Il Presidente Conte interviene al convegno "CNR: 95 anni di futuro"

21 Novembre 2018

Il Presidente Conte è intervenuto al convegno "CNR: 95 anni di futuro" in occasione del 95° anniversario della fondazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Di seguito l'intervento del Presidente Conte:

La ricorrenza odierna rappresenta un’occasione preziosa per riflettere sul ruolo fondamentale che la cultura e la ricerca scientifica svolgono per il progresso e per lo sviluppo economico e sociale del Paese.
Prima ancora di essere strumento formidabile di evoluzione nei diversi campi dell’azione pratica, la cultura e la ricerca rappresentano un valore in sé, per ciò solo meritevole di tutela e di attenzione.
Come ricordava Karl Jaspers nel suo saggio L’idea di Università, “la scienza non può essere definita soltanto in termini di utilità pratica, né come qualcosa di fine a se stesso... La scienza nasce dal desiderio incontenibile dell’uomo di conoscere”. E ancora “La nostra sete primaria per il sapere non è soltanto un interesse casuale. È una necessità compulsiva che ci spinge in avanti come se la conoscenza tenesse la vera chiave della nostra auto-realizzazione umana”.
L’essere umano si realizza compiutamente nell’atto conoscitivo, nello sforzo di comprendere il mondo che lo circonda per dare ad esso senso e significato. Per l’uomo, in altre parole, il bisogno di comprendere è irrinunciabile e la conoscenza è fattore essenziale per ogni aggregazione umana. Anche nella mia attività di professore universitario ho sempre fortemente avvertito la ricerca come strumento di elevazione personale, di superamento dei propri limiti, di più profonda realizzazione di sé.
Per questo occorre tutelare e garantire, in ogni sede, il diritto di ciascun essere umano alla conoscenza.
La ricorrenza odierna deve innanzitutto indurci a riflettere sul valore del “sapere per  il sapere”, della cultura intesa non tanto e non solo come strumento per perseguire determinate utilità, ma come istanza insopprimibile dell’uomo e, conseguentemente, come diritto fondamentale, meritevole di tutela al massimo grado del nostro ordinamento giuridico.
Non a caso, la Costituzione italiana reca in sé le tracce più profonde di questa concezione.
Non solo, tra i principi fondamentali, l’articolo 9 attribuisce alla Repubblica il compito di promuovere lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, ma, nel Titolo dedicato ai rapporti etico-sociali, l’articolo 33 protegge la libertà dell’arte e della scienza e - conseguentemente - la libertà del loro insegnamento.
L’indissolubile intreccio tra cultura, scienza e libertà fa emergere il carattere più profondo dell’insopprimibile desiderio di conoscenza che ogni uomo porta con sé come cifra indelebile e costante del suo essere.
Anche il diritto all’istruzione si inserisce nella trama dei diritti fondamentali, saldandosi con il principio democratico e con il canone costituzionale dell’uguaglianza.
La diffusione del sapere consente ad ogni donna e ad ogni uomo di essere pienamente partecipe della propria comunità, di poter esercitare consapevolmente i propri diritti, in particolare i diritti politici.
La scienza è anche uno dei più efficaci strumenti per contrastare le diseguaglianze.
Proprio negli scorsi giorni, all’Università Bocconi di Milano, si è svolta la X conferenza mondiale di Science for Peace, dedicata al tema delle diseguaglianze globali. Nell’appello per il diritto alla scienza, approvato durante la Conferenza, si afferma: “È compito della collettività, attraverso gli organi elettivi e gli apparati statali, impegnarsi per appianare le diseguaglianze nelle condizioni di partenza e per far sì che ogni individuo possa avere le stesse possibilità di apprendimento e conoscenza”.
Credo che una delle principali sfide che il Consiglio Nazionale delle ricerche ha raccolto in questi primi novantacinque anni di vita sia stata proprio quella di contribuire a diffondere e a incoraggiare lo sviluppo dei saperi, favorendo la diffusione di una autentica “cultura della ricerca”, capace di contagiare sempre più donne e uomini, soprattutto i giovani e i giovanissimi.
Il valore della cultura non assume un significato in sé, ma costituisce anche un fattore decisivo per la crescita economica e sociale di una Nazione.
Tanto più ricco è il patrimonio di saperi che una comunità politica possiede, tanto più quella comunità appare in grado di affrontare le molteplici sfide che l'attendono, come ha bene ricordato il presidente Inguscio: dalla genetica, alla biotecnologia, al tema attualissimo dei cambiamenti climatici, e tanti altri ancora.
In questo senso, la cultura e la ricerca costituiscono beni di primaria importanza, suscettibili di generare e accrescere altri beni, economicamente misurabili. La tensione alla produzione, sapete, è anche una caratteristica dell'homo faber, la vocazione a costruire si realizza nella progettazione, si esplica nella previsione e presuppone la conoscenza. Si conferma l'imprescindibile connubio tra scienza e tecnologia, tra conoscenza e innovazione.
Purtroppo, sono consapevole di quanto il livello di investimenti in ricerca sia, in Italia, ancora inferiore a quello degli altri Paesi dell’Unione europea.
Il Governo porrà in essere ogni sforzo per recuperare quanto più possibile il divario che separa l’Italia dagli altri ordinamenti europei, avviando politiche di incentivo alla ricerca e di valorizzazione dei tanti centri che - spesso con molte difficoltà e con scarsità di risorse - continuano a sopravvivere e a produrre risultati di assoluta eccellenza.
Non è semplice rimuovere in poco tempo gli ostacoli che hanno impedito di difendere e valorizzare adeguatamente lo straordinario capitale umano che l’Italia ha potuto sempre vantare.
Pur tuttavia, su questo fronte l’impegno deve essere massimo. Troppo elevato è il numero di giovani ricercatori italiani che, formati nelle nostre scuole e nelle nostre Università, hanno deciso, spesso per mancanza di prospettive, di lasciare il Paese per lavorare all’estero. Sono sicuramente un vanto per l’Italia, accrescono il prestigio del nostro Paese perché si distinguono, con risultati spesso di assoluta eccellenza, nei centri di ricerca di tutto il mondo.
Costituiscono però un patrimonio inestimabile, che non possiamo perdere.
Certamente, tra i fattori che hanno alimentato il divario con gli altri Paesi europei, assume una rilevanza non secondaria la presenza, ancora non del tutto soddisfacente, di alte qualificazioni nei settori delle scienze pure e applicate, dell’ingegneria e dell’informatica.
Proprio con riguardo a questo aspetto, con riferimento alla valorizzazione e alla promozione della cultura scientifica, il CNR ha svolto, fin dalla sua nascita, una funzione di assoluto rilievo, tanto più in anni in cui l’approccio crociano alla conoscenza e il conseguente primato degli studi umanistici rendeva particolarmente ardua l’emersione dei saperi tecnico-scientifici e la loro adeguata valorizzazione. Come è noto, a seguito dell’egemonia culturale del neoidealismo, la scuola e l’università italiana si sono basate per lungo tempo sul primato dell’umanesimo storico, filosofico, letterario e, in particolare, dell’umanesimo classico, a scapito delle scienze matematiche e delle scienze applicate.
Quando il matematico Vito Volterra intraprese la sua battaglia per la creazione di un istituto (il futuro Consiglio Nazionale delle Ricerche) che fosse orientato alle cosiddette scienze “dure” (le scienze naturali, la fisica, la matematica), dovette vincere le profonde resistenze dello stesso Ministro dell’istruzione, Giovanni Gentile, fortemente scettico sulla creazione di un organismo di tale natura.
D’altra parte, la conflittualità tra i due saperi (scientifico e umanistico), che l’idealismo aveva risolto nel senso di una supremazia dell’uno rispetto all’altro, ha attraversato la cultura italiana forse direi fino ai giorni nostri, alimentando quel ritardo nella formazione scientifica di cui ancora oggi l’Italia soffre.
Un ulteriore fattore di criticità è ancora rappresentato - come rilevato da molti istituti di analisi - dalla limitata collaborazione tra il mondo accademico e le imprese, suscettibile di frenare il trasferimento di conoscenze dall’università al mondo del lavoro e della produzione, in particolare nei settori più altamente specializzati, soggetti a rapida obsolescenza, che richiedono elevati investimenti nella conoscenza e nell’innovazione tecnologica e, soprattutto, un alto livello di interdisciplinarietà.
Anche con riferimento a questi profili, il ruolo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, come in passato, può essere certamente decisivo ancora oggi e deve continuare ad esserlo anche in futuro.
Nei novantacinque anni della sua attività, il CNR ha assunto un ruolo determinante, perché, soprattutto in virtù di illuminate Presidenze, ha indirizzato la sua azione culturale al dialogo fra i saperi, alla multidisciplinarietà o transdisciplinarietà, come strumento di analisi e di comprensione della realtà, secondo un metodo che - ricorrendo al titolo di un fortunato saggio di Jacques Maritain sui gradi del sapere - consenta di “distinguere per unire”.
Nei diversi progetti finanziati e sostenuti dal CNR, questo favor per il dialogo tra discipline diverse e per la circolazione delle conoscenze emerge con la massima evidenza.
Analogamente, sul terreno della collaborazione tra mondo della cultura e mondo delle imprese, il Consiglio Nazionale di Ricerca è sempre all’avanguardia. Anzi, possiamo dire che la sua primaria vocazione sia stata e sia quella di promuovere, trasferire e valorizzare ricerche nei principali settori della conoscenza e di applicarne i risultati a beneficio dello sviluppo scientifico, culturale, tecnologico e sociale del Paese.
I più di cento istituti di cui si compone la rete scientifica del Consiglio operano in modo sinergico allo scopo di alimentare il dialogo delle conoscenze, la circolarità dei saperi, la diffusione delle competenze nei diversi settori dell’economia e delle professioni, dove le competenze acquisite si trasformano in concreti progetti di sviluppo e di avanzamento.
Il mio augurio, in occasione di questo importante anniversario, è che il CNR, anche in futuro, possa offrire al Paese, nel rispetto dell’autonomia che ad esso appartiene, il suo prezioso contributo, nella consapevolezza dei rilevantissimi interessi, anche pubblici, che è chiamato a soddisfare, nel segno di un’interazione sempre più feconda fra cultura, ricerca e società. Anzi, l'auspicio più profondo è che questo Consiglio possa contribuire  ad accrescere, non a spiegare, il mistero della vita. Mi riferisco a una recente pagina autobiografica di un raffinato pensatore a me molto caro, Edgar Morin, che spiega bene questa apparente contraddizione: "Vivo sempre più con la coscienza e il sentimento della presenza dell'ignoto nel conosciuto, dell'enigma nel banale, del mistero in tutte le cose. E in modo particolare dell'aumento del mistero in ogni aumento della conoscenza."