriale divenisse comune a tutti i medici di medicina
generale convenzionati.
Dal punto di vista della programmazione sanitaria, per
superare le attuali lacune, si dovrà porre particolare
attenzione a far entrare la terapia del dolore nei "livelli
essenziali e uniformi di assistenza" (previsti dalla legge
229/1999 – riforma sanitaria ter). Si tratta delle
prestazioni sanitarie che tutti hanno il diritto di ricevere, in
quanto prestazioni utili, scientificamente provate e compatibili
con il sistema di finanziamento in vigore. La Conferenza
Stato-Regioni dovrà definire sul piano operativo tali
orientamenti e aggiornarli in forma continuativa. Dal momento che
dal 2001 il Servizio sanitario nazionale è sostanzialmente
modificato – in quanto la delega della sanità
è attribuita alle Regioni attraverso il federalismo
– è possibile che si introducano inaccettabili
disuguaglianze nell’erogazione delle prestazioni
terapeutiche. Già oggi, purtroppo, il Servizio sanitario
nazionale è caratterizzato da tali disuguaglianze sia tra
aree regionali, sia tra classi sociali. È eticamente
inaccettabile che si aggiungano disuguaglianze nell’accesso
alla terapia del dolore, che dovrà essere assicurata a
tutti gli assistiti, con caratteristica di gratuità.
4. Aspetti della terapia del dolore
Il controllo del dolore ha diversa rilevanza nelle varie
situazioni cliniche. A parte l’indicazione frequente nella
fase terminale della malattia e in altre situazioni di malattie
croniche, degenerative o non degenerative, è opportuno
tener presente anche altre condizioni cliniche, meno estreme.
Oltre al dolore che accompagna la conclusione della vita,
considereremo il dolore acuto post-operatorio, il dolore da parto
e il dolore in pediatria.
· Il dolore nella fase terminale della vita
La sofferenza alla fine della vita è psichica, sociale,
spirituale, oltre che fisica; per questo il dolore è
definito "totale". I dolori aumentano spesso in numero e
intensità man mano che la morte si avvicina. La risposta
appropriata sono le cure palliative, il cui primo obiettivo
è il sollievo del dolore, che, pur non essendo né
il più frequente né il più grave dei sintomi
del malato terminale, è quello che sappiamo curare meglio.
Purtroppo, benché disponiamo di mezzi idonei, i malati
continuano spesso a sperimentare un dolore evitabile e non
voluto; anzi, percepiscono se stessi come vittime di una doppia
sofferenza: patiscono gli effetti del dolore sul corpo, sul
sé e sulla vita sociale, e in più subiscono lo
sguardo indagatore e incredulo di chi, a volte, considera quel
dolore irreale, esagerato, manifestato in modo eccessivo.
Sono state analizzate almeno tre cause a spiegazione del
pregiudizio e della disattenzione nei confronti di questi malati.
La prima è il valore attribuito alla rassegnazione verso
la sofferenza. Il procrastinare la prescrizione della terapia del
dolore fino alla grave sofferenza del malato può essere
dovuto non solo all’ignoranza dei principi fondamentali
della terapia antalgica, ma anche all’idea di somministrare
o prendere farmaci solo quando il dolore è insostenibile,
il che implica che la sofferenza abbia qualche valore positivo.
Tale riconoscimento non può avvenire, comunque, per
decisione unilaterale del medico.
La seconda causa è la diversità della stima di
molti professionisti rispetto all’intensità del
dolore, in confronto a quella dichiarata dal malato. La terza
causa è legata alla scarsa integrazione nel sistema
sanitario di tutto ciò che cura il sintomo, pur senza
curare la malattia, e all’idea che solo i risultati
positivi in termini di guarigione o di controllo della malattia
sono da valutare come autenticamente medici, anche dal punto di
vista dell’impegno economico.
Esiste una tendenza generale, che riguarda la grande
maggioranza degli ospedali, di delegare a competenze specifiche -
quasi sempre gli anestesisti - la terapia del dolore. Ne discende
una notevole difficoltà nell’organizzare le risposte
alle richieste di terapia specifica e la progressiva
deresponsabilizzazione di tutti gli altri medici, a riprova della
frequente assenza di un impegno complessivo
dell’organizzazione sanitaria. Quest’ultima tendenza
può avere anche relazione con la scelta di atteggiamenti
"difensivi" che possono essere utilizzati dai medici per evitare
possibili conseguenze medico-legali causate dalla scelta di
somministrare farmaci analgesici con potenziali effetti
collaterali pericolosi.
I malati terminali devono potersi giovare di trattamenti
analgesici ormai facilmente disponibili, efficaci e poco costosi,
che hanno effetti rapidi e prevedibili. Solo nel caso di un loro
fallimento si possono proporre trattamenti invasivi che bloccano
il passaggio dello stimolo doloroso lungo le vie nervose mediante
tecniche chirurgiche, elettriche o anestesiologiche. Le obiezioni
principali ai metodi invasivi sono la gravosità quando
causa ulteriori sofferenze, la sproporzione rispetto
all’obiettivo da raggiungere, l’alto costo. E’
altresì necessaria un’approfondita riflessione
bioetica verso la richiesta di trattamenti anche quando essi non
diano la risposta rapida del farmaco - come il rilassamento, il
massaggio, la riabilitazione posturale - o verso altri interventi
non convenzionali il cui effetto potrebbe essere percepito dai
malati terminali come benefico.
La storia naturale dei tumori maligni, dell’AIDS e di
molte malattie del sistema cardiovascolare, respiratorio e
nervoso evolve spesso in una fase terminale. Tuttavia, una buona
cura della fine della vita è possibile e la morte dolorosa
è evitabile. È necessario diffondere la cultura
delle cure palliative e degli hospice. Quando le prospettive di
guarigione sono escluse e la vita del malato si approssima alla
fine, l’obiettivo principale della medicina diventa
l’assistenza globale al paziente, nel cui ambito è
prioritaria la terapia del dolore.
· Dolore post operatorio
La terapia analgesica in fase post-operatoria rientra nel
progetto "Ospedale senza dolore", il quale nasce dalla
constatazione che il dolore susseguente agli interventi
chirurgici spesso viene trascurato nelle strutture sanitarie.
Nella fase post-operatoria il dolore costituisce una
situazione di forte disagio fisico per il paziente, anche se
limitato nel tempo. La sedazione di questo dolore viene spesso
elargita con eccessiva parsimonia. Inoltre è lasciata a
prescrizioni generiche spesso non calate nelle singole
situazioni, mentre oggi è possibile con gli intrafusor
ottenere un ottimo controllo personalizzato del dolore.
Nonostante si stimi che il dolore possa essere abolito, o
almeno ridotto ad un’intensità tollerabile, recenti
dati statistici riportano che negli ospedali italiani circa il
50% dei degenti soffre per dolore non controllato.
Progetti per realizzare l’"ospedale senza dolore" sono
stati elaborati in vari Paesi europei ed americani e consistono
nella trasformazione graduale degli ospedali esistenti in
strutture dotate di un efficace sistema di monitoraggio e terapia
del dolore, piuttosto che nella creazione di ospedali ad hoc. Un
progetto su scala nazionale è stato messo a punto in
Francia dove, nell’ambito del piano 1998-2000 di lotta
contro il dolore, il Ministro della Sanità ha diramato
direttive a tutti gli ospedali perché vengano attuate
precise misure per combattere il dolore
(www.sante.gouv.fr/douleur/2-lutte/34_980307.htm).
Recentemente anche il Ministro della Sanità italiano ha
riunito una Commissione con il compito di studiare le
modalità per andare verso "l’ospedale senza dolore",
che si auspica possa preludere al lancio di un simile progetto
anche nel nostro Paese.
Un progetto internazionale "verso l’ospedale senza
dolore" viene attualmente coordinato dall’associazione
"Ensemble contre la douleur" (www.sans-douleur.ch) in diversi
Paesi europei ed in Canada. In Italia, dopo le prime esperienze
condotte all’ospedale di Vicenza ed in due strutture
oncologiche milanesi (Istituto Nazionale dei Tumori e Istituto
Oncologico Europeo), lo scorso anno un primo gruppo di ospedali
di varie regioni ha iniziato l’attuazione del progetto in
modo uniforme e coordinato (vedi pagina italiana in
www.sans-douleur.ch).
E’ da precisare che un progetto di questo tipo deve
avere una durata di svolgimento piuttosto lunga, dato che si
tratta di modificare atteggiamenti radicati nella pratica medica.
Deve inoltre articolarsi in varie fasi: rilevazioni statistiche,
formazione degli operatori, elaborazione di protocolli di
attività, verifica dei risultati.
· Il dolore nel parto
Per quanto attiene al problema del dolore nel parto, il CNB
torna, per ampliarle, sulle considerazioni del precedente
documento Gravidanza e parto sotto il profilo bioetico (aprile
1998). In quella sede il CNB aveva rilevato che, nonostante le
chiarificazioni teoriche, rintracciabili anche nella dottrina
della Chiesa cattolica, che hanno escluso un vincolo etico tra
parto e dolore della donna, non c’è stato un
adeguato riscontro nella pratica, che continua a essere lontana
dalla promozione del "parto indolore". Nel documento del 1998 ci
si limitava a riportare il confronto tra due linee di pensiero,
senza le considerazioni di carattere medico e bioetico a esse
sottostanti: da un lato ci sono coloro che ritengono la
sofferenza da parto una componente inscindibile dell’evento
nascita (che può essere attenuata con interventi di
preparazione al parto), dall’altro coloro per i quali una
vera umanizzazione della nascita non può ottenersi in
presenza della sofferenza e del dolore, per cui auspicano
l’impiego della moderna analgesia ostetrica attualmente
penalizzata da un’insufficiente organizzazione
ospedaliera.
Data la specificità del presente documento
sull’analgesia del parto e vista la letteratura
sull’argomento che riporta dati sempre più numerosi,
si è ritenuto di ampliare le riflessioni sul tema. In
realtà, la compatibilità di queste tecniche
analgesiche con un parto naturale e spontaneo, l’efficacia
della sedazione del dolore realizzata con anestesia epidurale, la
diffusione sempre più ampia di questa modalità di
partorire (70% nel Regno Unito ed in Francia contro il nostro
15-20%), la razionalizzazione delle metodiche, il grado di
sicurezza che offrono per la madre e per il neonato (i rischi
sono prevalentemente imputabili ad una prassi non corretta)
autorizzano a considerare questo tipo di analgesia applicabile,
efficace ed accettabile pur con i rischi che sono propri della
medicina e delle applicazioni conseguenti, non esclusi quelli di
tipo organizzativo che si auspica vengano superati.
I processi culturali in atto fra le donne sono orientati per
un verso contro la medicalizzazione di un atto naturale come il
parto, e, per l’altro, ad evitare, attraverso
l’intervento analgesico, il dolore. La decisione di quale
strada intraprendere deve essere riservata ad ogni singola donna
sulla base di un’informazione corretta sui vantaggi, i
rischi e le possibilità delle due soluzioni.
Il dolore del parto ha caratteristiche del tutto peculiari
perché si verifica in un organismo sano, ha una sua
durata, dopo di che ritorna il benessere e sopravviene la
gratificazione della nascita. Di fronte alla scelta di come
partorire ci sono donne che preferiscono assecondare il processo
naturale del nascere nella sua completezza accettandone anche la
parte dolorosa. All’interno di questa scelta, viene fatto
rilevare che, se è vero che il controllo del dolore
può rendere il travaglio e il parto più gestibili
da parte della donna e più pensabile, esprimibile,
comunicabile e condivisibile la sua esperienza, è anche
vero che questo dolore può avere una connotazione
altamente positiva. Si tratta infatti di una sofferenza
particolare: dotata di elementi vitali, di componenti passionali,
di significati culturali di lunga durata.
Essendo chiaro che esistono diverse e giustificate
possibilità di scelta, per quel che attiene le
modalità del parto, è raccomandabile che le
gestanti, prima di scegliere le modalità con cui intendono
mettere al mondo il loro bambino, siano non solo informate ma
anche debitamente sensibilizzate sulla portata delle loro
opzioni, sui loro rischi e sulla loro praticabilità.
Per molte donne comunque il dolore del parto è un
grosso scoglio da superare, un passaggio che assorbe molte
energie limitando le possibilità di una partecipazione
più concentrata e serena all’evento, partecipazione
che costituisce l’optimum da realizzare per le vie
più varie.
L’analgesia (come peraltro ogni preparazione al parto),
per realizzare al meglio questo fine, dovrebbe però far
parte di un programma di assistenza alla gravidanza che si
propone una visione globale del nascere e non porsi come un
evento isolato, "scarsamente informato", che viene proposto in
sala parto.
Con questa visione più ampia il ricorrere alla
sedazione del dolore del parto non si porrebbe come alternativa
al parto naturale, ma come mezzo che la medicina offre per
compiere una libera scelta e per realizzare con la sedazione del
dolore un maggior grado di consapevolezza e di partecipazione
all’evento.
La realizzazione di tale progetto richiede una mobilitazione
su vari piani.
Quello che attualmente si fa è lasciato alla buona
volontà delle strutture nelle sue varie componenti: non
esiste infatti, per questo tipo di assistenza alcun incentivo di
natura economica né per le Aziende ospedaliere né
per gli Anestesisti. I servizi come numero di personale coprono
le attività essenziali, laddove sarebbe necessario per
realizzare un’analgesia 24 ore su 24 un servizio di
Anestesia Ostetrica a tempo pieno. Il diritto della partoriente
di scegliere un’anestesia efficace dovrebbe essere incluso
tra quelli garantiti a titolo gratuito nei "livelli essenziali di
assistenza".
· Il dolore in pediatria
La medicina del passato ha spesso ignorato o sottovalutato il
dolore del neonato. Alcune pubblicazioni concernenti lo sviluppo
neurologico del feto e del neonato, apparse su riviste
scientifiche degli anni ’40-50, concludevano che la
risposta neonatale agli stimoli dolorosi non fosse di tipo
corticale e che quindi non venisse percepita la sensazione
dolorosa. Ancora più fondata era ritenuta l’idea che
nel neonato non potesse restare traccia mnestica delle esperienze
dolorose, che anzi il suo sistema adattativo era tale che
l’ "insensibilità" lo proteggesse dall’intensa
sofferenza al momento del parto. Il risultato di tale concezione
è stato, in passato, una pratica assistenziale che non
prevedeva la somministrazione di analgesici in occasione di
pratiche invasive, comprese quelle chirurgiche.
Studi fondamentali sul dolore neonatale hanno portato alla
raccomandazione, da parte dell’American Academy of
Pediatrics, che tutte le procedure invasive e dolorose sui
neonati, compresi quelli pretermine, e sui bambini dovessero
essere praticate dopo un’analgesia e anestesia appropriata.
La documentazione di un inadeguato trattamento del dolore nei
bambini ha portato alla realizzazione in altri paesi di
unità operative e servizi che si dedicano specificamente
alle necessità dell’età pediatrica. Questi
servizi sono gestiti in modo interdisciplinare: pediatra,
anestesista, infermiere e psicologo.
Nella letteratura internazionale sono emerse alcune importanti
acquisizioni scientifiche che devono orientare
l’assistenza: nel neonato il sistema neuroanatomico e
neuroendocrino sono sufficientemente maturi per la percezione di
qualsiasi stimolo doloroso; l’esposizione a sensazioni
dolorose intense può favorire l’incremento di
morbosità neonatale; i bambini che hanno avuto esperienze
di dolore nel periodo neonatale reagirebbero in maniera
più stressante a eventi dolorosi nelle età
successive; è necessario addestrarsi a saper cogliere e
valutare i comportamenti derivanti dalla sensazione di dolore nel
neonato; l’assenza di risposte evidenti agli stimoli
dolorosi (compresi il pianto e l’agitazione) non indica
necessariamente l’assenza di percezione del dolore.
E’ ormai accertato che un’analgesia incompleta
può causare effetti negativi sul comportamento a lungo
termine. Inoltre risulta che interventi confortevoli nei
confronti di neonati pretermine nelle unità di terapia
intensiva riducono lo stress e favoriscono un migliore esito
clinico.
La conoscenza dei comportamenti e dei cambiamenti fisiologici
del bimbo correlati con il dolore è anche essenziale
perché si possa riconoscerlo. L’approccio generale
al controllo del dolore nel bambino dovrebbe comportare: 1)
sapere che il neonato prova dolore (ciò che fa male ad un
adulto fa male al neonato); 2) prestare attenzione a
comportamenti che possono essere segno di disagio; 3) minimizzare
gli stimoli nocivi (procedure dolorose, manovre); 4) usare
anestesia locale per procedure, come drenaggi toracici, puntura
lombare, aspirato midollare.
5. Orientamenti formativi
Il cambiamento di cultura riguardo al controllo del dolore
richiede interventi tanto sul versante degli operatori sanitari,
quanto sull’insieme della popolazione. I sanitari sono
tenuti ad acquisire e a tener conto del punto di vista del
paziente – i suoi valori, le sue preferenze, la sua
concezione della vita e della salute – nelle decisioni
cliniche. La quantità dell’impegno antalgico,
considerata in rapporto con le limitazioni che può
comportare per la coscienza e per la stessa durata della vita, va
valutata alla luce dell’idea di "qualità della vita"
che ogni persona ha il diritto di formulare per sé.
Favorire la consapevolezza e la responsabilità nei
confronti della richiesta della terapia del dolore costituisce
una dimensione essenziale nella promozione dei diritti umani,
anche in condizioni di malattia e di bisogno. La terapia del
dolore, in altre parole, fa parte integrante di ciò che
una persona può e deve aspettarsi dalla medicina e dai
servizi sanitari.
In questa prospettiva, il diritto ad avere una terapia
antalgica efficace è solo un elemento di una strategia
più ampia, che è necessario promuovere. Dare voce
al dolore, facendone oggetto di comunicazione nel contesto del
rapporto clinico, è una fondamentale strategia antalgica.
Anche le spiegazioni religiose e mitiche del dolore, che tutte le
culture hanno elaborato, e gli esempi su cui modellare il proprio
comportamento col dolore possono completare l’azione dei
farmaci. La risposta medica al dolore si integra con quella
culturale, di cui costituisce una parte.