Mercoledì, 15 Maggio 2019

Intervista a La Gazzetta dello Sport

«Io non alleno, segno. Giro, festa di popolo. No al calcio d'élite. Sì allo sport sociale»

di Mario Canfora e Valerio Piccioni

Oggi sarà alla partenza di Frascati. Ce lo dice impaziente chiedendo subito: «Come sta Nibali?». Giuseppe Conte anticipa il suo debutto al Giro da Presidente del Consiglio con una serie di «pedalate» sportive, in bici e senza. Dai ricordi rosa da bambino al no alla Super Champions, dal Foggia di Zeman ai ragazzi di Special Olympics.

Presidente Conte, qual era il suo campione ciclistico da bambino?

Quando ero bambino andava fortissimo Eddy Merckx, che inanellava vittorie su vittorie. Ma già allora lo spirito patriottico mi spingeva a tifare Gimondi, che peraltro si difendeva molto onorevolmente. Qualche anno più tardi ho vissuto la rivalità Saronni-Moser, facendo il tifo per quest'ultimo. Ricordo ancora la vittoria di Moser nel Giro del 1984. Successivamente mi ha appassionato Bugno.

Come spiega che in tempi iper tecnologici e ultradigitali, il Giro e la bici abbiano mantenuto il loro fascino?

Il ciclismo è uno sport che affascina perché rimanda alla fatica fisica, alla tenacia mentale, alla sagacia tattica. Il Giro d'Italia eleva il ciclismo a grande evento sportivo che coinvolge tutta la Penisola: gesta eroiche, coinvolgimento popolare, patriottismo. Quanto alla bicicletta, la amo perché protetta in una "dimensione esistenziale": in un'epoca in cui tutto si consuma in fretta, in cui prevale il fulmineo appagamento, la bicicletta insegna a darsi tempo, a procedere lentamente, a muoversi con rispetto, a osservare più profondamente. Scorre silenziosa, non inquina.

II presidente di Rcs Urbano Cairo alla partenza del Giro da Bologna ha chiesto al Governo di «credere di più» all'enorme potenziale di questo avvenimento. In modo da avvicinarsi a ciò che accade in Francia, e al legame profondo che unisce le istituzioni al Tour de France.

Non c'è alcun dubbio che si tratti di un grande appuntamento nazionale, il Giro è una cartolina di promozione di tutta la penisola italiana, una festa patriottica. E sono felicissimo di essere a Frascati per salutare I corridori.

Cosa ricorda del Giro in Puglia?

Recupero dai ricordi due istantanee. La prima: sono ai primi anni delle elementari, allora mio padre era segretario comunale a Candela e vivevamo lì con tutta la famiglia; grandi preparativi perché sarebbe passato il Giro d'Italia e con tutte le classi ci avrebbero portato a vedere passare i corridori. Ricordo la grande eccitazione di noi bambini, con i grembiulini azzurri e le bandierine sventolanti. La seconda istantanea: ormai adolescente, con gli amici più cari ci concediamo qualche giorno di vacanza a Rodi Garganico, dove è prevista una tappa del Giro. Ci ritrovammo sotto il palco felici e spensierati, a festeggiare il vincitore della tappa e la maglia rosa.

Ma in bici c'è mai andato?

Prima di diventare Presidente del Consiglio, adoravo girare per le strade di Roma con la bicicletta. Pedalare per i vicoli del centro storico mi dava un grande piacere. Prendevo la bicicletta ogni volta che potevo, anche per andare al lavoro. Però niente bici "assistita", non mi è mai piaciuta.

Nella gerarchia dei suoi sport, chi comanda?

Metterei il calcio al primo posto, ma quando ho tempo seguo anche il tennis, l'atletica, la boxe, il rugby e altri ancora.

Lei non è romano, quando è sbocciato il tifo per la Roma?

Molto lentamente. MI trasferii a Roma per gli studi universitari, ma i primi anni rimasi tiepido rispetto alle squadre romane. MI portavo appresso il tifo per il Foggia dell'epopea zemaniana e ancora conservavo il ricordo della Fiorentina di Antognoni.

Perché proprio Antognoni?

Mi piaceva il suo modo di stare in campo, a testa alta, la sua visione di gioco, quei suoi lanci lunghi.

Prima partita allo stadio?

A tifare per il Foggia, allo "Zaccheria", con mio padre.

Che Foggia ricorda?

Il Foggia di Pirazzini, capitano che coordinava la difesa da vecchio libero. Ma ricordo ancora di più la fabbrica di gol di Zemanlandia. Con lui il Foggia andò In A. Era la squadra di Balano, Rambaudi, Signori. Durante la settimana vedevo pure qualche allenamento: i gradoni, ma anche quel tocchi di prima, chi sbagliava fuori, la palla scottava. E in mezzo al campo, Zeman e la sua flemma.

E a calcio ci ha mai giocato?

Per molti anni, sempre a livello amatoriale. Poi è Iniziato iI periodo delle rotture dei legamenti, dei menischi e ho dovuto smettere. Ma ancora adesso quando mi è possibile gioco volentieri qualche partita per tenermi in forma.

C'è uno «stare in campo» anche in politica. Un premier in che ruolo gioca? O forse si tratta di un allenatore...

Nè allenatore, nè arbitro, come qualcuno a volte ha provato a definirmi. Io scendo In campo tutti i giorni. Insieme a Di Maio e a Salvini formiamo un bel tridente d'attacco. A me spetta anche il compito di coordinare l'intera squadra poiché, per rimanere alla metafora calcistica, le partite si vincono tutti insieme, con il contributo di tutta la squadra.

Ma chi le piacerebbe avere nella Roma?

Stravedevo per Mahrez quando era al Leicester. Ora mi piace Ziyech, ma di esterni di attacco ne abbiamo parecchi... .

E nel passato della Roma, Totti a parte, chi l'ha entusiasmata più degli altri?

Direi Cafu.

Se restasse presidente fino al 2023, pensa di poter chiudere entrando da spettatore nel nuovo stadio della Roma?

Confido che questa Infrastruttura possa essere realizzata. Comunque io sono un tifoso, ma sono un tifoso sportivo: auguro anche alla Lazio di avviare un progetto per la realizzazione del nuovo stadio.

Quanto invidia il calcio inglese che piazza quattro squadre nelle due finali di Champions ed Europa League? Questione di mentalità, di soldi, di impianti?

DI soldi no, i soldi ci sono anche a Parigi, a Madrid o a Barcellona. Forse di cicli, questo è il loro momento.

Facciamo un passo indietro: Maradona o Pelè?

Maradona l'ho visto giocare tante volte, di Pelè ho visto spezzoni di partite, era di un'altra epoca. Direi Maradona.

Purtroppo nel calcio certe volte si scherza poco. Tutto diventa serio, serioso, esasperato. Dalle violenze ai cori razzisti, non crede che la retorica del «sono pochi imbecilli», spesso smentita dai fatti, sia da considerare una risposta perdente?

Gli episodi di Intolleranza e razzismo non vanno mal minimizzati. E sarebbe un errore sostenere che in Italia il problema non esista. Bisogna far rispettare le regole e impegnarsi molto per contrastare il fenomeno, promuovendo nelle scuole la cultura del rispetto dell'avversarlo e la diffusione dei valori della lealtà e della correttezza sportiva. Mi rincuora constatare che in molti casi, a fronte di minoranze che intonano cori discriminatori, la stragrande maggioranza del pubblico li oscuri con gli applausi. La stupidità si può sempre seppellire con un sorriso o, se rumorosa, con gioiose manifestazioni di segno contrario.

Le piacerebbe una Super Champions, magari con partite nel fine settimana, o ritiene che i campionati nazionali debbano essere protetti il più possibile?

Ho forti perplessità sull'idea di introdurre una Super Champions che finisca per proporsi come circuito aristocratico, riservato ai "soliti noti", club Individuati per storia e blasone. Un sistema del genere finirebbe per penalizzare il merito sportivo, che invece va sempre premiato. Il fascino delle competizioni sportive è che anche i club più piccoli e meno blasonati possono ritrovarsi, di anno in anno, nel ruolo di outsider e affermarsi nella ribalta Internazionale, capovolgendo tutti i pronostici. Se avessimo avuto già le nuove regole, l'Ajax, che quest'anno ha forse espresso il miglior calcio, avrebbe preso parte alla Champions?

Dunque, niente campionato il mercoledì.

Sarebbe un errore far giocare le partite dei campionati nazionali solo nei giorni feriali. Il calcio è uno sport popolare e le persone devono poter andare allo stadio soprattutto nei giorni In cui non lavorano. Se i fine settimana fossero dedicati alle competizioni europee solo una parte del tifosi avrebbe il privilegio di poter seguire la propria squadra. Insomma si acuirebbe il divario tra grandi squadre e cosiddette "provinciali" ».

Ma lei quanto sport riesce a seguire per televisione?

Beh, ormai non tanto.

L’ultima partita vista?

Roma-Juve 2-0».

Tanto lontana non è... Ma cambiamo sport: portare le Finals del tennis a Torino è stata dura. Si è trattato e si tratterà di un investimento importante per lo Stato: ha mai avuto dubbi?

Da Presidente del Consiglio ho il dovere di studiare con attenzione i dossier che arrivano sulla mia scrivania. È accaduto per le Finals così come per qualsiasi altro evento che abbia richiesto Investimenti da parte dello Stato. Alla fine il Governo ha deciso di sostenere la candidatura di Torino per ospitare le Finals e quella di Milano-Cortina per le Olimpiadi Invernali del 2026, perché dopo vari studi e analisi abbiamo avuto la certezza che si tratta di eventi sostenibili e con ricadute positive per il Paese, in termini economici e lavorativi.

La sindaca Appendino ci ha svelato il suo campione preferito: Stefan Edberg. E il suo?

Senz'altro Roger Federer.

Ci dica la verità, senza farsi sentire: ma lei a Roma 2024 avrebbe detto sì?

L'appassionato di sport che è in me è sempre astrattamente favorevole allo svolgimento di eventi sportivi così prestigiosi. Ma come decisore politico ho il dovere di valutare la sostenibilità di questi progetti e la rispondenza all'Interesse generale, operando una gerarchia di priorità che tenga conto delle varie urgenze del Paese.

Ora il sogno di Milano-Cortina. In tre parole il perché un membro Ciò dovrebbe preferirci a Stoccolma.

Confidiamo che, come già accaduto per le Finals a Torino, anche il progetto Milano-Cortina riscuota il meritato successo e che, quindi, le nostre Alpi possano ospitare le Olimpiadi invernali del 2026. Sono molto ottimista perché il presidente Malagò, il sottosegretario con delega allo sport Giorgetti, e anche il sottosegretario Valente, i vari enti locali e tutti gli stakeholders coinvolti hanno svolto un lavoro particolarmente efficace. Perché il Ciò dovrebbe scegliere l'Italia? Perché il nostro Paese ha sempre dimostrato ottime capacità organizzative. Perché le varie tappe di Coppa del Mondo in Italia non hanno mal deluso. Perché il nostro movimento sportivo gode di ottima salute come dimostrano i risultati dei vari Paris, Goggia, Fontana, Wierer, Vittozzi, Windisch, Pellegrino. Perché la cornice maestosa delle nostre montagne è di una bellezza impareggiabile. Perché una cerimonia di chiusura all'Arena di Verona sarebbe uno spettacolo senza pari, capace di trasmettere emozioni uniche.

Il presidente del Coni Giovanni Malagò è il frontman della campagna olimpica. Non è che il suo governo l'abbia trattato però benissimo. Il Coni è uscito dalla riforma obiettivamente ridimensionato. Perché cambiare un sistema che in linea di massima funzionava bene?

Le riforme non si fanno pro o contro singole persone. Si fanno per migliorare un sistema e renderlo più efficiente e più rispondente a finalità di Interesse generale. Da parte mia e di tutto il Governo non c'è stato intento punitivo, anche perché i risultati dello sport italiano sono nel complesso positivi e il Coni continuerà a occuparsi di preparazione olimpica e a rappresentare l'Italia nel mondo. La nuova società Sport e Salute avrà il compito di sviluppare e di valorizzare ancor più l'area formativa e preventiva e, in generale, la pratica sportiva di base. La riforma mira a operare una riorganizzazione del sistema in direzione di una gestione più efficiente, secondo un modello più spiccatamente manageriale, in base a criteri ancora più trasparenti e meritocratici. Siamo convinti che dall'attuazione della riforma e dalla collaborazione tra Coni e Sport e Salute l'intero mondo sportivo italiano potrà trarre grande giovamento. Le novità non devono spaventare. Aspettiamo ad attuare la riforma e poi ne valuteremo l'impatto.

Ma lei è d'accordo che il nuovo sistema, con al centro la società Sport e Salute, veda al centro più lo sport «sociale» delle medaglie?

Non esiste alcuna contrapposizione tra sport sociale e medaglie. Anzi l'uno è assolutamente funzionale all'altro: la promozione dello sport di base e l'ampliamento del numero dei praticanti consentiranno di avere maggiori possibilità di far crescere atleti In grado di competere ad alto livello. Di contro vincere medaglie e ottenere risultati prestigiosi vuoi dire avvicinare sempre più persone alla pratica sportiva.

Dentro lo «sport sociale» c'è naturalmente quello paralimpico. Lei si è innamorato degli Special Olympics. Che cosa possono insegnare questi ragazzi a tutto lo sport?

Ho incontrato questi atleti lo scorso marzo, prima che partissero per Abu Dhabi per disputare i Giochi mondiali estivi. Ho conosciuto la loro determinazione e ho apprezzato i loro successi. Il loro motto è "Che io possa vincere, ma se non riuscissi che io possa tentare con tutte le mie forze". Questi atleti ci insegnano che nella vita non sempre si può vincere, l'importante è impegnarsi al massimo delle proprie possibilità e non abbandonarsi alla rassegnazione. L'Intero movimento Special Olympics ci ricorda che lo sport è fondato sul rispetto dell'altro ed è uno dei più potenti strumenti di promozione dell'Inclusione sociale.
L'intervista è finita, ma il Presidente del Consiglio ci lascia per qualche secondo e torna con una maglia nera dove c'è scritto FIWH e Black Lions. «Ora vi faccio una domanda lo: conoscete questa squadra? ». Siamo presi in contropiede. «Li ho incontrati poco fa, sono ragazzi che giocano a hockey con le carrozzine elettriche, hanno vinto due scudetti di fila, vengono da Venezia-Mestre. Sono ragazzi incredibili. Uno di loro ci ha raccontato di essere stato da solo a Capo Nord. Ma ci pensate a certe mamme che inseguono i loro figli per un piccolo raffreddore? Ora faccio io un appello alla Gazzetta e al vostro editore: date spazio a queste storie il più possibile, c'è bisogno di storie nuove e belle, magari non vi faranno vendere più copie del giornale, ma ci raccontano esperienze che rendono migliore il Paese».

Infine: ha saputo che De Rossi ha annunciato il suo addio alla Roma?

Un grande calciatore che ha segnato la storia della Roma degli anni Duemila: forte fisicamente, indomito, di grande intelligenza tattica. Da tifoso lo ringrazio.