Il Presidente Conte al Rome 2018 - MED Mediterranean Dialogues

24 Novembre 2018

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, è intervenuto alla 4ª edizione di Rome 2018 - MED Mediterranean Dialogues.
La Conferenza, promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dall'ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), rappresenta un foro globale di riflessione e dialogo sul Mediterraneo, collocandosi nelle direttrici strategiche della nostra politica estera, in linea di continuità con la Conferenza “per” e “con” la Libia di Palermo dello scorso 12-13 novembre e la Conferenza Italia-Africa del 25 ottobre.
L’edizione 2018 di Rome MED si è articolata su quattro “pilastri”  (“shared prosperity”; “shared security”; “migration”; “culture and civil society”) e ha visto la partecipazione di oltre 40 fra Capi di Stato, Primi Ministri, Ministri degli Esteri e rappresentanti di Organizzazioni Internazionali, 800 personalità del mondo politico, degli affari, della cultura e della società civile, 80 think-thanks e istituzioni internazionali, provenienti da più di 50 Paesi.

Di seguito l'intervento del Presidente Giuseppe Conte:

Rivolgo un caloroso saluto al Presidente Emerito Napolitano, al nostro Ministro degli Esteri Moavero, agli altri ministri ospiti, a tutte le autorità presenti, agli onorevoli deputati e senatori, ai rappresentanti dell’Ispi e a tutti gli altri partecipanti che hanno contribuito al successo della IV Edizione dei Med Dialogues.

È un onore per me formulare delle considerazioni conclusive per un evento che è divenuto nel corso del tempo sempre più prestigioso. Un vivo ringraziamento rivolgo anche al Presidente della Repubblica irachena che ha aperto la Conferenza e con cui ho avuto un lungo, cordiale e proficuo colloquio giovedì scorso a Palazzo Chigi. La sua presenza qui al Parco dei Principi, insieme a quella del nostro Presidente Mattarella, testimonia l’intensa, proficua collaborazione tra i nostri due Paesi in un percorso condiviso per riportare la pace e la stabilità in un area del mondo che è ancora purtroppo fortemente instabile.
Tengo a ringraziare in modo particolare il Ministro Moavero e la Farnesina non solo per lo straordinario sforzo profuso nell’organizzazione di questo prestigioso evento, ma più in generale per l’eccezionale lavoro quotidiano di promozione dei valori e degli interessi del nostro Paese nel Mediterraneo e nel mondo. Di cui io stesso sono stato testimone, e sono testimone, nel corso delle mie varie missioni all’estero. Ancora una volta i MED Dialogues si sono confermati un’importantissima occasione di confronto e di ascolto delle varie voci che provengono da questa regione, in base ai quattro pilastri tematici sui quali si sono articolati i lavori: prosperità, sicurezza, migrazioni, società civile e cultura. Sono felice di poter sottolineare l’importanza crescente di quest’iniziativa che è diventata il principale appuntamento internazionale dedicato alle riflessioni sul Mediterraneo allargato.
Lo confermano anche i numeri: a questa edizione hanno partecipato 800 tra leader politici, del mondo degli affari, della cultura, della società, dei media.

I MED Dialogues si inseriscono del resto, direi con piena armonia, nel solco della politica mediterranea perseguita con convinzione dal Governo che rappresento, ma direi più ampiamente dal sistema Italia, inteso nel suo complesso. Essi confermano soprattutto quella capacità di mediazione, di ascolto, che forse costituiscono la cifra della nostra tradizionale azione politica e che continuano a caratterizzare l’azione del Governo in carica. Uno dei principali meriti di quest'iniziativa è proprio quello di aver creato un foro di dialogo permanente che si incontra nelle varie capitali lungo tutto l'arco dell'anno, grazie ai cosiddetti Towards Med Meetings. Un gruppo di riflessione non riservato solo alle istituzioni ma che attraverso i pre-Med si affianca alla società civile e si estende oggi alla dimensione parlamentare, novità per la quale ringrazio il Presidente della Commissione affari esteri del Senato Sen. Petrocelli. So che questi tre giorni di lavori, mi è stato rappresentato, sono stati molto intensi e proficui, hanno dato vita a un vivace dibattito che ha toccato, oltre ai temi tradizionali legati agli scenari ai conflitti regionali, anche aspetti trasversali quali ad esempio lo sviluppo sostenibile, il global compact per l'immigrazione e l'innovazione tecnologica.
Negli ultimi decenni il concetto geopolitico di Mediterraneo si è progressivamente ampliato, perché il perimetro delle sue sfide dal terrorismo ai flussi migratori, dai traffici illegali alla proliferazione di armi, si spinge ben oltre, come sapete, le sue sponde, arriva ad abbracciare tutto il Medio Oriente il Golfo Persico, i Balcani, la striscia di terra che va dall'Africa occidentale attraversa il Sahel e giunge fino al Golfo di Aden. Un vasto arco di crisi che speriamo possa presto tornare a svolgere la sua storica funzione di luogo di incontro di civiltà diverse che si arricchiscono proprio per questo reciprocamente. E dunque da arco di crisi possa tramutarsi presto in arco di opportunità e possa realizzare queste opportunità. Dal Mare Nostrum di romana memoria alla rivoluzione commerciale e mercantile del medioevo sino ai nostri giorni, vi è un Mediterraneo più vasto che circonda il Mediterraneo in senso stretto, servendoli da cassa di risonanza. Lo storico francese Braudel ha descritto con grande efficacia l'antichissimo crocevia culturale che il Mediterraneo rappresenta ancora oggi e tale visione storica offre una eloquente risposta alle domande del presente.
Quella del Mediterraneo allargato non è direi una definizione per addetti ai lavori, è una chiave interpretativa obbligata che ci consente di cogliere la ritrovata centralità strategica di una regione oggi prioritaria nell'agenda politica europea ed internazionale.
Ed è per questo che, al di là della inevitabile rilevanza che quest'area riveste tradizionalmente nella politica estera italiana, il nostro Paese sente forte la responsabilità di perseguire una convinta azione di sensibilizzazione dei suoi partner e della comunità internazionale intera, a favore della stabilità della regione. Ciò avviene certamente sul piano bilaterale, dove i dossier mediterranei figurano costantemente ai primi posti delle nostre agende politiche.

Sono ad esempio fiero di poter ricordare il recente avvio del dialogo strutturato sul Mediterraneo avviato con gli Stati Uniti nel corso dell'ultima mia visita alla Casa Bianca a fine luglio col Presidente Trump. Questa nostra azione di sensibilizzazione si estende inoltre ai molti fori multilaterali di cui siamo parte, dove ci adoperiamo affinché emerga e si sviluppi sempre una chiara dimensione mediterranea. Lo avevamo fatto già in occasione della Presidenza G7 e durante il mandato di membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, abbiamo continuato a farlo in occasione della presidenza dello OCSE e lo facciamo quotidianamente anche in seno all'Unione europea. E se oggi anche la Nato guarda con maggiore attenzione alle sfide del quadrante Mediterraneo certamente, permettetemi di dirlo, si deve alla costante attenzione italiana. E quindi oggi una maggiore diffusa consapevolezza dell'importanza del rapporto con il Mediterraneo. Ciò vale innanzitutto per l'Europa perché, e qui mi sia consentita una citazione di Aldo Moro, "nessuno è chiamato a scegliere tra l'essere in Europa o nel Mediterraneo poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo". L’Europa quindi ha tutto l'interesse, oltre che direi il dovere storico, di offrire al Mediterraneo allargato il proprio patrimonio di stabilità, di sviluppo socio-economico, di capacità di mediazione. Accompagnando i paesi della regione, i loro popoli nella ricerca di sicurezza, di prosperità. L’Europa ha dunque una particolare responsabilità, perché ad essere in gioco non è solo il futuro della regione, ma anche l'avvenire, la stabilità, la sicurezza del vecchio continente. Se vuole realmente aspirare al ruolo di attore globale, l’Europa deve continuare a lavorare alla definizione di un nuovo ordine regionale che metta al centro la collaborazione e la responsabilità condivisa.
Responsabilità condivisa che significa innanzitutto rispetto delle prerogative dei popoli del Mediterraneo e delle istituzioni, nella definizione del loro avvenire. L'ownership, da intendersi come processo di appropriazione da parte dei cittadini e delle istituzioni che li rappresentano rispetto ad obiettivi e strategie nell'interesse del loro stesso avvenire, è il presupposto sul quale abbiamo costruito la Conferenza di Palermo, ricordo l'abbiamo intitolata "per la Libia e con la Libia". Un evento che si è proposto di offrire un contributo concreto al percorso di stabilizzazione del Paese, in pieno accordo con i principali attori libici locali ma anche regionali e internazionali. In primo luogo permettetemi anche di rimarcare l'importanza della scelta di Palermo, una scelta simbolica: la Sicilia rappresenta la vicinanza tra l’Italia e la Libia, ma anche e soprattutto il centro del Mediterraneo. Un'area oggi in preda a dinamiche destabilizzanti ma dalle potenzialità ancora inespresse che tutti possiamo contribuire a far emergere. Abbiamo sin dall'inizio concepito la Conferenza di Palermo non come una vetrina, o peggio, l'evento risolutore, ma come un'occasione di dialogo, per l’Italia naturalmente, per la comunità internazionale, ma soprattutto nell'interesse della Libia stessa. Un momento di confronto tra tutti gli attori interessati al futuro del Paese a partire dagli Stati che condividono i confini con tale paese. Con i principali protagonisti della scena libica, cui abbiamo chiesto di venire a Palermo con delegazioni inclusive. Abbiamo insomma voluto che la Conferenza rappresentasse la tappa, confidiamo significativa, di un percorso nel solco anche di precedenti iniziative: mi riferisco alla Conferenza di Parigi del 29 maggio scorso, per individuare insieme soluzioni condivise all'attuale stallo politico e per accompagnare costruttivamente la Libia verso la fine di un lungo periodo di transizione.
I risultati ottenuti ci incoraggiano e, se mi permettete, ci responsabilizzano allo stesso tempo. Dobbiamo continuare a svolgere ogni possibile ruolo di facilitatore, dobbiamo continuare a lavorare per il rafforzamento della coesione in seno la comunità internazionale, dobbiamo attribuire priorità alla dimensione economica, in linea con le aspettative del popolo libico. Dobbiamo riconoscere l'importanza della sicurezza quale requisito imprescindibile per l'avanzamento del processo di stabilizzazione. Sul piano politico, la Conferenza ha riaffermato la piena centralità del ruolo delle Nazioni Unite registrando un amplissimo sostegno all'impegno del Rappresentante Speciale Salamé, e al suo piano di azione ricalibrato che egli ha presentato l'8 novembre scorso al Consiglio di Sicurezza. È un piano di azione che intende contribuire al superamento dell'attuale stallo istituzionale e legislativo, mantenendo viva la prospettiva elettorale, a cui la grandissima maggioranza di libici guarda con crescente senso di urgenza. Si tratta ora di alimentare questo passaggio, che mi pare di poter sintetizzare con la formula "spirito di Palermo", per favorire e accelerare il percorso di stabilizzazione.
Saranno dunque i seguiti che tutti quanti insieme, attori libici e stakeholders internazionali, sapremo dare ai suoi lavori a garantire l'auspicato effetto moltiplicatore delle intese che sono scaturite a Palermo. Permettetemi anche una considerazione più ampia sull'Africa: sarebbe miope pensare di poter risolvere i problemi della Libia al di fuori del più ampio contesto regionale. E per questo che nella sua fase di preparazione mi sono recato personalmente in Tunisia in Algeria, dove ho incontrato leader amici e desiderosi come me di lavorare insieme a un futuro di pace, stabilità e progresso. È anche per questo che ho interloquito con il presidente Al Sisi dell’Egitto, incontrato all'Assemblea delle Nazioni Unite, ho avuto delle proficue conversazioni telefoniche nella fase preparatoria della Conferenza. Con lo stesso spirito di dialogo e di collaborazione, ho avuto, in queste settimane, frequenti consultazioni con molti dei principali attori del Medio Oriente e del Golfo.
La sponda Sud del Mediterraneo, per altro, è anche il ponte tra l’Europa e l'Africa che è un continente in continua trasformazione, in forte crescita demografica, anche economica, che affronta sfide non solo simili a quelle con cui ci siamo confrontati in Europa, ma anche molto spesso profondamente intrecciate ad esse. Ho avuto la chiara percezione di questo straordinario dinamismo nel corso del mio recente viaggio nel Corno d'Africa: ad Asmara, ad Addis Abeba, dove ho trovato due popoli, due leadership, che hanno superato un ventennio di incomprensioni, rancori e conflitti, costruendo una pace africana che ci permette di immaginare un cammino di sviluppo regionale sostenibile.
Ed è anche un'impressione confermata dal mio recente incontro con il Presidente della Somalia, Capo di uno Stato che vede nell’Italia un punto di riferimento essenziale per la rinascita dell'intera regione del Corno d'Africa. La stabilità e la prosperità del Mediterraneo allargato non può quindi prescindere dalla stabilità e prosperità dell'intera Africa. L’Italia è disponibile ad assumere l'impegno di un partenariato di lungo periodo, e di questa disponibilità ha offerto un'ulteriore testimonianza con la seconda edizione della Conferenza ministeriale Italia-Africa, svoltasi a Roma lo scorso 25 ottobre alla presenza di ben 52 Paesi africani e una ventina di organizzazioni internazionali.
Il Mediterraneo allargato è attraversato da profondi mutamenti sociali, prima ancora che politici-istituzionali: c'è l'infinita tragedia siriana, che ci tocca da vicino per le sofferenze inflitte alla popolazione da lunghi anni di conflitto e per le sue implicazioni sulla lotta senza confini ai fenomeni di terrorismo ed estremismo radicalizzato, che stiamo conducendo insieme a tutti i nostri partner. La guerra civile yemenita miete vittime, migliaia di vittime, spesso indifese, generando, come pure è stato detto, una catastrofe umanitaria senza precedenti. E poi auspichiamo tutti che l’Iraq sia finalmente giunto a un punto di svolta e di riscatto. L'impegno sulla via della pacificazione, a cui l’Italia continuerà a fornire il proprio contributo, mi è stato ribadito dal suo Presidente.
Permane infine l'urgenza di una ripresa dei negoziati israelo-palestinesi: è una questione vitale per la stabilizzazione del Medio Oriente, non possiamo trascurarla, non deve quindi rimanere oscurata rispetto alle altre crisi che si sono sviluppate nel frattempo. Vogliamo guardare al futuro con ottimismo, l'ottimismo certo della volontà ma auspicabilmente anche l'ottimismo della ragione e vogliamo favorire un accresciuto senso di responsabilità della comunità internazionale, degli attori regionali e locali, affinché operino a favore dell'intera regione.
Non vi potranno essere soluzioni credibili se non attraverso un processo politico, le soluzioni militari non faranno che aumentare frustrazioni, senso di rivalsa, sofferenze. E dunque è alla politica che dobbiamo restituire il suo ruolo prioritario ed è in particolare alla mediazione politica che dobbiamo guardare, dobbiamo indirizzarci, per dare a questo nostro ottimismo un fondamento concreto, tenendo bene a mente che il rischio di stati falliti travalica ampiamente i labili confini di una cartina geografica quanto mai frammentata.
Nel Mediterraneo allargato l’Italia fa la sua parte anche in ambito multilaterale: è costante il nostro impegno nelle operazioni di peacekeeping dell'Onu, siamo tra i maggiori contributori in termini di uomini e mezzi nelle missioni, nelle operazioni della politica estera e difesa comune dell'Unione europea. Lo stesso interesse della Nato per il Mediterraneo è aumentato, come ho già detto, su impulso italiano. Allo stesso vertice di luglio l'Alleanza ha deciso di dotarsi di ulteriori capacità e strumenti per contribuire a fronteggiare,  d'intesa con i partner del Sud, le relative sfide di sicurezza.
Siamo inoltre convinti che nel lungo periodo sarà attraverso la cultura che la regione potrà tornare ad essere un crocevia di civiltà, dove i popoli non si scontrano ma dialogano tra loro. Ed è anche coerente con questa nostra missione del programma "Italia, Culture, Mediterraneo" che il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale sta realizzando quest'anno nei Paesi dell'area del Medio Oriente e del Nord Africa, abbracciando l'arco che va dal Marocco all’Iran, e creando un incubatore di esperienze, di collaborazione, destinato a non esaurirsi, ma a crescere sempre con maggior forza nel futuro. Anche la cooperazione allo sviluppo è parte integrante della nostra politica estera e costituisce uno dei più rilevanti fattori strategici per la nostra azione di governo. Esso rappresenta uno strumento essenziale per la prevenzione dei conflitti, per consolidare le istituzioni democratiche, per offrire una strutturale risposta alle crisi umanitarie, per stabilizzare le aree di crisi e tutelare i diritti umani. Ed è proprio per tali motivi che riteniamo di fondamentale importanza concentrare il nostro investimento di cooperazione nel Mediterraneo e in Africa, anche appoggiati dai nostri principali attori economici. Non è un caso, mi piace qui ricordarlo, che tali aree geografiche comprendano oltre la metà dei 22 Paesi prioritari della cooperazione italiana, i principali beneficiari degli interventi di sviluppo e delle attività umanitarie che finanziamo annualmente.
Il Mediterraneo è sempre stato uno spazio di comunicazione e di scambi, mentre oggi è identificato soprattutto come luogo dove convergono le rotte migratorie dall'Africa verso l'Europa. Si tratta, dobbiamo riconoscerlo, di una sfida a lungo termine che richiede una risposta strategica, strutturata, multilivello. Ricordandoci che ridurre gli sbarchi significa di fatto contribuire a scardinare la rete dei trafficanti di esseri umani oltre che rendere i flussi più gestibili. Significa soprattutto ridurre le vittime, il numero delle vittime mare. Dall'insediamento del Governo da me guidato abbiamo sollecitato da subito, con ferma convinzione, una risposta europea coordinata, concreta ed efficace, di questo fenomeno nel suo complesso. Ancora fa fatica questa risposta a farsi strada, ad essere attuata, e lo dico anche con un certo rammarico. Parallelamente ci siamo impegnati nel rafforzamento della cooperazione, materia migratoria con i paesi di origine e di transito, e nel fermo contrasto ai trafficanti di esseri umani, facendo peraltro dell'esigenza fondamentale di tutelare la dignità delle persone una nostra costante priorità.
La sfida migratoria richiede infatti una collaborazione a tutto campo tra le due sponde del Mediterraneo, che abbia come obiettivo primario il miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi di origine e di transito rispetto alle rotte migratorie. In sostanza, siamo chiamati a sviluppare un'agenda positiva per il rilancio del Mediterraneo quale snodo globale dell'interazione fra Europa, Africa, Asia, partendo dall'innovazione, dallo sviluppo delle risorse energetiche, in particolare rinnovabili, e dalla tutela dell'ambiente.
Il Mediterraneo, mi avvio a concludere, è un luogo di sfide ma anche, voglio dire e sottolineare, un luogo di opportunità che dobbiamo cogliere con l'impegno di tutta la comunità internazionale, per creare un partenariato mutualmente vantaggioso. Vorrei concludere ricordando Giorgio La Pira, un illustre politico e docente italiano, che osservava eloquentemente come i popoli rivieraschi del Mediterraneo hanno, che lo vogliano o meno, un comune destino. Una visione e una constatazione che mi sento di condividere. Noi siamo qui perché crediamo fermamente in questa vocazione universale del Mediterraneo che più che allargato dovremmo definire globalizzato. E non solo per le evoluzioni contemporanee ma poiché frutto di una secolare e travagliata evoluzione di civiltà che rimangono in costante confronto.