Intervento del Presidente Conte alla presentazione dell'Edizione Nazionale degli scritti di Giorgio La Pira

Martedì, 14 Maggio 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, all'Università di Firenze in occasione della presentazione dei primi tre volumi dell'Edizione Nazionale degli scritti del giurista e politico Giorgio La Pira. 

Sono lieto di partecipare a questo evento di presentazione dell’Edizione nazionale delle opere di Giorgio La Pira, che è un progetto editoriale, come ho potuto vedere –ho ricevuto in anteprima una copia in omaggio dei volumi – e come ci è stato illustrato, un progetto particolarmente complesso e ringrazio il Magnifico Rettore, Professor Luigi Dei, per avermi invitato a questo incontro, che mi dà peraltro la possibilità di fare ritorno in questo luogo a me molto caro, l’Università di Firenze, nella quale ho intessuto, nel corso della mia vita accademica, relazioni autentiche e costruttive e desidero naturalmente rivolgere un affettuoso pensiero a tutti i miei vecchi colleghi e a tutti i docenti di questo Ateneo. Saluto anche le Autorità qui presenti e rivolgo un caloroso saluto a tutti gli studenti presenti, anzi è proprio a voi studenti che indirizzo questo mio intervento su Giorgio La Pira, nobile figura del pensiero e della politica italiana e direi che, preliminarmente, voglio rivolgere anche un sentito apprezzamento ai componenti della commissione ministeriale, ai curatori dei vari volumi, per l’impegno profuso in questi anni e per lo straordinario risultato conseguito. Mi rendo conto, anche da studioso, che censire, raccogliere e pubblicare tutti gli scritti che La Pira ci ha lasciato è il frutto di un lungo, laborioso lavoro, che risponde al generoso proposito di consegnare ai posteri una summa ordinata e ragionata di questo inestimabile patrimonio.

Dicevo, mi rivolgo a voi studenti e mi piacerebbe condividere con voi alcune riflessioni, alcuni pensieri sull’attualità dell’insegnamento di La Pira per chi oggi assume una responsabilità politica. Il luogo in cui La Pira formò il suo pensiero qui, proprio al di là della strada, di fronte, nella comunità domenicana di San Marco, la cella numero 6, dovette profondamente influenzarlo, mi sono convinto di questo.

La biblioteca del convento, fu voluta e arricchita nel corso degli anni dalla famiglia Medici, raccoglie manoscritti unici, preziosissimi. È qui che egli ebbe la possibilità di approfondire i suoi studi, sul “pensiero luminoso” – così lui stesso lo definisce – di Tommaso d’Aquino.

Quegli spazi, tuttavia, racchiudono anche un patrimonio di inestimabile bellezza, che il mondo ci invidia, tra gli altri: gli affreschi del Beato Angelico, uno dei punti più alti forse dell’arte rinascimentale, dominati da una luce che qualcuno ha definito “metafisica”. È una luce che illumina i soggetti ritratti e ispira gli spettatori, che ne sono quasi abbagliati. Non è facile immaginare cosa abbia significato per Giorgio La Pira vivere e studiare in queste stanze. Ma riusciamo forse a ricavarne un’idea grazie a un prezioso reperto, che ho recuperato negli archivi della Rai. Nel luglio del 1973, andò in onda una puntata di un programma di approfondimento, nel corso della quale proprio La Pira descrisse l’Annunciazione del Beato Angelico con queste parole: “Una pittura che, mentre sembra astratta, in realtà è estremamente concreta, perché riflette immagini umane, nelle quali c’è una luce particolare, la luce di Dio che si specchia nelle creature … una lezione di realismo, ma un realismo trasfigurato”.

Ecco questa continua dialettica tra astrazione e concretezza, tra dimensione spirituale e impegno civile, tra pensiero e azione definisce – nella misura più alta – la figura di Giorgio La Pira.

Nella sua attività di studioso, infatti, egli si era convito che la cultura non potesse rimanere una forma di erudizione fine a se stessa, ma dovesse diventare “testimonianza di carità” – sono sue parole. Da qui la sua vocazione a impegnarsi in modo attivo e proficuo per il bene comune, chiamata alla quale egli ha dato ascolto, servendo il Paese – com’è stato ricordato – in Assemblea costituente, nella prima legislatura del Parlamento repubblicano, come Sottosegretario al Ministero del Lavoro e nelle funzioni poi, come sappiamo, di sindaco di questa città.

Questa è, dunque, la cornice entro la quale può essere letto il suo itinerario umano, politico e spirituale, un uomo educato dalla bellezza dell’arte e del pensiero filosofico, che sviluppa precocemente un’articolata architettura – com’è anche è stata definita nella lectio magistralis del Presidente Grossi – un’archiettura di riflessioni, fortemente orientate all’azione politica.

Chiave di volta del suo pensiero, come è stato ricordato, è la persona umana, nella visione tomista “quod est perfectissimum in tota natura”.

All’interno di questa prospettiva, diventa presto un dovere, per La Pira, garantire alla persona umana, all’interno dello spettro articolato e poliedrico delle sue relazioni, il valore che le spetta, la funzione allo stesso tempo di fine e di misura dell’azione politica.

L’apporto che La Pira offrì all’officina costituente prende le mosse proprio da questa peculiare attenzione alla persona umana, mai osservata esclusivamente nella sua astratta individualità, ma considerata nella concretezza della sua esistenza, inserita nelle complesse dinamiche della società in cui vive.

Al centro della riflessione di La Pira vi è certamente il riconoscimento delle prerogative inalienabili dell’uomo che, fatto a immagine e somiglianza di Dio, è irriducibile sia agli schemi dell'individualismo liberale sia agli schemi dello statalismo, che dei modelli collettivisti. Vi è la consapevolezza del mistero dell’uomo, della sua grandezza e, conseguentemente, il convincimento che i diritti appartengono all’uomo in quanto tale, preesistono allo Stato, di qui quella formula, quel verbo “riconoscerli” un verbo che ricorre spesso nella grammatica costituzionale. In proposito, in un intervento all’Assemblea costituente, affermava: “O la persona ha questo valore di interiorità rispetto al corpo sociale, ed allora essa ha uno stato giuridico che è anteriore a ogni costruzione statale; o non lo ha, ed allora essa è radicalmente subordinata al principio statale, membro sostanziale, come diceva Hegel, del corpo statale. Non si esce da questo dilemma: o voi accettate questa concezione del valore trascendente, e potete ancorare i diritti riflessi e imprescrittibili della persona umana; o voi non accettate tale concezione, ed allora siete ineluttabilmente condotti alla concezione appunto dei diritti riflessi”.

Al centro del sistema non vi è lo Stato, l’“ingresso di Dio nel mondo”, secondo l’immaginifica metafora hegeliana che ha tristemente alimentato le concezioni statolatriche del primo Novecento. Al contrario, la struttura dell’ordinamento è a piramide rovesciata, con l’uomo al vertice e lo Stato al suo servizio, ancora sue parole: “Lo Stato per la persona e non la persona per lo Stato”.

Di fronte a una cultura che oggi è sempre più orientata a “misurare” l’essere umano in base alla sua “resa” economica e sociale, che appare sempre più indirizzata a “rimpicciolire” la persona alla pura dimensione economica, l’insegnamento di La Pira, sotto questo profilo, costituisce un severo monito per coloro che hanno responsabilità politiche.

Eppure, il contributo più originale del pensiero di La Pira e la sua attualità non risiedono tanto nell’idea della centralità della persona umana, quanto nell’esaltazione della spiccata vocazione “sociale” dell’uomo, essere naturalmente orientato alla relazione, il quale, in condizioni di libertà e di responsabilità, partecipa alle più diverse manifestazioni della vita associata.

L’uomo – nella visione di La Pira che tanto ha alimentato la cultura giuridica e il pensiero politico del Novecento – non è una monade isolata di fronte allo Stato, ma vive in un contesto di rapporti di natura affettiva, professionale, politica che il diritto non può trascurare, ma che, al contrario, deve esaltare, secondo un criterio che poi Aldo Moro definirà “socialità progressiva”, intendendo con quell’espressione il processo di “progressivo” ampliamento della persona, considerata e tutelata – secondo una struttura “a cerchi concentrici” – all'interno di aggregati sempre più ampi: la famiglia, la scuola, le associazioni, le confessioni religiose, i partiti politici, i sindacati, all’interno delle “formazioni sociali”, nelle quali – come dispone l’articolo 2 della Costituzione – si sviluppa la sua personalità.

Ne deriva un’articolata visione pluralista e interclassista della società, capace di valorizzare al massimo i corpi intermedi che, oltre ad essere organismi giuridicamente qualificati, diventano strumento e spazio privilegiati di tutela per i più deboli. La crisi, che caratterizza la società contemporanea, delle diverse forme di “mediazione” tra l’uomo e lo Stato, tra il singolo e il potere pubblico rende profondamente attuale questa intuizione, offrendo alla riflessione politica, alla riflessione giuridica l’occasione per riconsiderare forme e istituti attraverso i quali rafforzare la partecipazione dei cittadini, coinvolgendoli in modo più intenso nell’azione politica e sociale. 

Al contempo, Giorgio La Pira si è dimostrato estremamente moderno anche per la sua apertura al mondo, anticipando prospettive e visioni che sarebbero maturate solo nei decenni a venire. In particolare, la sua profonda cultura del dialogo, come strumento per realizzare una pace duratura fra i popoli, è per me un esempio di forte suggestione, fonte di grande ispirazione, tanto più nel momento in cui sono chiamato, insieme agli altri leader dei Paesi di democrazia avanzata, a individuare soluzioni possibili nei diversi, complessi scenari di crisi.

Alcune iniziative poi sorprendo ancora oggi per la felicissima intuizione: penso a quando, nel suo intervento Il valore delle città del 1954 dinnanzi al Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra, La Pira sottolineò il compito da protagonista delle città nella costruzione della pace. O ancora quando, nel famoso Convegno dei sindaci delle capitali del mondo, da lui promosso a Firenze nel 1955, favorì l’incontro, per la prima volta, dei sindaci del mondo occidentale e di quelli del mondo comunista, i quali – insieme – firmarono un appello contro la guerra nucleare.

Alle logiche perverse di chi contrapponeva “uomini superiori” a “uomini inferiori” (“gli uni fatti per comandare, gli altri fatti per servire”), La Pira rispondeva ponendo ancora una volta al centro semplicemente la persona umana: “Esiste una legge fondamentale – scriveva – quella della solidarietà … tra tutti gli uomini: … ogni uomo ha bisogno di tutti e tutti hanno bisogno di ciascuno”; se la persona deve “svolgere quella missione sociale verso la quale essa è interiormente inclinata”, la società “deve a sua volta alla persona l’integrazione necessaria perché essa possa realizzare liberamente la sua missione sociale”. L’affermazione di tali premesse, però, non era allora – come non lo è oggi – garanzia della loro condivisione, della loro attuazione. Per questo, come ho già detto, le sue parole suonano drammaticamente attuali.

Altrettanto non era – e non è tutt’oggi – accettabile una frattura del vincolo di solidarietà fra le persone, con chiaro riferimento al bonum commune nelle sue diverse declinazioni, dalla cura dei rapporti intersoggettivi alle relazioni internazionali. L’idea tomista del bene si regge, del resto, sulla convinzione, forgiata dal diritto romano, della necessità di un ordine: la libertà senza ordine è libertinaggio – parole sue – l’ordine senza libertà è dispotismo.

Non è senza rilievo – ed è stato ricordato nell’intervento della Professoressa Giunti e del Professore Grossi – che Giorgio La Pira sia stato un grande studioso del diritto romano: ne apprezzava la bellezza e l’armonia, e, come emerge dai suoi scritti, ne riconosceva le “prospettive ricche di simmetrie”, alle quali voleva educare i suoi studenti. Più precisamente, vi scorgeva una precipua portata pedagogica: ne La genesi del sistema nella giurisprudenza romana, scriveva che il diritto romano aveva esercitato una efficacia davvero decisiva per l’educazione del suo pensiero, in quanto aveva educato la sua intelligenza a pensare scientificamente, sistematicamente, more geometrico, come pure è stato detto.

Forse, però, l’aspetto che più risalta della sua figura è l’impegno da lui profuso per la giustizia sociale, la sua infaticabile opera in difesa dei più deboli, di coloro che – non sempre per propria responsabilità – si trovano in una posizione di svantaggio e, conseguentemente, di maggiore fragilità.

Un evento della vita di La Pira, che mi ha molto colpito e che creda esprima molto bene in misura più intensa, la sua determinazione nel perseguire l’ideale, che per alcuni aspetti rasentava l’utopia, di un mondo più solidale, più autenticamente umano.

Nel gennaio 1955, egli si trovò a fronteggiare un grande evento di crisi che colpì in quegli anni la città di Firenze: la messa in liquidazione dell’Officina Fonderia delle Cure, di cui venne dichiarato il fallimento. Non si trovava il modo, soprattutto, non si riusciva – è problema comune, sempre attuale – a recuperare risorse finanziarie sufficienti per dare lavoro a cento famiglie.

Nel febbraio di quell’anno, non vedendo altra soluzione, dispose la requisizione immediata dello stabilimento e ne affidò la gestione alla cooperativa dei lavoratori, col compito che questa assicurasse impiego a tutte le maestranze. Tra le varie motivazioni di cui dà conto il provvedimento di requisizione si può leggere: “Considerato … che l’atto di requisizione … ha la stessa finalità di pace che aveva in diritto romano l’analogo interdetto uti possidetis [col quale] il pretore si intrometteva come paciere tra le parti in causa, ordinando che, nell’attesa che la questione fosse sottoposta ad un giudizio di merito, la situazione controversa non subisse mutamenti di sorta …”. E qui insomma la lezione degli antichi, da Gaio e Ulpiano diventano utili in quel frangente per legittimare un’azione di giustizia sociale e di impegno comunitario.

La determinazione con la quale La Pira si spese per una soluzione socialmente sostenibile di quella crisi aziendale testimonia, ancora una volta, la sua profonda attenzione all’uomo ma nella concretezza della sua esistenza, nel vivo dei suoi problemi, in coerenza, peraltro, con il patrimonio di principi e di idee racchiuso nella dottrina sociale della Chiesa, in particolare nelle due grandi encicliche che ne avevano tracciato i contenuti: la Rerum novarum di Leone XIII e la Quadragesimo anno di Pio XI.

Nello scritto L’attesa della povera gente, apparso nel 1950 nel primo numero della rivista Cronache sociali, al quale seguì, dopo poche settimane, l’altro articolo La difesa della povera gente, proprio traendo ispirazione dai documenti pontifici e mosso da una indubbia radicalità, Giorgio La Pira definì lo scopo principale dell’azione del Governo. Riteneva che il Governo, per rispondere alle attese del popolo, dovesse essere strutturato in vista di una lotta organica contro la disoccupazione e la miseria.

Dignità e lavoro sono i poli dialettici sui quali si è appuntata, fin dalla elaborazione del Codice di Camaldoli, la riflessione sociale di La Pira. Quei poli dialettici hanno nutrito anche la riflessione, il suo contributo in Assemblea costituente, fino alla elaborazione di proposizioni costituzionali di insuperato impatto, di cui l’articolo 36, che riconosce al lavoratore il diritto a una retribuzione in ogni caso sufficiente per sé e per la propria famiglia, per assicurare un’esistenza libera e dignitosa, è probabilmente l’espressione più alta, l’espressione più matura. Quei poli dialettici hanno anche rappresentato il criterio orientatore che ha ispirato le politiche sociali nei primi decenni del secondo dopoguerra, avviando una stagione dei diritti che ha permesso – in uno spazio di tempo brevissimo, se consideriamo i lunghi tempi della storia – di garantire un miglioramento delle condizioni di vita mai conosciuto, quantomeno in tali proporzioni, dalle generazioni precedenti.

Benché possano apparire utopiche, addirittura visionarie, le affermazioni di La Pira confermano quanto fosse avvertita, in quella stagione politica, l’esigenza di avanzamento nei diritti sociali, i quali presuppongono, da parte dello Stato, un dovere di intervento positivo, volto a correggere, con un’efficace azione di riequilibrio, le diseguaglianze determinate dal libero operare delle forze economiche.

Purtroppo, e concludo, da alcuni decenni, in Italia e in Europa, assistiamo a un progressivo arretramento sul terreno dei diritti. Sono rimessi in discussione garanzie fondamentali, che sembravano acquisite per sempre al patrimonio giuridico delle società contemporanee e che invece, come le politiche di welfare, hanno subito una progressiva contrazione, così favorendo una smisurata crescita delle diseguaglianze nella ricchezza e nelle opportunità.

Sotto questo profilo, la lezione di La Pira invita a un ripensamento integrale, a una “conversione”, a un ritorno alle ragioni stesse del nostro “stare insieme”.

E, attenzione, la sua lezione ci invita a considerare che seppure una qualità indubbia dell’azione politica sia l’apertura al dialogo, la disponibilità alla mediazione, sui principi fondamentali, sul rispetto della persona, sugli obiettivi di combattere la disoccupazione e l’emarginazione dei più deboli, occorre la massima intransigenza, l’azione politica deve farsi qui radicale.

Sotto questo profilo, quindi – concludo – la figura di La Pira rimane quella di un grande, eminente studioso, di un pacato, ma audace politico e ci trasmette ancora oggi una complessa ma stimolante eredità. Grazie.


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