Lunedì, 30 Luglio 2018

Intervista alla TV di Stato della Repubblica Ceca

Signor Presidente grazie mille per averci accordato un po’ del suo tempo. La mia prima domanda è su questa lettera aperta che ha scritto al nostro Premier Andrej Babiš. Perché ha deciso di farlo, quali sono i motivi principali?

«Grazie a voi innanzitutto per l’intervista. La ragione per cui ho scritto al Premier Babiš è perché ho voluto invitarlo a condividere questo successo, che considero dell’Italia, perché i 450 migranti, che sono sbarcati in Italia e che hanno poi creato l’occasione di questa lettera, sono stati per la prima volta distribuiti anche tra vari Paesi europei. E questa è una svolta, ritengo, nella gestione del fenomeno migratorio. In passato non era mai successo, l’Italia era stata lasciata sola. E ritengo invece che sia importante affermare una condivisione nella responsabilità anche da parte degli Stati europei nella soluzione del problema migratorio».

Nella lettera ha dato al nostro premier il “tu”. Perché, cosa significa? Penso che vi siate visti una o due volte al Consiglio, siete cosi amici?

«Perché c’è questa consuetudine, siamo colleghi, ci diamo del tu, abbiamo già lavorato insieme come ha ricordato lei. Sicuramente non era un segno di mancata di cortesia, ma anzi un segno di particolare attenzione ed esprimeva anche l’intento di un confronto amichevole».

Il Signor Babiš ha detto che accetterà con piacere il suo invito a Roma, se non sbaglio non avete ancora trovato una data per l’incontro.

«I nostri uffici, i nostri staff, stanno cercando una data, sarà ragionevolmente a fine agosto».

Il Premier Babiš ha dichiarato che lei vuole convincerlo ad accettare il punto di vista italiano e ha aggiunto che lui a sua volta vuole convincerla. Se questo incontro ci sarà, quale risultato potrebbe essere considerato un successo dal suo punto di vista?

«Sarà un confronto dialogico, ciascuno dei due immagino esprimerà il suo personale punto di vista. Ma sicuramente ci sarà un punto di partenza: le conclusioni che abbiamo rassegnato e sottoscritto insieme il 28 giugno durante il Consiglio europeo. Quelle conclusioni affermano dei principi, come sempre i principi poi vanno attuati, vanno declinati in concreto, avviano dei processi che richiedono poi delle regolamentazioni attuative, ma certo non parleremo di problemi solo giuridici, affronteremo immagino anche questi. Mi piacerà con lui però condividere un approccio politico e culturale al problema delle migrazioni. E vorrei che lui comprendesse che se oggi il problema delle migrazioni riguarda l’Italia perché le rotte sono nel Mediterraneo, sono quelle che ci preoccupano di più, un domani, in ragione dello sviluppo demografico, in ragione delle variazioni delle condizioni economiche, sociali, politiche in paesi anche lontani, che potrebbero essere anche dell’Estremo Oriente, potrebbe essere il vostro paese a esser soggetto a flussi migratori. Quindi è bene che questo problema, della regolamentazione della gestione dei flussi migratori, sia affrontato con un approccio multilivello, organico che non acceda solo alla logica emergenziale, ma lo affronti secondo una logica strutturale».

Ha parlato di logica emergenziale, attualmente non c’è una vera emergenza: dal punto di vista dei numeri, siamo all’87% dei migranti in meno rispetto all’anno scorso. Si può parlare ancora di crisi migratoria?

«Mi fa piacere che lei abbia richiamato la forte riduzione dei flussi migratori del Mediterraneo. Questo però significa che l’approccio italiano, l’approccio che l’Italia ha contribuito a realizzare e sta contribuendo a perseguire, sta portando dei risultati. Infatti, la mia posizione al vertice europeo, che ho condiviso al Premier Babiš e con tutti gli altri Premier presenti, non è quella di dire “l’Italia non ha una soluzione, l’Italia rimane inerme di fronte a questi flussi”, l’Italia si è attivata, insieme ad altri paesi, per prevenire questi flussi e i risultati si vedono. L’Italia quindi è portatrice di una soluzione al problema della migrazione, che prevede che ci sia l’intervento già nei paesi di origine, attraverso l’incremento della cooperazione, degli accordi commerciali, attraverso interventi che migliorino le condizioni di vita sociale, economica delle persone che evidentemente sono in difficoltà. Sono molto povere e vengono ingannate dai trafficanti e indotte a partire. E dall’altro anche l’intervento nei Paesi di transito, dove evidentemente è stato fatto già molto e ancora si può fare per informare anche, per intervenire quando c’è il diritto all’asilo, alla protezione umanitaria. Perché è giusto tra l’altro che questi interventi siano anticipati, dal punto di visto territoriale, quindi dal punto di vista temporale, per evitare che le persone che sono veramente in difficoltà e hanno diritto all’asilo si espongano a questi viaggi della morte, perché sono viaggi della morte, molto spesso. Allo stesso tempo però questo significa che soluzioni di questo tipo, con un approccio condiviso multilivello, articolato, danno dei risultati. Però, sono dei risultati che non si possono conseguire attraverso lo sforzo di un solo paese, bisogna essere tutti uniti. E ripeto, oggi potrebbe capitare all’Italia, domani potrebbe capitare a un altro Paese».

Anche l’Italia ha per un momento chiuso i porti, 450 persone hanno atteso che altri paesi rispondessero alla richiesta di accoglierle. Non pensa che siano state un po’ prese in ostaggio per mettere l’Unione europea e gli Stati europei sotto pressione?

«No, io non direi che queste persone sono state prese in ostaggio dall’Italia. Io direi che l’Italia ha voluto dare un segnale forte. Quello che è stato fatto in passato, cioè il fatto che l’Italia fosse l’unico paese con questa accoglienza indiscriminata, lasciata sola dagli altri paesi, non era più possibile, e bisognava trovare una soluzione. Terrei a precisare che l’Italia non ha mai abbandonato, non ha mai evitato i soccorsi sanitari, non ha mai evitato di far trasbordare malati, bambini, donne che erano in difficoltà, persone vulnerabili. È sempre prontamente intervenuta con le motovedette a mettere in sicurezza persone vulnerabili. Per quanto riguarda il resto, in condizioni di assoluta sicurezza, abbiamo voluto richiamare da subito l’applicazione dei principi che abbiamo condiviso e sottoscritto nel corso del vertice europeo del 28 giugno».

Alla fine queste persone sono sbarcate e il nostro Premier, il signor Andrej Babiš, l’ha definita “una strada per l’inferno”. Che cosa pensa di questa visione, può funzionare la completa chiusura delle frontiere europee? È possibile non aprire i porti a queste persone salvate dal mare?

«Vedo nella posizione del Premier Babiš una preoccupazione eccessiva che non corrisponde proprio a quel risultato che lei ha richiamato prima. In Italia abbiamo fortemente ridotto, con questa politica articolata, con quest'approccio ben integrato, i flussi migratori. A parte che, direi, l'inferno lo vivono le persone che sono costrette ad attraversare il mare e sono preda di trafficanti, anche perché, lo dico sempre, guardate che l'inferno inizia prima, quando dai paesi di origine vengono costretti a raccogliere somme di denaro spesso tutti i familiari, spesso l'intero villaggio si priva economicamente di grandi risorse per far partire il migrante di turno. Vengono derubati, le donne vengono abusate sessualmente, vengono trattate in malo modo e non dobbiamo pensare che queste persone la difficoltà di queste persone, il loro disagio, inizi solo quando sono nel Mediterraneo e c'è un'ong che accende i riflettori, inizia molto prima, quindi il problema non è questo, solo che bisogna anche tener conto che una cosa sono i confini terrestri, altra sono i confini marittimi e allora è chiaro che l'Italia e gli altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo hanno dei confini marittimi e quando ci sono dei confini marittimi ci sono anche le leggi del mare, il diritto internazionale, ci sono le convenzioni internazionali che impongono il salvataggio, è un po' diversa la prospettiva. Da questo punto di vista, lei mi chiedeva prima quale sarebbe un successo di questo incontro, un grande successo, lo annuncio pubblicamente: sarebbe se al termine del nostro incontro qui a Roma, il Premier Babiš volesse accogliere un solo migrante italiano sul territorio della Repubblica Ceca. Io penso che questo il popolo ceco lo possa accettare, sarebbe un gesto simbolico ma molto significativo per affermare un'Europa solidale e responsabile, per affermare un'Europa che di fronte al problema della migrazione si affida a un responsabilità condivisa».

Ha parlato della solidarietà che alcuni Paesi, soprattutto i Visegrád, non hanno mostrato durante la crisi fino a oggi. Come siamo arrivati a questo punto? Ci potrà essere un cambiamento in futuro?

«Sì, perché, come dicevo prima, non possiamo ipotecare il futuro. Potrà ricorrere questa situazione in Europa: che alcuni Paesi avranno anche bisogno di immigrati per alcune attività lavorative che non saranno più in condizione di assicurare; che ci potrà essere, in prospettiva futura, l'esigenza di regolamentare il flusso migratorio, che non significa soltanto chiudere porti, che non significa soltanto erigere muri e barriere. Noi avremo questa difficoltà perché, se guardiamo anche allo sviluppo demografico e a come si distribuiscono le condizioni lavorative ed economiche dei vari Stati, potremmo avere in futuro alcuni Paesi che avranno la necessità di avere nuova manodopera dall'estero e anche da Paesi terzi. Ecco perché dico non è un problema da affrontare solo in termini emergenziali ma anche in termini strutturali: gestione dei flussi migratori».

Il nuovo piano dell’Unione Europea di pagare 6mila euro a migrante a tutti i Paesi disponibili ad accettarli, può funzionare?

«Non so, me lo dirà il Premier Babiš se questa misura economica potrà costituire concretamente un incentivo all'accoglienza dei migranti. Per quanto riguarda il mio approccio, l'approccio del mio Governo, ritengo che la misura economica non sia la soluzione, non può essere una questione solo di incentivo economico perché se l'incentivo economico può portare al fatto che l'Italia o un altro Paese se ne fa carico, viene pagato e tutti gli altri Paesi rimangono indifferenti, ecco, questa è una soluzione che io non condivido».

Dublino IV è ancora sul tavolo? È la migliore soluzione finora trovata? Cosa pensa di questo sistema su cui stiamo discutendo da più di un anno?

«Al vertice europeo del 28 giugno abbiamo affermato dei nuovi principi, abbiamo affermato il principio che un migrante che sbarca in uno Stato membro dell'Unione Europea, sbarca in Europa. E abbiamo anche affrontato il problema della migrazione secondo, come dicevo, un approccio molto più articolato e complesso. Da questo punto di vista, l'articolo 12 di quelle Conclusioni ci dice proprio questo, che il Regolamento di Dublino va superato e va superato perché portatore di un angolo visuale e quindi di un approccio molto angusto, molto limitato; anche perché si pone il tema della richiesta d'asilo ancorando la soluzione di questo problema al criterio del Paese di primo approdo, che è un criterio del tutto inappropriato, proprio alla luce di quelle responsabilità condivise e di Europa solidale che vogliamo perseguire».

Il ministro dell'Interno parla abbastanza spesso, soprattutto sui social, con un approccio abbastanza duro sull’immigrazione. Capisco che la politica del Governo italiano è nel Contratto di Governo ma volevo chiederle se deve chiedere, ogni tanto, al Signor Salvini di non esprimersi in modo così forte, di dire le cose in modo più elegante.

«No, sinceramente non ho mai chiesto al mio ministro Salvini toni più o meno eleganti, ognuno poi fa le scelte lessicali che vuole. Ma posso assicurare che, avendo condiviso tante riunioni, avendo condiviso anche il metodo, l'approccio, i contenuti nella risoluzione di questo problema, non è in discussione affatto il disagio e la comprensione per il disagio, le difficoltà, i pericoli che affrontano i migranti. Il nostro approccio è volto, anzi, a prevenire questi pericoli, questi disagi, queste difficoltà, è un approccio che diventa duro nei confronti dei trafficanti, di coloro che sfruttano i migranti. Non vorrei che ci fosse questo equivoco, come se alla fine il nostro nemico fossero i migranti o addirittura la povera gente che ha diritto all'asilo, che ha diritto alla protezione umanitaria e che sfugge a condizioni veramente molto gravi e disagevoli. Il nostro approccio nasce dalla consapevolezza che bisogna prevenire queste condizioni, bisogna intervenire nei Paesi di origine, nei Paesi di transito e soprattutto bisogna contrastare, sconfiggere tutte le organizzazioni criminali che approfittano di queste situazioni».

Ultima domanda, secondo alcuni i Paesi che non accettano i migranti non dovrebbero più avere diritto di accesso ai fondi europei, cosa ne pensa? Macron ha detto che è una possibilità.

«In una prospettiva futura, quando riusciremo ad affrontare e a realizzare tutti quei principi, potremo anche arrivare a questa conclusione: innanzitutto che, ai sensi del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea, ciascun Paese potrà addirittura indicare preventivamente delle quote di migranti di cui ha bisogno per assicurare che il sistema produttivo possa competere a livello europeo e internazionale. Ci potranno quindi essere delle regolamentazioni dei flussi tra i vari paesi, predefiniti anche, di volta in volta aggiornati e poi potremo arrivare alla conclusione che per quanto riguarda quelli che hanno diritto all'asilo, alla protezione umanitaria, si possano distribuire nell'ambito di questi flussi. Se non si trovano soluzioni condivise sulla base delle richieste preventive delle specifiche esigenze, potremo anche arrivare a valutare, sul piano delle contropartite economiche, quali conseguenze questo comporterà.
Non escludo che in una prospettiva futura ma, ripeto, dopo un approccio globale, sistemico e ben organizzato si possa poi arrivare anche a valutare quali risvolti sul piano economico-finanziario, le decisioni, i passaggi precedenti possano comportare e implicare».

Signor Presidente, grazie ancora una volta per l’intervista.

«Grazie a lei e un caro saluto al Premier Babiš e al popolo ceco».