Venerdì, 27 Luglio 2018

Intervista al Corriere della Sera

«Euro e Nato non si discutono»
Parla Conte: «Tria non esiste che lasci»
di Massimo Franco

«Per me la moneta unica europea, come l’appartenenza alla Nato, non sono in discussione. E non lo sono anche per il governo da me presieduto». Giuseppe Conte fissa le colonne d’Ercole della sua maggioranza contrattuale Movimento Cinque Stelle-Lega. Sa che su questi punti ogni tanto arrivano picconate di qualche esponente governativo, che rischiano di scalfire la credibilità italiana all’estero. E dunque, sorseggiando acqua minerale e caffè, in questo colloquio informale avvenuto nel suo studio di Palazzo Chigi delinea i confini politici e temporali del suo esecutivo.

Come premier, trasmette tuttora un profilo politicamente sfuggente, velato dall’identità di giurista. Lui stesso, in privato, tende a definirsi un comunicatore poco esperto. Ma la sfida è ambiziosa: riuscire a trasformare la debolezza oggettiva di un ruolo da premier tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i suoi due vice, leader dei Cinque Stelle e della Lega, in punto di forza derivante dalla capacità di mediazione.

Con il consiglio del capo dello Stato, Sergio Mattarella, Conte è già riemerso da alcune strettoie interne e da alcuni vertici europei meno ammaccato di quanto si pensasse. E, nonostante alcuni messaggi contraddittori del suo governo, e una mancata armonia frutto dell’inesperienza di una compagine quasi completamente nuova, il suo esecutivo regge e, a scorrere i sondaggi, guadagna perfino consensi.

«Se M5S e Lega continuano a crescere insieme e a confermare il consenso del Paese, questo governo può durare cinque anni», arriva a sostenere il premier. «Il 4 marzo si è chiusa per sempre una fase. Ereditiamo un’Italia divisa, e perfino lacerata da un referendum costituzionale sbagliato. A noi tocca provare a ricucire il Paese su nuove basi».

Il problema è che quasi quotidianamente l’inquilino di Palazzo Chigi, con le stimmate di «esecutore del contratto» Di Maio-Salvini, deve inseguire alcuni dei suoi ministri e bilanciare posizioni e interessi non proprio coincidenti. È successo sull’immigrazione. E ancora sulla politica economica, con voci di contrasti col ministro dell’Economia, Giovanni Tria. «Non è così», replica. «Il ministro Tria è il cerbero dei conti, il loro custode arcigno. Ma non esiste che lasci il governo. Attenzione, peraltro, a non considerarlo un corpo estraneo a questo esecutivo. È parte attiva e coinvolta nel tentativo di ottenere dall’Europa spazi di manovra che ci permettano di cambiare le cose».

Il vero orizzonte lungo il quale il governo cerca sponde è quello continentale. Su quel crinale si giocherà la possibilità o meno di incidere e di assegnare un ruolo non periferico all’Italia del primo esecutivo «populista» dell’Europa occidentale. «Nei vertici mi trovo in una situazione diversa dagli altri capi di governo. Non so se più vantaggiosa, di certo diversa: nel senso che loro sono assillati dal fatto di avere nei loro Paesi forze populiste che li assediano e erodono i loro consensi. Io, invece - osserva Conte - il cosiddetto populismo ce l’ho nel governo, anzi ne sono l’espressione, lo rappresento. E credo di potere aiutare anche gli altri leader europei a capire dove e come occorre cambiare, per fare in modo che queste forze aiutino il sistema a migliorare e non a implodere».

Il presidente del Consiglio non si nasconde che il pericolo dell’isolamento è sempre in agguato: soprattutto a livello internazionale. «Ai vertici europei in passato spesso l’Italia non si è fatta valere per timore di rimanere isolata. In un’Europa debole e disorientata, stiamo cercando di far capire che possiamo aiutarla a rafforzarsi, se riconosce che il contesto, il quadro strategico sono cambiati. E sull’immigrazione l’atteggiamento sta cambiando, a nostro favore. L’Europa procede a scatti, tra periodi di stasi e passi avanti. Questo è il momento di farla scattare uscendo da una situazione in cui langue. Altrimenti diventa l’Europa dei gruppi regionali di cinque, sei Paesi. E sarebbe una regressione geopolitica. Stiamo cercando di restituire centralità al Mediterraneo, marginalizzato dall’allargamento a Nord e a Est».

L’epicentro dell’attenzione, in questa fase, sono la Libia e il Nord Africa: un’area destabilizzata dai calcoli strategici sbagliati dell’Occidente; e ora il punto di partenza attraverso il quale arrivano in Europa migranti, polemiche, e morti. Un’Europa che significa Italia, creando tensioni e strumentalizzazioni. La spola di diversi ministri del governo Conte in quella terra divisa dalle guerre tribali ha accentuato la sensazione di un’emergenza e di un affanno, se non di una competizione. Eppure, il presidente del Consiglio accredita un’attività solo apparentemente in ordine sparso. «Sulla Libia agiamo in modo coordinato tra ministri, e con una chiara strategia. Sappiamo che è una priorità, e l’abbiamo ribadito soprattutto alla Francia, tentata da un continuo espansionismo economico e strategico a nostre spese. Ho detto a Emmanuel Macron che non avalleremo forzature e fughe in avanti, e che in Libia le elezioni debbono avvenire solo dopo che le varie parti di quel Paese si sono riconciliate. Su questo uno dei nostri principali interlocutori rimane la Germania».

Ma Conte accarezza un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti di Donald Trump, incoraggiato da quella che considera una simpatia personale reciproca col presidente americano: sebbene sullo sfondo si stagli sempre il rischio di creare incomprensioni, quasi di rimbalzo, con un’Unione europea attaccata ruvidamente dalla Casa Bianca. Ma «credo che Trump voglia aiutare l’Italia. E nel mio prossimo viaggio a Washington cercheremo insieme di capire come. Il rapporto è buono, e il fatto che io esprima una maggioranza M5S-Lega accentua le potenziali affinità».

La bottiglia di plastica con l’acqua minerale ormai è vuota. I commessi di Palazzo Chigi avvertono il portavoce Rocco Casalino che sono arrivati Tria e Di Maio per l’ennesimo vertice sulle nomine. Sta per spuntare anche Salvini. Conte esce dal suo studio per accoglierli. A Palazzo Chigi c’è lui, forte della sua strutturale debolezza politica; e lavora per rimanerci. Osservandolo, viene il sospetto che sia un vaso di gomma, non di coccio, capace di modellarsi di volta in volta tra Cinque Stelle e Lega. Senza rompersi.