Il Presidente Giuseppe Conte all'Università Cattolica del Sacro Cuore

31 Gennaio 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto all'inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in Largo F. Vito, 1 a Roma. A seguire ha tenuto un punto stampa.

Il testo dell'intervento del Presidente Conte

Magnifico Rettore, Autorità civili e religiose, cari Docenti, cari Studenti,

ho accolto con molto piacere l’invito a partecipare all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università cattolica del Sacro Cuore, ateneo che - dal 1921, anno della sua fondazione - costituisce una realtà di assoluto rilievo nel panorama della formazione universitaria, come peraltro dimostrano i riconoscimenti molteplici ottenuti in Italia e all’estero.

Nel corso degli anni, l’Università cattolica si è accresciuta, aprendo nuove facoltà in diverse sedi: non solo Roma, ma anche Milano, Brescia, Piacenza, Cremona.
ertamente, l’istituzione della Facoltà di Medicina e Chirurgia qui a Roma, nel 1958, ha rappresentato un momento fondamentale nella storia dell’Università, non solo perché si è così realizzato il grande sogno di padre Agostino Gemelli, medico egli stesso, ma soprattutto perché, aprendosi alla scienza della vita e alla cura della persona, l’Università cattolica ha visto compiutamente realizzata la missione alla quale si è sentita chiamata, quella di portare, nella cultura nazionale, ai massimi livelli della formazione e nei diversi rami del sapere, la sua ispirazione originaria. Dalla medicina alle scienze sociali, la persona e il mondo - per richiamare i poli di una dialettica cara al grande teologo Romano Guardini -  si sono così realizzate le premesse perché la ricerca potesse svilupparsi, dipanarsi, secondo un approccio più completo e integrale.

Tutti i rami della conoscenza - nel progetto formativo dell’Università - sono indirizzati allo studio dell’uomo. Pur nella diversità dei prismi attraverso i quali l’essere umano è osservato, si intravede una medesima orientazione prospettica, centrata sul primato della persona come valore in sé, assoluto e superiore a ogni altro bene non negoziabile in alcun modo.

Non posso non rievocare, in proposito, le parole che Jacques Maritain affidò a un breve, ma densissimo saggio, La persona e il bene comune: “in quanto individuo, ciascuno di noi è un frammento di una specie, una parte di questo universo, un punto singolare dell’immensa rete di forze e di influenze cosmiche, etniche, storiche, di cui subisce le leggi; egli è sottomesso al determinismo fisico. Ma ognuno di noi è anche una persona, e in quanto persona non è sottomesso agli astri, sussiste intero della sussistenza stessa dell’anima spirituale, e questa è in lui un principio di unità creatrice, di indipendenza e di libertà”.

Questa visione integrale dell’uomo, al di là ogni implicazione religiosa e morale, ha costituito certamente un canone costante di riferimento nell’attività scientifica e didattica dell’Università cattolica. E il policlinico Gemelli, tra i poli di eccellenza della sanità non solo romana ma senz'altro nazionale, testimonia quanto intenso sia stato l’impegno profuso, affinché quella ispirazione potesse anche tradursi in un servizio generoso a favore di  tutta la comunità nazionale.

D’altra parte, la medicina è certamente l’ambito nel quale questa cifra umanistica ha potuto trovare la sua naturale espressione.

Nelle esperienze di “confine” dell’umano, quelle nelle quali ciascuno di noi è posto davanti alla propria fragilità, trovano terreno fecondo le grandi domande sul mistero della vita, sul senso della malattia, della sofferenza, della morte.

La relazione tra medico e paziente è certamente una delle più intense tra quelle che si possono istaurare nel corso della vita. La capacità di parlare al malato con il linguaggio della verità, ma - allo stesso tempo - con la massima considerazione per la sua sensibilità, per la sua storia personale, ecco, sono questi aspetti decisivi,  qualificanti delle professioni sanitarie. E su questi aspetti si fonda, quella che mi piace definire, l’alleanza terapeutica tra medico e paziente.

So quanto l’Università cattolica ponga attenzione, nella formazione dei medici, a questo profilo direi antropologico così decisivo. Anche Giovanni Paolo II, che da questo ospedale, lo ricordiamo tutti, offrì una testimonianza diretta e personale anche sul senso della sofferenza, il 9 novembre del 2000 si rivolse ai futuri medici di questo ateneo con parole molto significative, le ricordo: “dotatevi non soltanto della più rigorosa competenza scientifica, ma anche di uno stile umano che sappia incontrare le attese profonde del malato e della sua famiglia; uno stile che faccia percepire al sofferente la dimensione misteriosa e redentiva del dolore”.

Se la medicina offre uno spazio straordinario di osservazione e di studio sull’uomo, certamente anche i settori della conoscenza esplorati nelle altre Facoltà e Dipartimenti di questa Università, risentono fortemente di questa chiara matrice personalista.
Per ragioni, permettetemi, di contiguità culturale e professionale, non posso non ricordare la facoltà di giurisprudenza di Milano, la prima storica sede dell’Università, dalla quale proviene anche l’amico rettore, il professor Franco Anelli.

In quell’istituto si sono formati molti insigni giuristi, che hanno offerto un contributo determinante alla vita nazionale, in alcuni momenti decisivi della storia italiana del XX secolo. Penso, in particolare, all’apporto di molti giovani laureati e docenti dell’Università cattolica all’enucleazione dei principi più qualificanti della nostra Carta costituzionale.

L’articolo 2 della Costituzione, che è architrave dell’intero edificio costituzionale, è certamente anche il prodotto della riflessione maturata dai giuristi cattolici nell'ambito dell’ateneo milanese. Rinvenendo nella dignità e nell’autonomia della persona umana il fine supremo dell’ordinamento giuridico, quella norma ha fondato su basi completamente nuove il rapporto tra cittadino e Stato. I diritti appartengono all’uomo in quanto tale, sono iscritti nella sua natura. L’ordinamento non deve far altro che “riconoscerli” e tutelarli, anche nella loro forza espansiva. La stessa profonda valorizzazione delle “formazioni sociali” (la famiglia, la scuola, l’università, l’associazione, il sindacato, il partito politico), nelle quali l’essere umano integra e sviluppa la sua personalità, canone pienamente ascrivibile al nostro patrimonio giuridico, fu l’esito di una elaborazione culturale che trovò proprio negli ambienti dell’Università Cattolica un decisivo riferimento.

Anche l’economia, peraltro, oggi più che mai, richiede un supplemento di umanità, una maggiore attenzione all’uomo e ai suoi bisogni, come non ha mancato di ricordare anche papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ e nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium.

Il fenomeno della globalizzazione non ha sempre prodotto gli effetti sperati, alimentando, al contrario, anche un precipitato di disagio sociale, di cui non sono stati adeguatamente valutati portata ed effetti: ampi strati della popolazione sono drammaticamente scivolati al di sotto della soglia di povertà; le generazioni più giovani, anche se più istruite di quelle che le hanno precedute, faticano ad affermare le proprie competenze e a emanciparsi da una condizione - per certi versi esistenziale - di precarietà; alcuni essenziali diritti sociali, tra cui il diritto alla studio, lo stesso diritto alla salute, il diritto a una retribuzione adeguata, sono compromessi, se non addirittura negati; la ricchezza torna a concentrarsi, come nel nostro passato, nelle mani di pochi.

I responsabili del bene comune, in particolare coloro che hanno compiti di governo, devono porre in essere ogni sforzo per invertire questo processo, avviando politiche redistributive più eque e solidali, che offrano risposte urgenti al diffuso e profondo smarrimento che attraversa le società avanzate. Con specifico riguardo alle politiche sanitarie, approfitto anche della presenza del Ministro della Salute e in considerazione, per così dire, del genius loci, vi posso assicurare che come governo faremo il massimo, come stiamo già facendo, per garantire la tutela del diritto alla salute, per adottare anche misure concrete, penso al fatto che le liste di attesa debbano essere assolutamente abbreviate, per garantire l'accesso alle cure a tutti, e per garantire da Nord a Sud, che siano assicurate non solo le cure ma anche uniformità dei livelli essenziali di assistenza.

E ancora, sempre come autorità di Governo, garantisco, e qui approfitto in questo caso della presenza  anche del vice-Ministro competente, di poter adesso, in questo nuovo ciclo, abbiamo completato da poco la manovra economica che così tanto ci ha impegnato, adesso entriamo in nuovo ciclo in cui ci dedicheremo con la massima forza, con la massima determinazione, a sostenere la ricerca scientifica e la formazione, anche universitaria.

Più in generale, vorremo iscrivere questa nuova azione in un progetto più ampio,  c'è urgente bisogno di un nuovo umanesimo anche nello studio dell’economia e delle scienze sociali. L’apporto di una formazione orientata alla centralità dell’uomo rappresenta infatti un fattore dal quale l’intera società - oggi più che mai - può trarre beneficio, anche al di là dei diversi orientamenti culturali.

Permettetemi, infine, ancora una riflessione su un altro aspetto che, accanto alla centralità della persona, mi sembra costituire la cifra più qualificante dell’Università cattolica: il confronto costante tra fede e ragione, l’affermazione della loro necessaria, reciproca complementarietà. Nella prospettiva cattolica, la fede in una Verità trascendente non limita la ragione, ma la sfida - come ricordava Benedetto XVI nel discorso pronunciato all’Università di Regensburg il 12 settembre 2006 - la sfida a diventare “grande logos”, a espandersi oltre a ciò che è dimostrabile e verificabile tramite l’esperimento, ad aprirsi a un orizzonte più vasto, la stimola a rispondere agli interrogativi essenziali sull’uomo, sul mondo. La fede cerca l’intelligenza (fides quaerens intellectum) per trovare nella ragione una conferma di sé e la ragione ha bisogno della fede (credo ut intelligam) per penetrare l’enigma della realtà.

Questo metodo di ricerca, al quale ispirate la vostra quotidiana azione formativa, così saldamente ancorato alla dialettica tra ragione e fede, appartiene specificamente all’identità più intima della cultura cattolica.
Allo stesso modo, è uno stimolo fortissimo anche per chi non condivide la stessa visione del mondo, per chi muove da altri presupposti di metodo e di ricerca.
È una voce che - accanto alle altre - nutre il pensiero e arricchisce la società e, per questo, deve essere ad essa riconosciuto - in condizioni di uguaglianza - il diritto di esprimersi in autonomia e con la massima libertà.

In una società pluralista, tutte le voci che animano la società civile meritano riconoscimento e protezione, in quanto concorrono alla definizione di quella “sfera pubblica polifonica”, per ricorrere a una felice espressione di Habermas, nella quale possano trovare cittadinanza tutti, al di là delle differenti appartenenze religiose e culturali.

A presidio e a garanzia di questa “polifonia” di voci si erge il principio di laicità dello Stato, che la stessa Corte costituzionale ha riconosciuto essere principio fondamentale dell’ordinamento, declinandolo però secondo un’accezione ben distante dal suo paradigma classico. D’altra parte, il principio della separazione degli ordini, di quell'articolo 7 della Costituzione, l’affermazione della “uguale libertà” di tutte le confessioni religiose (articolo 8), l’esplicito riconoscimento del diritto di professare liberamente la propria fede religiosa, in forma individuale o associata, delineano un quadro di riferimenti costituzionali inequivoco. La laicità dello Stato - nell’ordinamento italiano - non presuppone l’esclusione della dimensione religiosa dalla sfera pubblica, ne riconosce la rilevanza, in posizione di parità rispetto alle altre visioni del mondo.

Questa lettura della laicità, così fortemente inclusiva, trova la sua forza legittimante essenzialmente nella cultura stessa, che presuppone sempre - come metodo - l’ascolto delle ragioni dell’altro. In proposito, emblematico e ancora se mi permettete di straordinaria attualità è il dialogo, quel dialogo che si svolse nel lontano 2004, tra Jürgen Habermas e Joseph Ratzinger sui presupposti prepolitici dello Stato, che ha dato origine a quel bel testo, Etica, religione e Stato liberale, nel quale il filosofo laico e il teologo e futuro Pontefice si compresero, in quanto “si riconobbero”, essenzialmente, sul terreno della cultura.

Auguro all’Università cattolica di continuare a preservare la sua specificità, le auguro di perseguire con determinazione e coerenza, come è giusto che sia, il proprio originario progetto formativo, ma le auguro soprattutto, se mi permettete, di essere “laica” proprio nell’accezione che ho poc’anzi richiamato, ovvero orientata sempre a coltivare un dialogo aperto, continuo e fecondo con il mondo.

Come responsabile dell’attività di governo garantisco che l'intero Governo sarà sempre attento, sollecito, nell’apprezzare tutti coloro che si impegnano, con competenza, con responsabilità, a garantire l’attuazione del diritto all’istruzione e a un’adeguata formazione e che contribuiscono a perseguire i nobili obiettivi della ricerca scientifica e dell’assistenza sanitaria. E quindi, anche per parte mia, volentieri concorro alla dichiarazione di apertura del nuovo anno accademico 2018-2019. Grazie.