Mercoledì, 5 Dicembre 2018

Intervista a La Repubblica

Conte "Sulla manovra tratto solo io con la Ue ritardare le riforme non vuoi dire tradirle"
Colloquio con il premier: “Riforme, serve più tempo. Libertà di coscienza sul Global Compact”

di Annalisa Cuzzocrea

La G e la C sono ricamate a mano, con filo rigorosamente blu scuro, sulla camicia bianca. «Noi siamo dei privilegiati, non dobbiamo guardare le cose con i nostri occhi», dice il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte quando parla delle riforme previste nella legge di Bilancio.
«Ho una maledetta fretta di realizzarle - spiega riguardo al reddito di cittadinanza e alla revisione della legge Fornero sulle pensioni, forzando un lessico solitamente più cauto - perché fuori di qui, ogni giorno che passa, ci sono sempre più persone che le aspettano». Ma si tratta di norme complesse, «ci sono tempi tecnici necessari ad attuarle. E sono tempi che scopriamo nel momento in cui le scriviamo, per cui se prima sono state fatte altre previsioni, altre proiezioni, è perché voi siete voraci, cercate sempre una data, un numero. Ritardare non vorrebbe dire tradirle, solo prendere il tempo che serve a fare le cose per bene».
Nel secentesco "salotto giallo" di Palazzo Chigi, durante una pausa caffè sotto lo sguardo della "Madonna della seggiola" di Raffaello Sanzio, Conte traccia una linea sul negoziato che sta portando avanti in Europa. E conferma che reddito e quota 100 sono ancora da definire. «Fin quando non scrivi un provvedimento le date possono cambiare - ammette - ma io le riforme le realizzo». Non vuoi sentire parlare di «tappe», il premier. Non vuole dare l'impressione di non capire l'urgenza dei 6 milioni di poveri che aspettano un sostegno e di chi vorrebbe andare in pensione a 62 anni, dopo 38 di contributi. «Se vi dicessi tutti gli aspetti complessi di una riforma come quella del reddito di cittadinanza, e non ve li dico - scherza - capireste che non è una cosa che posso fare domattina. Ci sono implicazioni giuridiche, di diritto del lavoro, diritto amministrativo. C'è l'impatto sociale ed economico. Ci stiamo lavorando seriamente da tempo. Ieri sono rimasto qui fino alle 23 per seguire un tavolo tecnico. Tutti gli enti che hanno un minimo ruolo sono coinvolti». Anche i centri per l'impiego privati? «Questa è già un'informazione più sensibile».
Un lavoro, Conte non lo nega, che ha a che fare con la trattativa per evitare la procedura di infrazione minacciata dalla Commissione europea contro il nostro Paese per eccesso di deficit nella manovra di Bilancio. Il Presidente del Consiglio rivela che la mancata citazione della procedura nella nota conclusiva dell'Eurogruppo, lunedì notte, «era stata discussa nella colazione avuta al G20 con il Presidente Juncker. Come da parte nostra c'è l'impegno a moderare le dichiarazioni, da parte delle istituzioni europee serviva un segnale. Quando si tratta, entrambe le parti devono abbassare i toni». Non evoca direttamente gli attacchi scomposti di appena un mese fa da parte di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ma dice: «Avete visto com'è cambiato il linguaggio? Io non sono mai voluto andare allo scontro con l'Europa, se sul Def abbiamo scritto 2,4 per cento non era per andare allo scontro, ma perché era quello che ritenevamo servisse. Ricordatevi che non ho mai dato un decimale prima. Adesso, se ho la possibilità di ridurre per alcune misure l'impatto economico, sono qui. Non ho mai detto non parlo con Juncker». Lo hanno fatto altri, ma su questo il premier è netto, quasi stizzito: «Con la commissione devo parlare io, mica era atteso qualcun altro. Sono io il Presidente del Consiglio. E non ho mai interrotto il dialogo.
Adesso, se posso recuperare le risorse, rimodulare il saldo finale, cambiare qualcosina, non vuol dire che torno indietro. Se mi portano dei conteggi che mi consentono di scrivere 2,3% o 2,1%, le riforme le realizzo comunque». Rivelare di più, lo dirà anche dopo, significherebbe mettere a rischio l'esito di un negoziato che prevede positivo. Una cosa però vuole ricordarla: «Nessuno dice mai che abbiamo speso 12,4 miliardi per evitare l'aumento dell'Iva, che avrebbe depresso la domanda interna. Senza quell'intervento il deficit sarebbe all'1,7».
Questo governo, nella visione di Conte, è stato caratterizzato fin dal primo momento «da un approccio pragmatico. Notate com'è cambiato il livello di comunicazione da quando siamo entrati nel negoziato. Se non fosse così, saremmo irresponsabili». Il riflesso sui mercati non è però solo una questione di comunicazione: «Conta anche il negoziato. Tra la cena di sabato al G20 e lunedì mattina, lo spread è sceso di 30 punti. Così, tac». Non schiocca le dita, ma è come lo facesse. È servita anche la nota con cui i vicepremier Di Maio e Salvini hanno messo la partita nelle sue mani. «Non era solo un mandato - spiega da avvocato - ma una procura. Vuole sapere la differenza? Se io le do un mandato per vendere una casa, con dei vincoli precisi, e chi vuole comprarla le chiede: "Chi mi dice che ha il potere per farlo", lei mostra le carte». Non basta essere premier? «Quella procura non è servita a me, che conoscevo già bene il mio ruolo, serviva a fini esterni, a calmare un po' voi». Si riferisce ai giornalisti, ma probabilmente anche ai mercati. Poi precisa: «È stata un'idea loro, io non ho chiesto niente a nessuno. Non è nel mio stile».
Nel giorno in cui al Senato la maggioranza boccia una richiesta di informativa sulla mancata presenza del governo al vertice di Marrakech sul Global Compact dell'Onu, Conte conferma che non ha cambiato idea. «Non faremo in tempo perché dobbiamo parlamentarizzare il dialogo. Ma ho questa particolarità, quando prendo una posizione lo faccio in termini avveduti. È difficile che un attimo dopo dica: "Oddio, sono stato improvvido"».
Il Presidente del Consiglio è convinto che il documento dell'Onu sulle migrazioni vada nella stessa direzione in cui va il governo, nel momento in cui affronta la questione in un'ottica globale. «Il dibattito è subito partito, mi arrivano mail, messaggi. Non potevo indire un referendum nazionale, allora abbiamo deciso di affidarci alla centralità del Parlamento». Il problema è la posizione della Lega, con Salvini che ha chiesto al governo di non sottoscrivere nulla. «Credo che davanti a un coinvolgimento così forte, il luogo migliore in cui consentire un dibattito trasparente, lineare e soprattutto informato sia il Parlamento. Se la mia idea non dovesse essere condivisa, ve lo anticipo, ne prenderò atto. Certo, ci resterò un po' male». Sulla possibilità di lasciare libertà di coscienza agli eletti, il premier dice: «Siccome non sono un leader di partito, non mi esprimerei. Non ne abbiamo ancora parlato ne è stato deciso nulla. Ma essendo il tema di ampio respiro, io personalmente auspicherei libertà di coscienza per tutti. Vedo male un vincolo di partito». I collaboratori lo avvisano che è ora di andare. Lui fa in tempo ad aggiungere: «Tra l'altro, quel documento è funzionale alla nostra strategia complessiva».