Conte alla presentazione del libro “La Chiesa in Cina. Un futuro da scrivere”

25 Marzo 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto alla presentazione del libro “La Chiesa in Cina. Un futuro da scrivere” presso la sede della Civiltà Cattolica.

 
Di seguito il testo dell'intervento del Presidente Conte.
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Sono io che la ringrazio e vi ringrazio per questo invito perché, ovviamente, mi avete offerto la possibilità, come dire, non dico di distrarmi, perché il tema della Cina è un tema attualissimo, ma di concentrarmi - se mi permettete - ancor di più su questo tema offrendomi anche qualche spunto ulteriore rispetto a quelli affrontati in questi giorni. Innanzitutto mi complimento per il libro, perché qui stiamo parlando della presentazione di questo libro e quindi mi complimento con Padre Antonio Spadaro per la curatela di questo volume. Direi che è un volume sapientemente prodotto in casa perché tutti gli autori sono padri gesuiti che hanno sviscerato con molta attenzione i rapporti tra Santa Sede e Cina e approfondito i vari aspetti che connotano e caratterizzano il modo di essere della Chiesa Cattolica in Cina. C’è diciamo - tra virgolette ovviamente lo dico - di eccentrico c’è la prefazione di Parolin e il messaggio finale. Però forse non è neppure eccentrico, perché di un altro gesuita, Papa Francesco, è il messaggio del Santo Padre ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale” del 6 settembre 2018.

E’ un volume che mi ha permesso di comprendere appieno l’origine, il significato e il contenuto di un accordo, l’Accordo provvisorio sulla nomina dei Vescovi firmato tra la Santa Sede appunto e Repubblica Popolare Cinese del 22 settembre del 2018, che ha aperto una pagina nuova nella storia della Chiesa in Cina. Peraltro, mi è stato ricordato, ragionare di Cina capita in un momento direi molto proficuo perché proprio ieri l’altro ho ricevuto il Presidente cinese Xi Jinping e tra un mese poi sarò a Pechino in occasione del Secondo Forum della Belt and Road. E quindi ci sarà immediatamente la possibilità di approfondire ulteriormente e consolidare i rapporti con Pechino. 

Sono rimasto affascinato, devo dire, dal percorso storico che è riassunto in questo volume.  Un percorso storico che ha tanti punti in comune con la storia del rapporto tra Cina e Occidente in generale, perché  il volume ricorda - è stata evocata più volte - la figura di Matteo Ricci, missionario gesuita che ha vissuto soprattutto nel secolo XVI, che con il suo mappamondo tanto ha tanto contribuito ad avvicinare la Cina al resto del mondo;  ricorda anche le fasi più buie dei “trattati ineguali” del protettorato francese e dell’odio xenofobo che si scatenò con la Rivoluzione dei Boxer nel 1900, 30.000 cattolici furono trucidati; ricorda le nuove aperture della Repubblica cinese, nei primi anni venti del novecento, con l’invio di Celso Costantini, il primo delegato apostolico in Cina; l’espulsione dei missionari cattolici nella Cina di Mao Zedong negli anni cinquanta, la proibizione di ogni attività religiosa durante la Rivoluzione culturale avviata nel 1966; poi ricorda l’epoca, le aperture di Deng Xiaoping, nel 1979, in campo economico e in campo religioso e infine, appunto, il percorso di dialogo, che ha avuto alterne vicende, fino a questo accordo storico dello scorso settembre. 

Nella prefazione al volume, il Cardinale Parolin individua nell’Accordo un “punto di partenza”, più che di arrivo, del dialogo con la Cina, fissando l’obiettivo della piena riconciliazione tra i cattolici cinesi e le rispettive comunità di appartenenza. L’Accordo è stato, direi, universalmente registrato in Occidente come un segnale importante di apertura da parte di Pechino, tanto più in questa fase di – questa è una formulazione diplomatica - di crescente assertività gli sviluppi di questo dialogo e anche io come autorità di Governo sono molto interessato perché sicuramente anche questo fa parte del complesso universo tra Cina e il nostro Paese da seguire con attenzione. 

Il contributo culturale, ampiamente culturale, offerto dal volume  va comunque ben oltre la prospettiva del rapporto tra la Chiesa e la Repubblica Popolare Cinese anche perché i saggi che lo compongono offrono analisi profonde, forniscono chiavi interpretative molto preziose per chi voglia approfondire, appunto, la realtà cinese ed è questa una sfida che impegna non solo noi italiani, non solo la Santa Sede, ma tutti un po’ gli europei.

La prima chiave contenuta nel richiamo del Cardinale Parolin alla Lettera apostolica Maximum Illud di Papa Benedetto XV:  cento anni fa chiedeva appunto Papa Penedetto XV con questa lettera, ai missionari cattolici l’abbandono di atteggiamenti di superiorità verso il clero autoctono, per una chiesa che fosse davvero universale; un approccio, rivolto anzitutto alla Cina, che fece sentire le potenze coloniali espropriate dal loro secolare controllo sulle missioni; un approccio da cui scaturiva indirettamente il riconoscimento della pari dignità di tutti i popoli. 

Altrettanto importante è stato anche Matteo Ricci, lo abbiamo ricordato, con la “Carta geografica completa di tutti i regni del mondo” - siamo nel 1602  in cui comparivano l’America, ignota ai cinesi, così come terre sconosciute in Europa – e anche, attenzione, il suo trattato sull’amicizia, che intrecciando sapienza cinese e occidentale invita a considerare testualmente “l’amico come se stesso” perché così “il lontano si avvicina, il debole si rafforza, chi ha subito disgrazie torna alla prosperità, l’ammalato guarisce”.
E bisogna riconoscere un grande merito storico, e non è l’unico ovviamente ma stiamo parlando di questo tema, i gesuiti che, come è stato anche riconosciuto e scritto da Padre Spataro, hanno contribuito a sinizzare l’Europa - forse qui verrebbe anche una battuta: forse siete riusciti più a stilizzare l’Europa che a cristianizzare la Cina, se mi consentite. E questo, credo, questa sinizzazione dell’Europa si deve alla vostra ricca sensibilità culturale. Il fatto di aver scoperto una civiltà plurimillenaria di grande ricchezza e di grande spessore culturale chiaramente vi ha reso particolarmente sensibili e anche messaggeri di tanti profili culturali che erano sconosciuti in Europa. 

E’ significativo che la logica del mappamondo di Ricci abbia ispirato il Presidente Xi Jinping, quando nel 2014 ha usato l’immagine della tavolozza dei colori per descrivere la “magnifica mappa genetica del cammino delle civiltà umane”; un’immagine analoga a quella usata da Papa Francesco nel proporre la “civiltà dell’incontro” come alternativa alla “inciviltà dello scontro”.
E offrono spunti di grande interesse – dicevo - anche altri saggi che descrivono il percorso e alcune delle sfide che oggi sta affrontando la Chiesa cattolica in Cina. 

Anche in ragione dei miei studi, delle mie particolari competenze, mi ha molto interessato e incuriosito il saggio dedicato all’Etica degli Affari e un passaggio molto interessante è il passaggio sulla traduzione in cinese de “La vocazione del leader d’impresa”, un documento pubblicato nel 2011 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace per contribuire a formare la coscienza degli uomini d’affari, mirando a promuovere standard elevati per l’etica degli affari. E sono qui molto affascinanti, mi permetto di considerare, i punti di contatto tra la tradizione della dottrina sociale della Chiesa e la tradizione confuciana della filosofia morale cinese, che ha come elemento fondante l’educazione alla virtù. Si tratta di temi molto attuali in una società, come quella cinese di oggi, descritta spesso come dominata dall’esclusiva ricerca del profitto immediato. E aggiungo, appunto in virtù degli studi compiuti in un periodo prossimo, mi colpì molto scoprire che un recente diritto commerciale cinese evoca espressamente il concetto di responsabilità sociale d’impresa che noi consigliamo un orizzonte d’azione strategico, imprenditoriale molto avanzato ma restituisce evidentemente una sensibilità che non si racchiude soltanto, appunto, allo scopo creativo di trarre profitto, svolgere attività di impresa per ricavare utili ma evidentemente anche si riesce a raccogliere nello svolgimento dell’attività d’impresa, nel compimento di iniziative economiche anche delle premure altre rispetto al contesto in cui si opera, all’impatto sull’ambiente, alla comunità che viene coinvolta sulle iniziative economiche. 

Altrettanto stimolanti sono anche le riflessioni sulle Organizzazioni Non Governative legate al complesso tema dei diritti umani in Cina. Si sono sviluppate queste realtà organizzative anche in Cina come in tanti altri Paesi per supplire anche lì agli sforzi e alle carenze dello Stato, perché chiaramente i problemi si ripropongono dovunque più o meno secondo la stessa logica, secondo le stesse dinamiche: allora ecco lì che in settori quali la salvaguardia dell’ambiente, l’istruzione nelle aree rurali e l’assistenza sanitaria, ad esempio a sieropositivi e malati di HIV;  e queste realtà organizzative che operano evidentemente per supplire alle carenze dello Stato, per rispondere in modo più efficace secondo una logica di prossimità laddove c’è un bisogno di agire si stanno rivelando una realtà anche da loro molto interessante.
 Il governo cinese, pur non riconoscendo ancora particolari agevolazioni alle ONG, che comunque controlla da vicino, ne apprezza il contributo evidentemente alla società nazionale. La sfida per le ONG religiose, e direi anche per quelle laiche, è di trasformarsi da – così - operatori di assistenza sociale in vere e proprie realtà protagoniste della costruzione anche di legami sociali, in un dialogo costruttivo con tutte le componenti della collettività cinese.

Il filo conduttore delle riflessioni contenute nel volume è quindi quello del dialogo: il dialogo tra Chiesa cattolica e Cina beninteso, che entra in una fase nuova dopo l’Accordo dello scorso settembre, ma anche il dialogo tra il Paese e l’Occidente, in uno scenario globale in cui assistiamo alla crescita delle tendenze al protezionismo e in cui la Cina, motore di crescita ormai dell’economia del pianeta, esercita una crescente influenza e rivendica anche  - non bisogna nasconderlo – una crescente influenza sul piano politico.

Una nazione come l’Italia - noi ci piangiamo molto addosso e ci maltrattiamo da soli, ma in realtà siamo molto apprezzati sul piano internazionale per la nostra naturale propensione al dialogo, per l’assenza, anche molto apprezzata, di ambizioni egemoniche, per una connaturale vocazione propensione per il multilateralismo, ed io sottolineo multilateralismo efficace - può rivestire quindi un ruolo molto importante in questo dialogo. 

Sul piano strategico, occorre riconoscere alla Cina il ruolo di partner politico di prim’ordine nelle riflessioni sulle riforme delle architetture multilaterali, a partire dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e anche dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che va assolutamente riformulata a mio avviso perché nata diversi lustri or sono, considerava e considera la Cina come Paese emergente, pensate un po’.
Bisogna affrontare le sfide globali quali il cambiamento climatico e io al Presidente Xi Jinping  - in buona parte il nostro colloquio, vi sorprenderà,  è stato dedicato proprio al cambiamento climatico - gli ho raccontato che il giorno prima avevo incontrato una delegazione di ragazzi, che stanno manifestando in tutto il mondo per una maggiore premura da parte dei decisori politici verso la tutela dell’ambiente, e l’ho stimolato, visto che le nostre economie si distinguono perché esprimono una forte capacità in termini di innovazione tecnologica, a lavorare insieme per cercare di promuovere un’energia pulita, per cercare di anticipare quelle che sono queste sensibilità ormai diffuse. Anche perché nella prospettiva, gli ho detto che noi non siamo – e non mi stanco mai di ripeterlo – proprietari di questo pianeta, siamo dei meri custodi e abbiamo la responsabilità morale prima che politica, economica, sociale, di trasmetterlo, consegnarlo ai nostri figli, ai nostri nipoti. Gli ho detto che lui ha una responsabilità anche maggiore della mia perché lui ha un miliardo e quattrocentomila figli, nipoti e via discorrendo; ne ha molti più di me e quindi dobbiamo lavorare insieme in questa direzione. Possiamo lavorare insieme anche nella stabilizzazione di aree di crisi, dal Sahel all’Afghanistan. 

Nel riconoscere a Pechino il ruolo che merita nell’architettura globale, occorre attendersi il pieno rispetto però – su questo sono stato chiaro - delle regole condivise e un’assunzione anche commensurata al peso. Perché diciamo che bisogna stimolare il nostro partner, che consideriamo assolutamente un partner strategico, alla creazione di un vero level playing field, bisogna cioè acquisire una prospettiva in cui si lavora insieme al rispetto delle regole e a parità di condizioni. Dismettendo peraltro -  e da questo punto di vista i Gesuiti ci danno una gran mano – quelle propensioni a vedere un mondo euro-centrico o occido-centrico dove invece, come avete anche scritto, non esiste un centro con tante periferie satelliti ma bisogna tutti porsi in condizioni di dialogo paritario.

Sul piano economico, la Cina sta cercando di compiere una trasformazione strutturale epocale, con il pieno passaggio da un sistema trainato dalle esportazioni a un’economia basata sui consumi interni, sui servizi e gli investimenti. Punta molto sulla crescita della produttività anche attraverso una leadership nelle tecnologie di punta, nell’innovazione, leadership molto contesa agli Stati Uniti. In questa trasformazione, che deve avvenire in un quadro di regole condivise e senza recar danno ad altre economie, è lecito incoraggiare una maggior apertura del mercato cinese, dei beni e dei servizi, oltre che una piena parità di condizioni per l’operatività di imprese cinesi e straniere.

L’Italia ha investito e investirà molto nel partenariato strategico globale con la Cina. Dall’insediamento del governo che presiedo, molti Ministri hanno viaggiato in Cina, anche più di una volta. Quindi spesso nel dibattuto pubblico si scopre il memorandum e si pensa che sia una questione isolata nata un po’ casualmente, invece è un percorso che è stato condiviso, che è stato preparato per tempo.

Io ho incontrato il Primo Ministro a Bruxelles, ieri si è conclusa la visita di Stato in Italia e tra meno di un mese, come ho già detto, mi recherò a Pechino per la seconda edizione del Forum Belt and Road. L’Italia e la Cina celebreranno, il prossimo anno, il 50° anniversario delle relazioni bilaterali. E ricordo anche che il 2020 sarà l’anno della cultura e del turismo tra Italia e Cina.

La visita del Presidente Xi Jinping ha offerto quindi l’occasione per rafforzare ulteriormente le relazioni bilaterali, sul piano politico, economico e culturale. E bisogna rimarcare quest’ultimo aspetto, l’aspetto culturale. Io peraltro quando viaggio rimarco sempre gli aspetti culturali perché ritengo che sia il vero humus su cui poi costruire più efficacemente e intensificare le relazioni commerciali ed economiche. La conoscenza reciproca e il dialogo tra i due Paesi infatti sono i presupposti necessari per lo sviluppo del partenariato politico ed economico. Il secondo Forum culturale italo-cinese ha permesso di rinnovare l’impegno a promuovere nei due Paesi la conoscenza delle rispettive, plurimillenarie civiltà, storie e culture, per aumentare scambi, le collaborazioni e le attività culturali, artistiche, musicali, cinematografiche. 
Un esempio: un momento molto significativo, che però non è stato riferito nei giornali o comunque non mi sembra sia stato enfatizzato, è stato quando ho consegnato al Presidente Xi Jinping quasi 800 reperti archeologici, alcuni antichissimi, plurimillenari, altri più recenti - più recenti… di 1500 anni fa. 800 pezzi pensate, che sono stati recuperati dai nostri Carabinieri. Erano stati trafugati, erano destinati ad un asta, sono stati recuperati in tempo, adesso saranno spediti in Cina e, mi diceva il Presidente Xi Jinping che vorrà arricchire il loro Museo Nazionale a Pechino, o altre destinazioni ma cercherà comunque di consentire a questi pezzi di essere visti da tutto il popolo cinese.

Si è deciso di promuovere scambi nei settori del design e delle industrie creative, la circuitazione di esposizioni di beni culturali e museali, lo scambio di esperienze e di tecnologie nel restauro di beni culturali. Sono state anche firmate intese per contrastare il traffico di beni culturali e per promuovere gemellaggi tra i rispettivi siti Patrimoni dell’UNESCO. Vorrei ricordare che insieme Italia e Cina possiedono il più elevato numero di siti dell’Unesco: oltre 100, pensate.

Come sapete, e concludo, durante la visita è stato firmato poi questo Memorandum che tanto ha attirato l’attenzione della pubblica opinione. È un grande progetto di connettività che è stato lanciato nel 2013 dal Presidente Xi Jinping che direttamente lo ha ispirato alla Via della Seta. Nelle scorse settimane la decisione dell’Italia di firmare questo MoU, primo Paese del G7 e questo è forse che ha fatto notizia, mentre non ha fatto notizia che noi siamo molto in ritardo per quanto riguarda il traffico commerciale rispetto ad altri Paesi europei del G7. Germania, Francia sono molto più avvantaggiati rispetto a noi per quanto riguarda sia investimenti cinesi nei rispettivi Paesi sia per quanto riguarda la bilancia commerciale. Io ricordavo che noi abbiamo un export in Cina all’incirca di 13 miliardi e la Germania supera gli 80 miliardi, insomma c’è uno squilibrio incredibile.

Il tema è stato dibattuto, è stato oggetto dicevo di grande clamore mediatico, come se fossimo di fronte a una scelta di campo strategica, tra la nostra tradizionale collocazione euro-atlantica e un asserito asservimento alla Cina.  Nulla di tutto questo ovviamente. Al contrario, con la firma di questo Memorandum l’Italia non ha fatto altro che avviare, in assoluta trasparenza, che mi sembra più corretto, rispetto a tutti gli alleati -  un nuovo percorso di dialogo e di collaborazione con la Cina, impostandola chiaramente in piena adesione con le norme dell’Unione europea e in raccordo con le strategie dell’Unione verso la Cina, senza arretrare di un passo sui principi di trasparenza, aperture, parità di trattamento e sostenibilità a noi cari. Principi che sono stati direttamente inseriti nel Memorandum e richiamati.
Quindi il Memorandum sulla Belt and Road costituisce un esempio ulteriore della determinazione dell’Italia a dialogare e a collaborare con la Cina, mantenendo fermi i valori del pluralismo e della tutela dei diritti che costituiscono i pilastri della nostra Costituzione. 

La Santa Sede, e concludo, mira alla salus animarum, lo Stato italiano più prosaicamente mira al benessere dei propri cittadini, a offrire nuovi spazi alle proprie imprese ovviamente nel rispetto della tutela dei diritti. La Santa sede mira inoltre alla Libertas Ecclesiae, mentre lo Stato italiano mira, da questo punto di vista, a tutelare i propri spazi, mira a intensificare le opportunità economiche, ovviamente in un quadro di valori riconosciuti, condivisi, rimanendo rigido custode dei valori della nostra tradizione occidentale e non è assolutamente disponibile ad abdicare ad essi.
Però diciamo che, mutatis mutandis, pur nella differenza delle strategia di azione e di ispirazione, c’è una razionalità sia sul piano eziologico che teleologico molto affine. Quindi possiamo ritrovarci in questo dialogo e continuare a scambiarci un po’ di idee, un po’ di impressioni nella consapevolezza che un futuro da scrivere, come è il sottotitolo, rimette a questi due pittogrammi, che sono qui in copertina, che significano un cammino davanti. Quindi abbiamo un cammino davanti da compiere e sarà piacevole ogni tanto interloquire per scambiarci delle idee, opinioni e valutazioni. 
Grazie.