Conte alla Camera dei Deputati

22 Febbraio 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto alla Camera dei Deputati all’incontro "Lo Stato dei beni comuni. I Sindaci nell’Aula di Montecitorio". 

 

Di seguito il testo dell'intervento del Presidente Conte.

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Signor Presidente della Camera dei deputati, presidente dell’Anci, signore e signori Sindaci, Presidenti dei consigli comunali, gentili ospiti. 

Ho accolto con vero piacere l’invito a partecipare a questa iniziativa, sullo stato dei “beni comuni”, un tema che mi coinvolge non solo come responsabile dell’azione di governo, ma, se permettete, anche come giurista, e segnatamente come civilista.
Gli interventi che mi hanno preceduto, avrete visto ho preso tanti appunti, attestano, nel loro complesso, come la riflessione intorno alla categoria dei “beni comuni”, non possa più essere confinata nel dibattito scientifico, ma debba essere ricompresa a pieno titolo nel dibattito pubblico e direi di più, è una categoria che ormai, come si vede dai vostri interventi, ispira la vostra concreta azione di governo locale.   
Ben vengano quindi queste occasioni di riflessione e confronto perché ci aiutano a individuare percorsi coerenti verso soluzioni condivise e in particolare, io mi attengo al tema del nostro incontro anche, ci aiutano a riconoscere uno statuto giuridico adeguato alla categoria dei “beni comuni” all’interno del nostro ordinamento giuridico, con pieno coinvolgimento, pieno dialogo di tutti i livelli di governo. 

La nozione di bene comune, è stato ricordato, come aveva intuito Stefano Rodotà, è intimamente connessa al disegno costituzionale della proprietà.
E fu proprio Rodotà a suggerire che i “beni comuni” costituiscono una “terza via”, che si inserisce nello schema binario tradizionale, “pubblico” - “privato”.
Se l’articolo 42 vedete della Costituzione, sembra riprodurre questa dialettica dicotomica pubblico-privato, già il successivo articolo 43 apre a un orizzonte interpretativo più ampio e consente più articolate declinazioni dello statuto della proprietà. 
La focalizzazione sull’interesse generale collegato a un determinato bene, unitamente al riferimento alla “funzione sociale” della proprietà, proietta quindi in una dimensione nuova, capace di superare la rigida dicotomia pubblico-privato, lo statuto dei beni.

Questa straordinaria intuizione, suscettibile di sviluppi ulteriori, ha profondamente interagito con il significato stesso del diritto di proprietà, contribuendo a superare quella dimensione “esclusivista” del diritto per esaltarne e valorizzarne una dimensione più inclusiva. In particolare oggi abbiamo bisogno di elaborare nuovi paradigmi sul diritto di proprietà. 

Dobbiamo superare quella visione dominicale di appartenenza tradizionale e se voi pensate anche alla proprietà dei contenuti digitali, dobbiamo ad esempio ammettere che più che la forma di appartenenza esclusiva bisogna entrare nella logica dell’accesso dove evidentemente c’è un accesso e una fruizione consentiti a un numero illimitato di persone che ne possono anche beneficiare contemporaneamente. 

Rodotà ragionava di diritti fondamentali a proposito di beni comuni. Accesso, beni comuni che disegnano una trama che ridefinisce il rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni. Quindi è una riflessione che trascende la riflessione meramente giuridica o civilistica ma si iscrive all’interno di una riflessione più ampia. Se mi permettete i vostri interventi l’hanno rimarcato, perché da questa riflessione più ampia nasce anche il riferimento a un modello di società alla quale si ispira e principi nuovi che devono orientare l’azione dei pubblici poteri. 

La scelta costituzionale di assumere la persona umana come centro dell’azione dello Stato, imprimendo il massimo impulso alle azioni pubbliche a tutela dei diritti fondamentali, in attuazione - lo ha ricordato anche il presidente della Camera -  al canone costituzionale di uguaglianza sostanziale, impone inevitabilmente un ripensamento quindi radicale, nella visione generale dei rapporti tra privati e tra cittadino e Stato, tra cittadino e governo locale. Da questo prezioso lavoro emerge una nozione di “bene comune” fortemente caratterizzata, vorrei rimarcarlo, in senso personalista: i beni comuni sono quei beni “che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali, all’erogazione di servizi essenziali, al libero sviluppo della persona”.

Una parentesi: dobbiamo anche stare attenti, perché dobbiamo costruire una terza via e non possiamo quindi schiacciare la categoria dei beni comuni esclusivamente sulla categoria dei beni pubblici. 

Se questa è la nozione più avanzata dei beni comuni, ne consegue che l’ordinamento giuridico deve orientarsi a garantire la loro fruizione collettiva. Lo stesso Rodotà osservava che era necessario costruire strumenti istituzionali per identificare i beni comuni necessari al soddisfacimento di diritti fondamentali, come il diritto all’acqua, al cibo, alla medesima conoscenza, senza distinzione tra natura materiale o immateriale dei beni stessi. Sono beni quindi “a titolarità diffusa”, in quanto appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Importante se mi permettete la proiezione temporale. “Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Incorporano la dimensione del futuro, devono essere governati - era sempre Rodotà a dirlo - nell’interesse delle generazioni che verranno”. Una sorta di custodia a beneficio dei nostri figli, dei nostri nipoti.

Da questo punto di vista, l’esperienza che Voi Sindaci ci avete restituito oggi, e lo dico anch’io è bellissimo vedere tutti questi colori, il nostro tricolore così rappresentato, è particolarmente significativa. Avete testimoniato le innumeri volte in cui, nel corso della vostra attività di amministratori, vi siete adoperati per valorizzare beni che erano confinati in una dimensione di fruizione esclusiva affidandoli alle “cure” della comunità sino a trasformarli in luoghi di aggregazione, di promozione di attività culturali, sociali, anche economiche.

In questo modo, attraverso la proiezione nella dimensione di “bene comune”, avete consentito l’esercizio di diritti fondamentali dei cittadini, permettendo loro di accedere ad alcuni servizi, di fruire di specifiche offerte culturali, di soddisfare vari bisogni collettivi.

L’effetto immediato di queste iniziative è stato la valorizzazione di un bene. Certo, ma l’ulteriore effetto è il conseguente sviluppo del “senso di comunità”, che si articola attorno all’obiettivo del recupero di quel bene. Si tratta di un modo quindi, e l’avete anche detto, in molti interventi lo ho colto, per rafforzare il legame sociale, l’impegno civile, la partecipazione democratica.

Centrale, al riguardo, è il bene della conoscenza, “bene comune” paradigmatico, in quanto naturalmente “globale”, perché intimamente connesso al valore della persona e propedeutico al pieno dispiegarsi dei diritti fondamentali connessi, ovvero dei diritti sociali e dei diritti politici.

Solo riconoscendo a tutti il diritto alla conoscenza e qualificando la conoscenza essa stessa come “bene comune”, è possibile assicurare a tutti i cittadini gli strumenti per partecipare, in condizioni di uguaglianza, alla vita politica, economica e sociale di un Paese. 

In questo contesto ovviamente si inserisce anche la rete, la realtà di Internet, che deve essere accesso qualificato. Mi batto da tempo perché esso stesso sia considerato un “bene comune”, in quanto consente l’esercizio di diritti fondamentali che definiscono e qualificano la cittadinanza: il diritto di informare e di essere informati, il diritto di critica, il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, il diritto di apprendere e studiare, di partecipare anche alla vita politica, di decidere e di incidere sulle decisioni politiche e sociali. 

Quindi la vicenda dei beni comuni - e devo veramente ringraziare il presidente della Camera per avere scelto questo tema - è una partita cruciale per il futuro della nostra democrazia. Dobbiamo valorizzare l’esperienza concreta che voi state vivendo e ci state restituendo e affinare gli strumenti giuridici e istituzionali per valorizzare i beni comuni. Ci avete parlato di “regolamenti” e di “patti”. So che molte amministrazioni locali si sono già dotate di “Regolamenti dei beni comuni”, attivando patti di collaborazione con i cittadini e associazioni, oppure integrando addirittura in alcune volte e in alcuni casi gli statuti comunali. Ebbene i regolamenti dei “beni comuni” risultano adottati in circa 200 realtà amministrative.

In altre esperienze, la categoria del “bene comune” è stata inserita all’interno degli statuti comunali, sviluppando il concetto di “uso civico urbano”. Anche questo è uno strumento molto interessante. In questa prospettiva beni e spazi vengono affidati a gruppi di cittadini che ne promuovono lo sviluppo con attività a sfondo sociale, orientate a modelli collaborativi di partecipazione.

Ecco quindi questo dei beni comuni è un ulteriore terreno sul quale il Governo ritiene essenziale lo sviluppo delle competenze vostre, delle competenze degli enti locali. Siamo disponibili a lavorare con voi. Vogliamo pervenire a uno statuto giuridico dei beni, e anche affinare gli strumenti istituzionali che ne consentano la valorizzazione sulla base di uno statuto certo e adeguato. Abbiamo già, il presidente dell’Anci può testimoniarlo, sperimentato varie forme di collaborazione. Non voglio elencare tutti gli strumenti che in qualche modo attraverso il dialogo abbiamo affinato e ai quali siamo pervenuti. 

Dico soltanto che è fondamentale valorizzare l’esperienza dei Programmi nazionali dedicati alle città metropolitane co-finanziati dall’Unione europea e da fondi nazionali: e si tratta di un unicum tra tutti i programmi adottati dai 28 Stati dell’Unione europea. Dobbiamo pervenire alla definizione di un’Agenda Urbana nazionale, il governo deve fare la sua parte e non rimane insensibile anche alla sollecitazione che è venuta, alla necessità di affinare strumenti adeguati che tengano conto di uno statuto differenziato tra amministrazioni locali di grandi e medie città e invece di piccoli comuni. Bisogna valorizzare la legge 158 del 2017. Io stesso sono nato in un comune. Pensate che adesso annovera circa 400 abitanti e sicuramente ho potuto vivere la ricchezza di una piccola comunità e il senso di coesione sociale che ispira in una piccola comunità, che oggi sta scomparendo. Da questo punto di vista, il grido di allarme del sindaco Castelli non mi può lasciare indifferente. 

Mi avvio a conclusione. L’eredità del lavoro della cosiddetta Commissione Rodotà è stata raccolta da un disegno di legge presentato sulla base di un’iniziativa popolare proprio lo scorso 19 dicembre. La proposta reca una delega al Governo per l’adozione di decreti legislativi volti a creare una nuova disciplina dei beni comuni. È un lavoro che dobbiamo coordinare anche con un’altra proposta di legge delega per quanto riguarda la riforma del codice civile del ’42. Pensate, il codice civile del 1942, non solo non si ragiona di beni comuni, ma c’è una disciplina obsoleta dei beni pubblici, si trascura per esempio la categoria dei “beni immateriali” e dei “beni finanziari”.

Dobbiamo intervenire e coordinare questa attività legislativa lavorando con il Parlamento e raccogliendo i vostri suggerimenti. 

In generale, credo che il principio fondante della discussione in merito ai beni comuni sia quello della tutela del benessere della persona e della comunità. Bisogna prestare molta attenzione alla tutela del benessere e della qualità della vita. Non possiamo solo concentrarci sul Pil. Il Pil ci serve perché è un parametro fondamentale ma ci stiamo battendo perché il Pil sia integrato da indicatori del Benessere Equo e Sostenibile che abbiamo già introdotto nel Documento di economia e finanza. Grazie ad essi è possibile superare un approccio alla programmazione economica basato solo sull’”homo economicus”. Dobbiamo guardare alla qualità della vita. Dobbiamo restituire la qualità della vita dei nostri comuni. Da questo punto di vista non posso non menzionare anche l’iniziativa per quanto riguarda la Camera dei Deputati, in discussione la proposta di legge sul tema dell’acqua pubblica, che è un bene comune per eccellenza. Lo abbiamo scritto anche nel contratto di governo. Con riferimento a questa discussione auspico, ovviamente nel rispetto delle prerogative parlamentari, che l’esame possa procedere sulla base di un sereno e proficuo confronto.

Rendere più universale e più vicino alle esigenze dei territori il nostro approccio all’economia ci permette di rinsaldare il legame fra democrazia rappresentativa e partecipazione: un legame che dobbiamo preservare e rafforzare e che costituisce la bussola dell’intera agenda di questo governo. In questa prospettiva ben vengano tutte le iniziative che rafforzano lo statuto della cittadinanza, la conoscenza della carta costituzionale da parte dei nostri cittadini, delle nostre giovani generazioni, il senso di appartenenza comune e di coesione sociale. 

Io stesso ho programmato una serie di incontri nelle scuole per parlare ai nostri giovani cittadini della ricchezza della nostra carta costituzionale. 

L’attenzione ai beni comuni è un passo ulteriore verso la formulazione di quello che ho definito in varie occasioni “nuovo umanesimo”, di cui la politica ha bisogno per recuperare un rapporto di vera fiducia con i cittadini. Il Presidente Decaro ha parlato di fiducia, è un concetto chiave. Lo sottolineo.

Se è importante predisporre un ambiente favorevole alla crescita economica, alla creazione di ricchezza e all’occupazione, un’attenzione alla dimensione non solo quantitativa, ma anche qualitativa, della crescita è altrettanto prioritario. 

Concludo, ancora una volta Rodotà, lo cito, sosteneva: “I diritti fondamentali si pongono a presidio della vita, che in nessuna sua manifestazione può essere attratta nel mondo delle merci”.

Ebbene, è per la tutela di questi diritti, di questo nuovo umanesimo, per restituire fiducia ai cittadini, che la politica deve quotidianamente agire a livello statale, nazionale, e a livello locale. 

Grazie.