Inaugurazione dell’A.A. della Scuola del Sistema di informazione per la Sicurezza della Repubblica

18 Marzo 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto all'inaugurazione dell’Anno Accademico della Scuola del Sistema di informazione per la Sicurezza della Repubblica. 

Il video della cerimonia

 

L'intervento del Presidente Conte

Cari Ministri e rappresentanti dei Ministeri CISR, cari presidente e componenti del Copasir, cari esponenti della comunità intera di intelligence nazionale, cari Rettori e rappresentanti degli enti di ricerca, Autorità convenute e gentili ospiti,
non è affatto semplice l’attività di elaborazione e di redazione di un testo normativo che riesca a recepire in maniera puntuale, integrale, un disegno strategico, il disegno strategico che lo ha ispirato.
Parimenti, non è affatto semplice e scontata l’attività di attuazione delle previsione normative in esso contenute in modo da restituirgli appieno e in concreto quel medesimo disegno strategico, conferendogli effettività ed efficacia.
Ebbene, sotto questo profilo, l’istituzione di una Scuola di formazione per il personale del DIS, dell’AISE e dell’AISI, nonché la lungimirante previsione che del suo Comitato direttivo facciano parte pure esponenti dei centri di eccellenza universitari, e che i programmi di formazione vengano definiti anche all’evoluzione del quadro strategico internazionale, rappresentano senza dubbio una “storia di successo” della quale possiamo e dobbiamo andare tutti orgogliosi, ma in particolare tutti coloro che, a vario livello, vi prendono parte attiva.
Si tratta di una conquista di particolare importanza, costruita nel tempo dalla nostra intelligence, con determinazione e con costanza. Prevista già nell’assetto precedente alla riforma, la Scuola di formazione ha compiuto, già con la Legge 124 del 2007, un salto di qualità decisivo, incarnando, sul versante della preparazione ed addestramento del personale, il criterio fondamentale dell’unitarietà di Comparto, e mantenendo, sin da allora, i suoi programmi sempre al passo con l’evoluzione delle minacce e delle sfide contemporanee.
La presenza, in quest’Aula, di una corposa rappresentanza di Rettori delle nostre Università, ai quali rivolgo il mio benvenuto ed il mio più sentito ringraziamento, è la visibile attestazione di questo successo. Ne è stato parimenti riprova in questi anni, e sono certo che ancor più lo sarà in futuro, il dispiegarsi armonioso della duplice missione di istituto della quale questa Scuola è investita:
1.     svolgere la funzione di polo di formazione, aggiornamento e specializzazione aperto all’apporto culturale e scientifico esterno,
2.     farsi motore di un dialogo strutturato fra intelligence e società civile, teso a promuovere la consapevolezza crescente per i temi della sicurezza nazionale.
Sono persuaso che la rete di relazioni e di partenariati, opportunamente tessuta negli anni dalla Scuola dell’intelligence, sia con enti universitari, con enti di ricerca nazionali, ma anche con omologhi istituti internazionali, costituisca, e non da oggi, un vero e proprio patrimonio della Repubblica: sono iniziative che meritano di essere ulteriormente potenziate. Così come va senz’altro incoraggiato il cammino che la Scuola sta ora intraprendendo, verso la fisionomia di “Istituzione di alta formazione e ricerca”, culmine naturale di un’evoluzione plasmata sin dalle origini sul modello dell’Accademia.
 
Peraltro, il mio ruolo – se mi permettete - di primo committente, di fruitore immediato di quello che definisco “prodotto intelligence”, mi induce a richiamare le ragioni fondative dell’istituzione di questa Scuola di formazione, anche al fine di riflettere sul cammino che è stato compiuto e di allargare lo sguardo ai nuovi traguardi che, tutti assieme, dobbiamo prefiggerci di conseguire.
Dalla prospettiva del Governo che presiedo e coordino, i motivi per i quali è quanto mai opportuno che la forma mentis dell’operatore intelligence si coniughi sempre, nel rispetto dei valori identitari che lo animano, con il rigore metodologico nello studio e nella ricerca, si riassumono in tre parole chiave.
La prima è “metodo”, quale prassi che, più d’ogni altra cosa, sostanzia l’attività degli Organismi informativi. Le altre due parole sono in qualche modo corollari essenziali della prima: “responsabilità” e “fiducia”.
 
Metodo. Evidenzio spesso che il “metodo” cui sono incline ad attenermi è il perseguimento del bene comune fidando nella forza delle argomentazioni e nello studio attento dei dossier: mai in soluzioni preconcette, né in schemi ideologici che finirebbero per rimandare a contrapposizioni semmai novecentesche ormai inadatte a garantire, qui ed oggi, il compiuto soddisfacimento degli interessi generali.
Al riguardo, la capacità di accostarsi ai problemi e di organizzare il dato informativo vagliandolo “sine ira et studio” è quanto mi attendo dal professionista della sicurezza nazionale, il cui compito è ricercare la massima oggettività delle proprie analisi, anche ricorrendo alle tecniche più sofisticate. Non potrebbe essere altrimenti. Perché il dovere primario dell’intelligence è quello di ridurre l’incertezza sul futuro che, di suo, tende ad accrescersi a dismisura, in un mondo ove tutto è interdipendente, ove persino categorie tradizionali ed un tempo scontate come quelle di “potere”, “guerra”,  “alleanza” vengono messe radicalmente in discussione nel loro significato più tradizionale.
E soprattutto perché di un tale contributo ha necessità, più di ogni altro, un Esecutivo che intende fare della capacità di mediazione e di ascolto la cifra più genuina del suo indirizzo politico, con l’obiettivo di fornire una risposta istituzionale al desiderio dei cittadini di trovare una nuova prospettiva per il futuro, promuovendo gli interessi nazionali nel respiro di lungo periodo.
 
Non sfugge la portata ambiziosa dell’obiettivo che ci impone di selezionare di volta in volta le dovute priorità, a seconda dell’angolatura con cui affrontiamo le diverse problematiche.
Questioni come il protezionismo, i flussi migratori, i cambiamenti climatici, le crisi internazionali endemiche, non possono che spingerci a concentrarci sulle complesse dinamiche che coinvolgono le relazioni fra attori globali.
Allorché poi ci poniamo il problema della collocazione internazionale dell’Italia, dobbiamo anzitutto tenere in considerazione la centralità strategica del Mediterraneo, inteso, ad un tempo: come perimetro ampio che include gli archi di crisi mediorientali, balcanici ed africani sino al Golfo di Aden; come snodo strategico dell’instabilità geopolitica; come incubatore di minacce; come spazio di dialogo tra popoli e civiltà.
Quando, infine, ci ripromettiamo di restituire ai cittadini il potere di cambiare le sorti della Nazione, non possiamo dimenticare i costi sociali dell’integrazione nei mercati globali, del libero movimento dei capitali, dell’adozione incontrollata delle nuove tecnologie, della crescita senza limiti della finanza globale.
Ebbene, questa continua modulazione dell’angolo visuale, dalla quale la complessiva azione di Governo prende le mosse per ricavarne la necessaria sintesi politica, chiama in causa direttamente l’intera gamma delle abilità e capacità che l’intelligence può mettere in campo, e può utilmente affinare giovandosi anche delle sinergie con Università, appunto, centri studi ed enti di ricerca. 
 
Siamo determinati ad affrontare i temi di politica estera in maniera sistematica e organica, comportandoci da player inclusivo, sensibile ai processi di pace, promotore del dialogo, preoccupato dall’indebolimento degli equilibri nucleari, attento alle grandi tematiche “orizzontali” da cui dipende il futuro del pianeta.
Ma, per continuare a perseguire questa linea, abbiamo la necessità, tra le altre cose, di ricevere in tempo utile informazioni ed analisi sulle reali intenzioni e sulla postura strategica dei nostri alleati, partner ed interlocutori. Dobbiamo saperci orientare in uno spazio, quello cibernetico, dove è molto difficile non dico riprodurre, ma anche solo teorizzare, meccanismi collaudati di deterrenza e di attribuzione degli attacchi.

Soprattutto, occorre canalizzare l’impegno là dove più forte è la domanda di sicurezza dei cittadini, là dove le ricadute della nostra azione sono più tangibili per le persone. Per citare un caso emblematico, ci è ben chiaro che a destare un sentimento di incombente pericolo, e grandi apprensioni nella cittadinanza, è la natura rapida, invisibile, mimetica e capillare dei processi di radicalizzazione. Ci è assai chiaro da molto prima che il tema trovasse spazio nel dibattito fra le intelligence europee, tanto che, ad esito di un lavoro che dura da molti mesi, sono lieto di annunciare che verrà attuata un’iniziativa efficace ed inedita, una Conferenza internazionale delle intelligence più impegnate sul fenomeno, che si svolgerà a Roma a maggio, che ci permetterà di favorire lo scambio e l’approfondimento di modalità operative e migliori prassi.

In sostanza, è fondamentale che l’Autorità di governo sia avveduta, informata e consapevole dei risvolti securitari di tutte le sue scelte. Solo una politica consapevole può esercitare sino in fondo la sua responsabilità più alta, che, a mio modo di vedere, non è certo quella di adornare lo scettro del Principe, bensì di restituire quello scettro al popolo.

E vengo, a tale proposito, alla seconda parola chiave, “responsabilità”. Sinora ho insistito sugli obblighi di chi ricerca il bene collettivo, avendo maturato il convincimento che i sentieri della modernità lungo i quali la politica si è scissa dalla morale si sono dimostrati quel che erano: un vicolo cieco. Si è iniziato ad uscirne grazie ad un dialogo sempre più intenso e fecondo fra diritto, etica ed economia, sicché la sfera della responsabilità va ora estendendosi a tutti i player, incluse le imprese, che possono operare a favore della stabilità e della coesione sociale. In tale ottica, “responsabilità” significa soprattutto, come ci rammenta la lezione di Hans Jonas, il dovere di temere le conseguenze potenzialmente esiziali delle nostre azioni.

Dobbiamo, dunque, aver paura non tanto delle minacce, che l’intelligence ci aiuta comunque a scorgere per tempo, a circoscrivere, contrastare e prevenire. Piuttosto, della resa alla complessità delle regole che governano l’economia e la società. Della rinuncia a proteggere tutti i soggetti coinvolti nei processi socioeconomici che animano il tessuto connettivo del Sistema Paese. Di linee d’azione omissive che non incoraggino anche i protagonisti del mondo produttivo a tener fede ai loro obblighi verso i cittadini, i lavoratori e le generazioni future.

Quella vitale declinazione dell’attività info-operativa che è l’intelligence economico-finanziaria può ben dire la sua proprio su questo terreno, a sua volta cruciale nel distinguere fra una buona politica, che cerca una soluzione ai grandi problemi della contemporaneità, ed una politica remissiva che si adagia sul “rule of law” senza farne il perno del necessario cambiamento.

Come ho già affermato nell’occasione del mio intervento al Forum di Davos, la mia convinzione è che non esistono scelte mutualmente incompatibili fra una società più inclusiva  -  la amo definire una società più “gentile” -  ed un’economia più prospera e più robusta.

Il decisore politico può e deve adoperarsi per costruirle entrambe. Ma almeno a tre condizioni.

La prima condizione è che egli si sforzi di individuare una chiave di interpretazione della globalizzazione unica e risolutiva, che riesca infine a coglierne l’intima essenza. È una sfida intellettuale di particolare ampiezza, ne siamo tutti consapevoli, che però non è fuori dalla portata dell’analisi strategica dell’intelligence, la quale si distingue dalle altre, in quanto ne è vettore l’accesso ad informazioni pregiate che permettono di raggiungere un elevato grado sia di approfondimento del dettaglio, che di astrazione dell’insieme. Ed il patto fra intelligence ed accademia, che stiamo confermando e rafforzando oggi, non potrà che aggiungere ulteriori frecce al suo arco.

Il secondo presupposto è che egli faccia la sua parte per disincagliare gli Stati dalle logiche perverse della competizione economica forsennata. Qui il compito dell’intelligence è fondamentale, poiché ci rammenta che, fra i portati della “corporation mobility”, non vi è solo l’alternativa, sempre problematica e talvolta opinabile, fra la “minaccia dell’invasione” e la minaccia della “mancata invasione” del tessuto economico e infrastrutturale da parte di questo o quell’investitore estero. Vi è anche il rischio, oggettivo allorché individuato in termini incontrovertibili grazie all’opera dei Servizi Segreti, che la competizione fra Sistemi Paese si faccia sleale, o dannosa per gli interessi nazionali. Questo impoverisce chi ne è vittima, erode gli spazi di tutela dei soggetti più deboli, e pregiudica l’esercizio della responsabilità sociale delle imprese.

La terza condizione è che il decisore politico dia vita a regole che rimettano al centro gli esseri umani, le famiglie e la comunità. E in questo caso l’intelligence è, se mi permettete, addirittura un esempio: un modello di umanesimo della conoscenza. Perché è essa stessa una comunità. L’intelligence per prima mette al centro di tutto l’uomo, che si tratti di raccogliere informazioni per mezzo dei contatti interpersonali, o di amministrare e validare il sapere, o di gestire il connubio fra risorse umane e tecnologia.

Mi avvio a concludere, una società più giusta e più forte è quella cementata dalla fiducia reciproca. È per questo che, come avrete notato, ho preferito parlare più di aspetti etici che di tecnicismi settoriali. Ed è sempre per questo che faccio della “fiducia” la mia terza parola chiave, con la quale mi avvio alle considerazioni finali: la fiducia un valore profondamente connaturato nell’attuale fisionomia della nostra intelligence. Che dimostra, per l’appunto, di meritarsi in pieno la fiducia del Governo, integrandosi virtuosamente nei suoi meccanismi decisionali; e che concorre in prima persona a coltivare la fiducia degli stessi cittadini nelle istituzioni democratiche, in virtù di una commendevole politica di apertura, conoscibilità e promozione sistematica della cultura della sicurezza.

Esprimo il mio più profondo sentimento di gratitudine a tutte le donne ed agli uomini del DIS, dell’AISE e dell’AISI ricordando le parole di un filosofo a me molto caro, Emmanuel Lévinas, il quale ha affermato che “l’epifania del volto è il coinvolgimento immediato nell’etico”; è suggestivo accostare questo pensiero a voi, professionisti della sicurezza nazionale, chiamati a sacrifici particolari, fra cui quello, come si dice nel vostro gergo, di “classificare” persino il volto.

Ecco, tengo a sottolineare che già questa classificazione dei volti sottende ed evidenzia il valore profondo della dedizione al servizio di cui date prova ogni giorno, voi donne e voi uomini dell’intelligence, a voi tutti rivolgo il mio grato abbraccio, robusto, se mi permettete, caloroso ed è con questo gesto ideale che dichiaro ufficialmente aperto l’Anno Accademico di questa Scuola di formazione. Grazie a tutti.