Lectio Magistralis del Presidente Conte all'Università di Buenos Aires

29 Novembre 2018

La Lectio Magistralis del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, all'Università di Buenos Aires dopo il conferimento del Dottorato Honoris Causa.

Magnifico Rettore, prof. Barbieri, Signori Ministri, prof. Pahlen, prof. Cordoba, Autorità, Illustri Ospiti, Studenti, buenos dias a todos Ustèdes!
Sono siceramente onorato, e sinceramente emozionato, di essere qui con voi oggi a ricevere questa alta onoreficenza, e sono onorato e emozionato per molti, importanti motivi.

L’Argentina è il primo Paese che visito in America Latina. Questa Università, la più grande dell’Argentina, seconda in America Latina, conta 300.000 studenti e ha formato Presidenti della Repubblica – alcuni di origine italiana (Frondizi e Illia) – ha laureato e ha avuto a lavorare con sè ben quattro dei cinque Premi Nobel argentini. Questa Università, che è così prestigiosa, è la prima tappa del mio viaggio.

Questa è inoltre la prima volta in assoluto che intervengo all’estero in un’Università da quando ho assunto l’incarico di Capo del Governo, lasciando proprio la carriera accademica e gli studenti, che mi hanno sempre costantemente offerto preziosi stimoli nel corso degli anni e mi hanno sempre regalato grandi soddisfazioni fino allo scorso mese di maggio.

Le Università sono dei templi del sapere, depositari della nostra identità culturale. Sono soprattutto, come recita il vostro motto “Argentum virtus robur et studium” (la virtù dell’Argentina è la forza e lo studio), sorgenti della forza di un Paese, motori di crescita culturale, sociale ed economica. Questo vale in Italia quanto in Argentina, due terre unite dal legame più forte che due Paesi possano avere, quello tra i rispettivi popoli.

Mi riferisco agli oltre tre milioni di emigranti italiani che sbarcarono in Argentina, contribuendo allo sviluppo del vostro Paese, divenuto nella prima metà del XX secolo il “granaio del mondo”. Penso ai 900.000 connazionali della comunità italiana in Argentina – pensate – la più numerosa all’estero. I nostri due popoli parlano lingue molto simili – con il vostro castellano, che assomiglia tanto all’italiano –, condividono valori culturali, direi anche il modo di pensare e di vivere, la gastronomia, finanche la passione per lo sport.

Sono felice che il legame tra Italia e Argentina sia vivo oggi e forte più che mai, anche sotto il profilo della formazione e della collaborazione universitaria: 65.000 studenti italiani in Argentina, oltre 100 sedi dell’Associazione Dante Alighieri, 200 accordi tra le varie Università dei due Paesi e un campus dell’Università di Bologna a Buenos Aires, sono tra i dati che mi hanno maggiormente impressionato.

Sono certo che anche il Centro Italo-Argentino di Alti Studi che ho appena inaugurato nella vostra Università contribuirà, e farò di tutto perché questo accada, ad alimentare questo legame culturale e scientifico.

Per tutte queste ragioni, comprenderete la mia particolare emozione e la sincera gratitudine che voglio esprimere al Magnifico Rettore e al caro amico Professor Marcos Cordoba. Sono davvero orgoglioso del prestigioso titolo di cui avete voluto insignirmi e sono grato al professor Cordoba per le parole – se posso dire – fin troppo generose, che ha speso per me nella sua laudatio.

Mi rivolgo a voi e in particolare anche agli studenti, che siete impegnati a realizzare le premesse per un futuro migliore, e vorrei dedicare a voi questo mio intervento. Mi concentrerò sul tema della “sostenibilità”:  ho intitolato la mia lectio "Sostenibilità: multiculturalismo, governi nazionali e imprese responsabili" e in particolare mi dedicherò alle responsabilità e sui ruoli che il multilateralismo, i singoli governi e le imprese possono assumere, anzi devono assumere, su tre livelli distinti ma fortemente integrati, per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale, economica e sociale in accordo con l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Il primo livello di responsabilità è quello della comunità internazionale nel suo complesso. Abbiamo di fronte sfide globali, che richiedono risposte globali e quindi un multilateralismo effettivamente efficace, imperniato sulle Nazioni Unite e fondato su pace, giustizia, equità, come ho già avuto modo di affermare all’ultima Assemblea Generale dell’ONU. Italia e Argentina condividono questa visione sul piano generale e su aspetti specifici prioritari, come sulla riforma del Consiglio di Sicurezza.

Un approccio di “responsabilità condivisa” è necessario sul piano politico e di sicurezza, prima ancora che economico. Lo abbiamo invocato e perseguito su una sfida complessa come quella delle migrazioni, dopo aver soccorso e salvato migliaia di persone nel Mediterraneo, “salvando l’onore dell’Europa”, così ci è stato riconosciuto dalle medesime istituzioni europee.

Lo stiamo perseguendo anche nel processo di stabilizzazione della Libia, convocando a Palermo, due settimane fa, una conferenza a cui hanno preso parte tutti gli attori interessati, e che non ci ha visto offrire soluzioni predeterminate bensì promuovere un dialogo inclusivo, con la piena collaborazione delle Nazioni Unite.

Sul piano della sostenibilità economica, sociale e ambientale, sono convinto che la prima responsabilità dei fori di dialogo multilaterali sia di comprendere la rapida evoluzione e le sfide dello scenario globale, e di adattare di conseguenza le risposte.

Il fenomeno della globalizzazione ha arrecato anche crescita, benefici, riducendo la quota della popolazione mondiale in condizioni di povertà estrema. Ha prodotto, tuttavia, e dobbiamo riconoscerlo, anche distorsioni, contribuendo ad alterare l’equilibrio, in particolare in Occidente, tra remunerazione del capitale e del lavoro.

La facilità, per le imprese, di reperire il fattore lavoro ovunque nel mondo, ha comportato una pressione al ribasso della sua remunerazione, rispetto a quella del capitale. Si è allargata così la forbice tra i detentori dei fattori capitale e lavoro; è cresciuta cioè l’iniquità nella distribuzione della ricchezza, sempre più concentrata nelle mani dell’1% dei più ricchi. Questa iniquità ha generato non solo sentimenti diffusi di frustrazione, di disagio ma anche un effetto negativo sui consumi aggregati, spingendo al ribasso la crescita economica complessiva.

Questo disagio, e le sottese istanze di benessere, di equità e di dignità, devono essere ascoltate e comprese, nella consapevolezza che la globalizzazione richiede un principio di governo che valga a gestirne gli effetti perversi. Sin qui la dimensione economica si è dilatata, si è espansa senza freni. Occorre che la politica, intesa come indirizzo di governo che presuppone coordinamento delle azioni verso predeterminati obiettivi ma anche il diritto, inteso come quadro regolatorio delle attività, tornino a recuperare i loro spazi. Solo da queste premesse può svilupparsi una governance che possa accompagnare e assicurare uno sviluppo sostenibile, garantendo condizioni di vita eque e dignitose a tutti i cittadini, a partire dai nostri giovani, senza che nessuno rimanga esiliato dal consorzio sociale o comunque rimanga frustrato nelle sue legittime aspirazioni.

Non è un caso che, in parallelo a questo disagio, rimasto a lungo inascoltato, siano emerse nuove tendenze protezionistiche, esplose lo scorso anno, proprio quando il commercio mondiale aveva ripreso a crescere a ritmi sostenuti, dieci anni dopo l’inizio dell’ultima grande crisi economica globale. L’Italia e l’Argentina, pur nella diversità delle rispettive economie, sanno bene quanto una contrazione del commercio possa rivelarsi dannosa.

Abbiamo bisogno di una riflessione globale sul commercio, di una revisione delle sue regole e di un rinnovo dei meccanismi di funzionamento dell’Organizzazione mondiale del commercio, per assicurare la creazione di un vero level playing field, in cui chi beneficia del libero commercio rispetti anche le regole su cui esso è fondato, tra cui ad esempio il principio di tutela della proprietà intellettuale, a garanzia dell’innovazione. L’alternativa è cedere il passo alle spinte protezionistiche, ma in sistemi economici che rimettono a spazi così integrati, le misure protezionistiche espongono, inevitabilmente, a contromisure, innescando una spirale conflittuale in cui tutti gli attori rischiano di risultare perdenti.

Una riflessione globale è necessaria anche sul tema della connettività, che è un tema strettamente legato al commercio, che ci impone di assumere decisioni di grande importanza; penso, in particolare, al progetto Belt and Road, che interessa molti Paesi tra cui l'Italia, e che ripropone la suggestione - in accordo con le più avanzate tecnologie - di un recupero dell’antica “Via della Seta”, che collegava l'Italia e la Cina. Quello che abbiamo di fronte è un progetto che sta cambiando i termini economici ma anche politici del rapporto della Cina con il resto del mondo. Dobbiamo quindi unire gli sforzi perché esso sia attuato secondo criteri di trasparenza e sostenibilità, anche finanziaria, garantendo un level playing field ma anche il rispetto delle regole del procurement internazionale.

È responsabilità della comunità internazionale il contrasto al cambiamento climatico, perché esso produce effetti più o meno gravi ma non risparmia nessun Paese, perché viviamo su un unico pianeta e nessun Paese può affrontare questo problema da solo. Nel 2015, a Parigi, abbiamo dato prova di grande coesione sul piano internazionale. Ora però quell’accordo è tornato in discussione, e proprio adesso diventa urgente la sua piena attuazione.

Abbiamo anche la responsabilità di affrontare le sfide globali che derivano dalla rivoluzione digitale. Penso alla formazione, soprattutto dei più giovani. Abbiamo bisogno di adeguati digital skills in tutti i settori produttivi, anche in quelli tradizionali. Diversamente, rischiamo di creare nuove fratture, infatti si ragiona di digital divide, di fratture tra aree geografiche e all’interno delle nostre società complesse. Penso anche al problema dell’elusione e all’evasione fiscale delle grandi società del digitale, che hanno una capitalizzazione ormai pari a quella di alcune economie del G20. Basti pensare che solo 19 stati al mondo hanno un PIL superiore alla capitalizzazione di Apple. La risposta qui dev’essere coordinata a livello globale. Ove ci si affidi esclusivamente al criterio della concorrenza tra ordinamenti giuridici, il rischio concreto è una corsa al ribasso (race to the bottom) con danni per tutti: i singoli Stati, pur di attirare gli investitori ed evitare il trasferimento all’estero delle sedi legali delle società, finiscono per offrire regolazioni sempre meno rigorose e quindi efficienti e offrono giurisdizioni fiscali sempre più convenienti.

Il G20, di cui Buenos Aires domani ospiterà un importante vertice, è un foro ideale per discutere di queste sfide globali, per riflettere su una governance in grado di garantire uno sviluppo sostenibile. 

E sono anche molto felice, ho molto apprezzato i temi scelti dalla presidenza argentina: “Un futuro giusto e sostenibile”, “mettere il popolo al primo posto”, “costruire il consenso”. Ecco, credo davvero che avremo una discussione molto aperta, senza soluzioni prestabilite ma sicuramente farò di tutto e faremo di tutto, confido, con gli altri leader perché la riflessione apporti un valore aggiunto rispetto a tutte queste sfide.

Poi c'è il tema della responsabilità e il ruolo dei singoli governi.
Il valore aggiunto e il ruolo della comunità internazionale, ancor più in questa epoca dell’incertezza, in cui sono in discussione molti dei pilastri dell’architettura multilaterale, dipende dall’impegno che assumono i singoli Stati nei fori di discussione più importanti.
 
La responsabilità dei singoli Stati non si esaurisce peraltro nella loro azione sul piano internazionale. Ciascun Paese, ciascun governo è chiamato singolarmente a mettere al centro della propria azione gli obiettivi dello sviluppo sostenibile. È proprio questa la differenza tra gli Obiettivi del Millennio, concepiti nel 2000 in una logica di “assistenza” dei donatori ai Paesi in via di sviluppo, e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, validi per tutti i Paesi, in una logica di responsabilità condivisa e di partenariato. 

Perché questo cambio di paradigma? Perché con la globalizzazione si sono erosi anche i confini delle nostre rispettive sfide. Lo abbiamo percepito per primi, in Europa, nel rapporto con l’Africa, con la quale abbiamo rilanciato un partenariato strutturato e paritario, invocando uguale attenzione da parte di Bruxelles. Perché la maggior diffusione della povertà assoluta è ormai nei Paesi a reddito medio. La priorità è la diseguaglianza, l’iniquità, nei Paesi più ricchi e in tutti gli altri. 

“Mettere il popolo al primo posto”, è il tema scelto, dicevo, dalla Presidenza argentina per questo Vertice G20, diventa un imperativo universale, ed è esattamente la priorità che si è dato, sul piano nazionale, il Governo che ho l’onore di presiedere. 

Dal primo giorno di giugno, quando ci siamo insediati, ci siamo posti l’obiettivo morale, prima ancora che politico, di dare risposte concrete al disagio diffuso nel Paese, con l’ambizione di garantire agli italiani equità e dignità ricreando, specie nei più giovani, la stessa fiducia che li ha animati nell’ultimo dopoguerra sino a rilanciare, in un momento di estrema difficoltà, sulle macerie di un regime che era stato distruttivo, rilanciare  il nostro tessuto sociale ed economico con risultati che sono stati giudicati “miracolosi”.

Il nostro obiettivo è lo sviluppo sostenibile nel segno dell’equità sociale, più ancora del tasso di crescita del reddito. Il governo di un Paese ha la responsabilità di vegliare sulle condizioni alle quali viene generato il reddito, se ciò avvenga intaccando il patrimonio naturale e di conoscenza, o il suo tessuto sociale.

Un Paese che consuma risorse non riproducibili per alimentare la propria economia è come una famiglia che non manda i figli a scuola per farli lavorare; è come un’impresa che non offre la manutenzione dei propri stabilimenti o che non forma il proprio personale. Potrà certo conseguire risultati positivi nell’immediato ma alla lunga verrà esclusa, esiliata, cacciata via dal mercato.

Sono questi i principi che hanno ispirato le riforme strutturali e le politiche di sviluppo avviate dal mio Governo. Mi riferisco al “Decreto dignità”, per condizioni più eque di lavoro; mi riferisco al Disegno di legge anticorruzione; mi riferisco ai vari interventi per mettere in sicurezza il nostro territorio; mi riferisco al piano di investimenti in infrastrutture; mi riferisco al complesso della nostra Manovra economica e a misure quali ad esempio il "reddito di cittadinanza" e alle varie misure fiscali.
 
So che i temi dell’equità sociale, della sostenibilità ambientale e del contrasto alla corruzione sono prioritari anche per il Governo argentino, pur nella congiuntura delicata che il Paese sta attraversando. 
Italia e Argentina sono economie diverse. L’Italia, è seconda manifattura d’Europa, a forte vocazione esportatrice; l’Argentina, forte di una straordinaria ricchezza di risorse naturali e impegnata ad integrarsi maggiormente nelle catene globali del valore. Eppure Italia e Argentina condividono l’impegno a conciliare i rispettivi vincoli di bilancio con politiche sociali di sostegno alle fasce più deboli della popolazione.

Terzo aspetto di questa complessa questione: l’impresa responsabile, motore di sviluppo sostenibile.
L’azione dei singoli governi, all’interno dei rispettivi Paesi e sul piano internazionale, non è sufficiente, non può essere sufficiente, a garantire il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, perché la sfida della sostenibilità, nelle sue varie dimensioni - sociale, economica, ambientale - permea tutte le relazioni sociali e le attività economiche.

Da qui il ruolo centrale dell’impresa come motore di sviluppo, e in particolare di quella che ho indagato e ho definito, come è stato ricordato dal Prof. Cordoba, in una mia recente pubblicazione, uscita prima di assumere l’incarico di Capo di governo, “l’impresa responsabile”.

L’impresa responsabile non costituisce una mera organizzazione efficiente di mezzi finalizzata a scopi di lucro, alla remunerazione immediata degli shareholder, bensì una realtà inserita in una comunità più ampia di stakeholder di cui cura gli interessi. Chi sono questi stakeholder? Questa platea è ampia, ricomprende oltre agli shareholder, gli azionisti, anche i clienti, i fornitori, le istituzioni, il personale interno, la collettività nel suo insieme, l’ambiente in cui l’impresa opera.

L’imprenditore responsabile, però attenzione, non è mosso da slanci solidaristici o particolare generosità – non è un benefattore, non è un filantropo – è mosso dalla ricerca del profitto, e questo è un bene, perché consente una gestione efficiente delle risorse e quindi la remunerazione, che è fondamentale, dei fattori produttivi. Egli tuttavia sa che deve misurarsi con i tanti portatori di interesse che lo circondano se vuole assicurarsi profitti anche nel medio e lungo periodo. 

Curando l’interesse di tutti gli stakeholder – con attenzione alle risorse naturali che impiega e su cui ha impatto la produzione, al suo “carbon footprint”, alla formazione e alla crescita dei suoi dipendenti – l’impresa responsabile diventa il motore propulsivo dello sviluppo sostenibile.

Il fenomeno della responsabilità sociale d’impresa, dalle forme primordiali a quelle più recenti di “innovability”, e più in generale la diffusione di istanze etiche anche nell'ambito nelle iniziative imprenditoriali, ha conosciuto una crescita straordinaria proprio con la globalizzazione, tanto sul piano della teoria economica e giuridica, del dialogo tra diritto, economia ed etica, quanto sul piano pratico dell’attività economica, soprattutto delle attività economiche delle multinazionali.

I codici etici, i bilanci sociali, le norme di autoregolamentazione adottati spontaneamente dalle imprese, e da cui sempre più dipendono anche le loro capitalizzazioni di borsa, si sono sviluppati insieme a linee di soft law internazionali, pensiamo alle “linee guida OCSE per le imprese multinazionali”, pensiamo al Global Compact che è stato lanciato delle Nazioni Unite.

In parallelo, l’etica ha ripreso un posto importante anche nelle scienze economiche. Come voi studenti di economia ricorderete, i sentimenti di “simpatia”, “prudenza”, benevolenza”, che sono evocati in quell'opera fondamentale per la scienza economica moderna di Adam Smith, “Ricchezza delle Nazioni”, e ricordiamoci che Adam Smith insegnava filosofia morale, hanno prima ceduto il passo alle scelte puramente razionali dell’homo oeconomicus, strumentale alla costruzione di una teoria economica con pretese di scienza esatta, al pari della fisica. Ebbene, con i fallimenti, talvolta plateali, della teoria classica della “scelta razionale”, che non è riuscita a cogliere la complessità e la variabilità dei fenomeni che era chiamata a interpretare e a prevedere, nuovi indirizzi di ricerca economica hanno ormai preso il sopravvento, sia nel campo dell’economia cognitiva sia nel campo dell’economia sperimentale. Sono state poste le basi del superamento per il superamento dell'approccio che io chiamo "ingegneristico” ai problemi dell’economia. Tantissimi studiosi, ne cito solo alcuni, Amartya Sen, Daniel Kahneman, ma tanti altri, hanno ben riassunto l’importanza delle scelte valoriali nell’adozione di provvedimenti economici e l’importanza dei valori etici nel comportamento umano, contribuendo a demolire i postulati della teoria economica classica. 

Sul piano teorico, la diffusione delle regole etiche e delle prassi socialmente responsabili si giustifica anche quindi con il declino dei vari postulati epistemologici, ideologici che impedivano il dialogo tra etica, diritto ed economia. Ed è in questo dialogo che oggi si rafforza la concezione teorica dell’impresa responsabile. 

Sul piano pratico, il consolidamento delle prassi socialmente responsabili si ricollega, per la gran parte, al ruolo crescente della società civile, al ruolo crescente dell’opinione pubblica, assurte a “contro-potere del capitale”, come sottoscrive il sociologo tedesco Ulrich Beck.

Come abbiamo visto in casi sempre più numerosi, i singoli consumatori, le loro associazioni, nell’era digitale, anche quando non riescono a decretare il successo di un prodotto o di un servizio, hanno il potere di boicottarlo, o di far precipitare in poche ore la reputazione, e quindi il valore, di una multinazionale. 

Nella diffusione dell’impresa responsabile emerge per l’imprenditore, cito un pensiero del filosofo Emmanuel Lévinas, il “doppio movimento” della responsabilità: “Colui del quale devo rispondere è anche colui al quale devo rispondere; devo rendere conto a colui del quale rendo conto; responsabilità di fronte a colui di cui sono responsabile: responsabile di un volto che mi ri-guarda, di una libertà”.

Ecco, l’imprenditore risponde della sua impresa e nel contempo deve rispondere alla sua impresa, ai suoi impiegati, ai suoi azionisti, ai clienti, ai fornitori, e a tutti i portatori di interesse nel contesto in cui l’impresa è inserita.

Come immaginate, e mi avvio alla conclusione, questo “doppio movimento”, movimento circolare della responsabilità è un concetto di portata universale, che riferito alla sostenibilità, di cui vi ho parlato, si applica e può essere applicato, anzi mi auguro debba essere applicato, ai più importanti fori multilaterali, ai leader dei governi, agli imprenditori ma vale anche per i singoli individui, siamo tutti inseriti, con ruoli diversi, nel complesso tessuto di rapporti economici, giuridici e sociali.

A voi, giovani studenti, che siete interpreti del tempo presente e siete anche messaggeri di un futuro migliore, va il mio incoraggiamento ad abbracciare da subito, nei vostri studi ma, se mi permettete, anche dei nei vostri comportamenti, questa “etica della responsabilità”. Questa prospettiva, se nutrita da sentimenti di curiosità ed entusiasmo, e alimentata da costante impegno, vi permetterà di raggiungere dei traguardi che vi siete posti e, ciò che più conta, farà sì che il metro del vostro successo non sia costruito sulla sabbia del tornaconto personale ma sulla roccia del benessere dell'intera comunità a cui appartenete e di cui, solo così operando, diverrete protagonisti. Grazie.