Il Presidente Conte all'incontro dell'ASVIS

27 Febbraio 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto all'incontro dell’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile (ASVIS) "La politica italiana e l’Agenda 2030. A che punto siamo?" nell’Aula dei Gruppi della Camera dei Deputati.

 
Il testo dell'intervento del Presidente
 
Saluto il Presidente della Camera, gli onorevoli rappresentanti delle forze politiche presenti, i rappresentanti di Asvis che sono magna pars in questo incontro, e tutti i presenti.
La riflessione accademica, culturale e pubblica sullo sviluppo sostenibile si è particolarmente intensificata negli ultimi anni, appare ormai ricca, densa di contenuti, di stimoli per i decisori politici. Sin dagli Settanta ci si chiede infatti se sia possibile e auspicabile procedere lungo una traiettoria di crescita guidata esclusivamente dalla quantità, dal metodo della quantità: la quantità di capitale a disposizione, la quantità di merci che produciamo, la potenza energetica a disposizione dei processi produttivi.
In una fase positiva del ciclo economico globale a cavallo tra gli anni Ottanta e il Novanta, mettere in dubbio i meriti di un modello di crescita di questo tipo poteva sembrare dettato dalla nostalgia del tempo passato. Erano in molti a ritenere che favorire la creazione di ricchezza fosse sempre e comunque prioritaria rispetto all’obiettivo della distribuzione del reddito, dell’attenzione rispetto ai processi ambientali, della misurazione del benessere e della qualità della vita.
Ma ci sono state le criticità che il processo della globalizzazione ha implicato, l’avvento della grande crisi economica del 2007 che hanno scompaginato questo nucleo di certezze su cui si è fondato a lungo il modello di sviluppo prevalente nell’Occidentale. Direi che si è realizzata una vera e propria rivoluzione, nel senso pioniano del termine, di un paradigma. Un nuovo paradigma si è affermato.
E a mio avviso è stato proprio il mondo della finanza a originare una profonda crisi di quella stabilità economica, politica e sociale che questo ordine aveva promesso. Tuttavia, già prima della crisi la locomotiva della crescita mondiale aveva continuato a correre senza pilota, perché dei benefici creati dalla globalizzazione hanno goduto in pochi, e non in molti. E allo stesso modo, il consumo indiscriminato di suolo, di risorse naturali e delle acque ha aumentato i rischi ambientali non soltanto nel nostro Paese ma anche e soprattutto nelle zone più povere del mondo.
Oggi quindi direi che c’è una diffusa percezione a seguito di questo mutamento di paradigma, che è ad esempio il cambiamento climatico, una realtà non possiamo ignorare, che abbiamo il dovere di contrastare attraverso una profonda riconversione ecologica. Allo stesso tempo, le grandi opportunità offerte dalle nuove tecnologie digitali, dell’intelligenza artificiale e dell’automazione vanno conciliate con lo sviluppo di nuove competenze, nuove professioni, con la nuova diffusione di conoscenza. Oggi più che mai, perciò, quantità e qualità della crescita sono interconnesse: non è più possibile privilegiare l’una o l’altra dimensione.
È in questo contesto che il Governo intende porre il tema dello sviluppo sostenibile al centro della propria agenda politica. La giusta chiave per una politica dello sviluppo è lavorare per costruire il benessere attuale senza compromettere la qualità della vita in futuro. Sulla base del principio di responsabilità, che io ho evocato sin dal giorno in cui ho chiesto la fiducia in Parlamento, secondo la nota formula del filosofo Jonas. 
Per far questo abbiamo bisogno di introdurre e perfezionare innanzitutto nuovi indicatori che permettano di comprendere, misurare tutte le dimensioni del benessere, come le condizioni di lavoro, la salute, l’ambiente, l’istruzione, l’accesso ai servizi pubblici. Il nostro Paese ha già fatto dei grandi passi avanti, ne dobbiamo compiere ancora molti. Ricordo che sin dal 2013 l’Istat mette a disposizione gli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (Bes), grazie ai quali siamo in grado di utilizzare una grande quantità di dati.
E’ stato anche ricordato che fin dal 2017 nei Documenti di Economia e di Finanza, compaiono considerati una selezione di questi indicatori Bes. È stato un passo importante questo, bisogna riconoscerlo, perché il Bes è entrato per la prima volta nel processo di definizione delle politiche economiche, mostrando come la sola analisi delle variabili macroeconomiche come il Pil, l’occupazione e l’inflazione non sia sufficiente a restituire un’idea complessiva dello stato di una società e non ci aiuti a definire anche la visione della società dove vogliamo vivere, dove immaginiamo di voler vivere, dove puntiamo a vivere e che puntiamo a lasciare ai nostri figli, ai nostri nipoti.
Nonostante tutto ciò però questi passi non sono sufficienti e quindi ben venga anche l’opera dell’ASviS che è di stimolo a tutti i governi e alle azioni dei governi. L’Italia poi – è stato ricordato più volte - è uno dei sottoscrittori, dei 193 Paesi che hanno sottoscritto l’Agenda 2030 dell’ONU, con 17 Obiettivi più volte ricordati, 169 traguardi; quindi noi abbiamo un obiettivo ben preciso da raggiungere entro il 2030, quindi ben vengano queste riflessioni anche critiche.
I rapporti sullo sviluppo sostenibile un po’ in tutti i Paesi, d’altra parte sono giustamente dei “cahiers de doléances”, delle enunciazioni dove c’è ancora molto da fare, ci sono degli obiettivi da raggiungere, si registrano - come questo che viene presentato oggi - delle luci, delle grandi luci a volte, ma anche molte ombre. E sicuramente i decisori politici devono confrontarsi sulle ombre piuttosto che sulle luci.
Mancano 12 anni infatti al 2030 e nel nostro Paese, ma direi nell’intero continente europeo, è ancora ampia la distanza che ci separa dal raggiungimento degli obiettivi; quindi dobbiamo accelerare, dobbiamo impegnarci e dobbiamo anche registrare, più in generale, preoccupanti inversioni di tendenza a livello mondiale su temi come la fame, l’insicurezza alimentare, le disuguaglianze, la qualità degli ecosistemi, sul fronte dei cambiamenti climatici che si ripercuotono sull’aumento dei flussi migratori dovuti agli eventi atmosferici e ai tanti conflitti in corso.
Per l’Italia, gli indicatori elaborati dall’ASviS confermano che siamo lontani dagli Obiettivi. L’abbiamo sentito quest’oggi. Se negli ultimi anni migliorano aree del benessere come alimentazione, agricoltura sostenibile, salute, educazione, uguaglianza di genere, innovazione, modelli sostenibili di produzione e di consumo, lotta al cambiamento climatico, cooperazione internazionale, altre aree sono in netto peggioramento. Tra queste troviamo dimensioni fondamentali come povertà, condizioni economiche delle famiglie, disuguaglianze, condizioni delle città, ecosistema terrestre.
In generale, è mancata una visione integrata negli anni delle politiche per lo sviluppo sostenibile: una vera e propria regia per un’Italia equa e sostenibile che coinvolga i piani energetici e climatici, una riforma del sistema fiscale volta ad favorire la transizione ecologica, maggiori e migliori investimenti in sanità e istruzione.
Io, come Presidente del Consiglio, sin dal momento del primo insediamento, ho colto questa sensibilità, tant’è che tra i primi atti ho nominato come Consigliere una donna, la prof.ssa Maggino, per la qualità della vita e lo sviluppo sostenibile, che sta lavorando alla costruzione di una struttura tecnica alle dirette dipendenze della Presidenza con il compito di coordinare le azioni dei Ministeri nel segno, appunto, della tutela del benessere e della qualità della vita.
Una parte essenziale di questo lavoro è legata alla misurazione del benessere tramite gli indicatori esistenti e alla costruzione di nuovi indicatori utili a comprendere la direzione nella quale è prioritario orientare l’azione politica. A questo scopo – vedete - gli indicatori sintetici offrono una prima panoramica per osservare i fenomeni sociali ma non sono sufficienti: il lavoro in corso presso la Presidenza, ad esempio, punta a osservare le differenze regionali nei livelli di povertà, istruzione, distribuzione del reddito, sanità e molte altre dimensioni del benessere, ed è attento a distinguere per ogni possibile indicatore quale sia la differenza fra dati che descrivono situazioni conclamate e quelli che mettono, che sono non meno rilevanti, in evidenza i rischi futuri.
Vi faccio due esempi.
In materia di povertà. Certo è importante il tasso di povertà regionale, che sapete è la % di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà relativa che mostra dal 2004 al 2008 un andamento quasi sempre decrescente, mentre dal 2009 osserviamo una tendenza costante ad aumentare, fino al 2016, da 10.6 a 14. Ma parimenti importante è il rischio di povertà, l’indicatore che misura la % di persone a rischio di povertà, ovvero con reddito mediano al di sotto del 60% del reddito mediano nazionale. Dal 2004 al 2010 quest’ultimo indicatore denuncia un andamento stabile, con un valore pressoché intorno al 19%; dal 2011 al 2017 l’andamento è costantemente crescente, fino a 20.6.
Un altro elemento: speranza di vita. Anche qui gli indicatori vanno combinati. La speranza di vita, infatti, è un indicatore che descrive un andamento apparentemente positivo della salute degli italiani, passando dall’80.7 del 2004 all’82.7 del 2017. Ma anche la speranza di vita in buona salute dobbiamo accoppiare a questo indicatore che mostra dal 2009 al 2017 un costante aumento.
Ciò che interessa osservare è la differenza tra i due indicatori. La differenza che si osserva non è accettabile perché il vero obiettivo dovrebbe essere quello di ridurla verso l’alto. Questo sarebbe il vero segnale di aumento della qualità della vita, perché bisogna vivere, ma vivere a lungo e in buona salute. Tra l’altro, questi dati ci consentono di comprendere come l’aver focalizzato per anni la discussione, per esempio, sull’età pensionabile sul primo indicatore – speranza di vita - non ha tenuto conto del fatto che gli italiani mostrano il primo grave problema di salute già prima dei 60 anni, ovvero in età lavorativa, e semmai non si tiene adeguatamente conto che sono soprattutto le donne che, ammalandosi prima, sono state penalizzate dall’allungamento della vita lavorativa.
Ecco con questa lente d’ingrandimento, che deve mettere insieme tutti questi indicatori e che deve leggerli con attenzione, si riescono a fugare molti pregiudizi e molti facili preconcetti. Si intravede ad esempio un’Italia molto frammentata, è questa la realtà dell’analisi. Accanto ad una già nota polarizzazione fra il Nord e il Sud del Paese su molte dimensioni, si notano molte differenze fra le zone più popolate e le aree interne del Paese a prescindere dalla collocazione territoriale.
Grazie agli indicatori del benessere siamo anche in grado di capire meglio come orientare le scelte di politica economica. Se osserviamo ad esempio gli indicatori legati all’Obiettivo 1 di Agenda 2030, quello relativo al contrasto della povertà, vediamo come la crisi economica abbia fatto crescere gli indicatori che misurano la povertà tra il 2010 e il 2016 e abbia ampliato le divergenze territoriali, le disuguaglianze, le difficoltà economiche delle famiglie. A questa dinamica si lega un peggioramento degli indicatori dell’Obiettivo 8, quello legato alla tutela della buona occupazione, soprattutto per quanto riguarda l’esclusione di ampie categorie di giovani dalla ricerca attiva di lavoro, dalla ricerca attiva di formazione.
Il quadro che emerge da questi dati è che la sofferenza più diretta degli effetti della crisi è stata sperimentata proprio dalle famiglie: queste hanno visto un netto peggioramento del proprio tenore di vita, che solo dall’anno scorso ha iniziato a riprendere terreno. Anche in questo caso, gli indicatori di benessere ci aiutano a capire meglio le dinamiche economiche. Uno studio dell’istituto di ricerca Ref è giunto alla conclusione che l’ampio divario tra il tasso di crescita italiano e quello dell’Eurozona tra il 2015 e il 2018 – pari all’1% in media – non sia dipeso soltanto dagli scarsi investimenti, ma anche da consumi interni che ristagnano a causa dei bassi salari che hanno ridotto la capacità di spesa delle famiglie.
È anche per questa ragione che noi come Governo riteniamo che le politiche di sostegno a favore dei consumi interni – è il caso del Reddito di cittadinanza, che abbiamo approvato con la Legge di Bilancio – trovino profonda giustificazione, sia alla luce della necessità di migliorare l’equità sociale, che di rilanciare la crescita, i benefici che deriveranno da questa vera e propria rivoluzione del welfare non vanno visti solo in funzione della riduzione della povertà passata ma anche come riduzione del rischio di cadere in povertà, come i dati che ho citato, seppur succintamente, dimostrano.
Ma la tutela della qualità della vita, che ispira l’azione del Governo, non si può fermare esclusivamente alla dimensione del contrasto alla povertà. In questi primi otto mesi abbiamo adottato anche una delle leggi di contrasto alla corruzione che contiene gli standard forse più elevati a livello internazionale, abbiamo in questo modo affrontato il problema endemico del malaffare, che ha causato non solo profonde distorsioni nel sistema competitivo Paese ma ha anche determinato un peggioramento dello stato delle nostre infrastrutture e dei nostri servizi pubblici. E su questo, mi permetta, non me ne voglia il Professor Giovannini, ma sono in disaccordo perché la sua valutazione sulle azioni di contrasto alla corruzione mi sembra quantomeno ingenerosa.
Sul fronte della salute, poi, con la Legge di Bilancio abbiamo aggiunto risorse al miliardo programmato per il Fondo sanitario nazionale. Abbiamo 4 miliardi da investire per l’ammodernamento delle strutture sanitarie, contro il rischio sismico e antincendio, abbiamo 350 milioni per combattere i tempi di attesa per esami e visite, abbiamo borse di studio futuri specialisti e medici di base, ci sono fondi per la ricerca e una particolare attenzione al ruolo sociale delle farmacie rurali, che rischiavano di sparire. 
Però deve preoccuparci – ecco quello è un dato che mi preoccupa come governante – la qualità dell’alimentazione. Abbiamo degli ultimi dati che sembrerebbero segnalare un peggioramento della qualità dell’alimentazione. Quindi in una prospettiva di curare una politica efficace sulla tutela della salute, dobbiamo preoccuparci di questo dato. 
In tema di ambiente, l’Italia ha programmato di incrementare notevolmente la produzione dell’energia da fonti rinnovabili ed entro, come sapete, il 2025, di cessare la produzione elettrica con carbone, processo che avverrà gradualmente, è un obiettivo molto ambizioso ma che deve interessare tutto il territorio nazionale.  L’impegno è contenuto nel Piano Energia e Clima, la cui bozza preliminare è stata inviata in Europa, quindi adesso si aprirà un’ampia consultazione pubblica, saranno benvenute tutte le segnalazioni anche critiche e da questo punto di vista vi preannuncio anche che questo pomeriggio ci sarà anche una conferenza stampa in cui poi presenteremo già uno spicchio di piano, perché lo abbiamo in qualche modo ricompreso anche nel Piano nazionale per la messa in sicurezza del territorio contro i rischi del dissesto idrogeologico. 
Abbiamo poi sviluppato un meccanismo di incentivi con la Manovra del dicembre 2018 all’acquisto di auto elettriche e siamo al lavoro su alcuni profili di riforma della fiscalità volti a sostenere la riconversione ecologica verso fonti energetiche rinnovabili e processi sostenibili, come l’Ires verde che intendiamo definire all’interno del prossimo Documento di Economia e Finanza. 
Un pilastro della nostra azione di Governo è senz’altro la promozione dell’economia circolare, in modo da favorire la cultura del riciclo, da garantire nuovi modelli di produzione e di sviluppo. 
Siamo molto attenti al problema dell’approvvigionamento e dell’efficienza del sistema idrico, per altro ne abbiamo parlato qualche giorno fa – e ringrazio ancora il Presidente della Camera, Roberto Fico, perché ci ha ospitato insieme a tutti i sindaci – abbiamo parlato di beni comuni e senz’altro il tema dell’acqua rientra a pieno titolo come un pilastro fondamentale della categoria dei beni comuni.
Ecco bisogna stare attenti quando si fanno le valutazioni complessive perché è chiaro che se si scorre un’intera Legge di Bilancio cercando la parola, attraverso uno strumento lessicale di ricerca, il significante “economia circolare” e non si ha adeguata soddisfazione non significa che questa ricerca lessicale ci restituisca tutte le misure e tutte le iniziative di un Governo in materia di economia circolare. Basti considerare, ad esempio, che tutte le misure e le iniziative adottate, ad esempio, dal Ministero dell’Ambiente, che è assolutamente concentrato per il perseguimento di questa politica, sfuggono ovviamente alla ricerca lessicale contenuta, fatta, operata sulla Legge di Bilancio.
Siamo intervenuti anche su altri fronti apparentemente distanti dal concetto di benessere – che io però non reputo così distanti – come la tutela della diversità bancaria, ne cito solo uno, grazie ad un pacchetto di misure in favore delle banche del territorio e del credito cooperativo. 
Non parlo qui di altri temi che potrei anche riassumere, è stato citato un pallino della mia ricerca sull’impresa responsabile, certo, questo Governo vuole favorire più complessivamente il radicamento di una cultura e di strategie imprenditoriali nel segno della responsabilità. Un’impresa socialmente responsabile cosa significa? È un’impresa che cura l’impatto delle sue iniziative economiche sul territorio, cura l’impatto delle iniziative economiche nella dimensione anche diacronica, di una prospettiva futura, cura quindi l’impatto ambientale, migliora la formazione dei propri dipendenti, crea un clima di benessere all’interno dell’azienda stessa, tutela i diritti umani, non utilizza ad esempio – pensate alle multinazionali – la manodopera minorile, ecco questa è la cultura socialmente responsabile. Per fare questo però, attenzione, più che singoli strumenti, misure, che sicuramente potrebbero in termini di incentivi e disincentivi orientare le scelte imprenditoriali, vale molto una cultura, lavorare in questa direzione e sicuramente ben vengano i meccanismi di rendicontazione non finanziaria di cui parlava anche il Professor Giovannini e che potrebbero estendersi, però dico io cum grano salis, perché è chiaro che all’imprenditoria più piccola – io dico la verità, alcuni anni fa, proprio con la Luiss lavorammo ad indicatori e strumenti finanziari per valutare i comportamenti socialmente responsabili anche presso le piccole e medie imprese, però bisogna adattare poi questi indicatori per le piccole e medie imprese perché trasporli dalla grande multinazionale alle piccole e medie imprese, comprendete bene, è un processo che non può funzionare. 
Si tratta di primi passi ovviamente, ne siamo consapevoli, che muoviamo lungo la strada del benessere e dello sviluppo sostenibile. Grazie al continuo confronto con gli studiosi e le realtà più attive nella partita della sostenibilità, come ASviS – sono personalmente favorevole a incrementare questi passi – partirà presso la Presidenza del Consiglio, lo dico pubblicamente, una struttura di coordinamento delle politiche ministeriali, confido anche e assicuro la mia massima disponibilità a coordinare una strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile. Molte delle segnalazioni e dei suggerimenti che ci sono stati fatti oggi li raccogliamo volentieri, per esempio, una Consulta per le politiche di genere, un’agenda urbana per lo sviluppo sostenibile, valuteremo anche senz’altro come integrare all’interno Cipe elementi e orientare quindi anche l’iniziativa del Cipe verso pratiche e obiettivi di sviluppo sostenibile. Posso confermare, ma questa non è una novità, che l’Italia è molto sensibile a livello europeo e quindi lo sarà anche nell’ambito del reflection paper per quanto riguarda l’integrazione dell’Agenda 2030 in modo stabile nelle politiche europee. In tutti gli interventi che faccio nell’ambito del Consiglio europeo, ho sempre posto l’Italia al centro dei paesi più sensibili, nei Paesi di testa, per quanto riguarda il cambiamento climatico, l’Accordo di Parigi e tutta l’economia circolare, ne ho parlato più volte, ho sempre sensibilizzato anche gli altri leader a orientare tutta l’Unione europea e in particolare la Commissione verso il raggiungimento dell’Agenda 2030.
Il benessere – concludo – non può essere secondario a nessuno degli altri obiettivi di sviluppo. Alla politica spetta risvegliare le coscienze, la politica deve essere sensibile a sollecitare una maggiore partecipazione democratica e ancor più deve raccogliere le grida di allarme, deve essere sensibile ai segnali di insoddisfazione o di inquietudine che provengono dalla società. 
Da questo punto di vista è chiaro che i cittadini sono molto inquieti perché nel desiderio di cambiamento che noi stiamo interpretando, siamo consapevoli, c’è un obiettivo fondamentale: preservare, migliorare la qualità della loro vita.
Ecco, ricostruire la fiducia tra istituzioni e popolo è una premessa imprescindibile per rinsaldare il legame tra gli individui e le comunità, tra gli esseri umani e l’ambiente, tra la generazione presente e quella futura. È proprio questo prezioso legame di fiducia che tutto il Governo considera come un patrimonio da preservare e da curare, affinché le istituzioni non siano percepite come luoghi dove allignano i privilegiati del sistema ma dove operano laboriosamente gli attenti custodi del Pianeta. Grazie.