Consiglio europeo, comunicazioni del Presidente Conte in Parlamento

11 Dicembre 2018

In vista del Consiglio europeo in programma giovedì e venerdì prossimi a Bruxelles, il Presidente Conte ha riferito alle 10 alla Camera dei Deputati e alle 15.30 al Senato.

Il testo del discorso del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alla Camera dei Deputati

Signor Presidente, gentili deputati, il prossimo Consiglio Europeo è il terzo al quale partecipo da quando ho l’onore di presiedere il Governo italiano, il quarto, se consideriamo anche quello straordinario dedicato alla Brexit, del 25 novembre scorso.
Tradizionalmente, il Consiglio Europeo di dicembre ambisce, come ultimo appuntamento del massimo organo rappresentativo dei Governi dell’Unione Europea, a segnali chiari, e se possibile,  a decisioni significative sui temi prioritari dell’agenda europea. 
Questo Consiglio Europeo assume una valenza particolare su piano politico, giacché si svolge cinque mesi prima delle elezioni del nuovo Parlamento Europeo. La legislatura europea è dunque giunta al suo ultimo tratto, il che restringe la possibilità di tradurre le decisioni in un iter completo con l’attuale Parlamento Europeo e con l’attuale Commissione Europea.
Affronterà, questo Consiglio, il tema Brexit con una discussione a ventisette, dopo il rinvio del voto di ratifica dell'Accordo di recesso da parte britannica. Dopo il dibattito alla Camera dei Comuni, infatti, sapete che il Governo britannico ha chiesto, sta chiedendo maggiori assicurazioni sul fatto che la questione irlandese sarà risolta nell'ambito delle future relazioni tra l'Unione Europea e il Regno Unito, e che non entri in vigore la cosidetta soluzione di riserva prevista dal protocollo dell'Accordo di Recesso, il backstop, concordato dai negoziatori.
Guardiamo con profondo rispetto al dibattito democratico che si sta svolgendo a Londra ma allo stesso tempo, a poco più di tre mesi dalla data fissata per la Brexit, dobbiamo sottolineare l’esigenza che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea avvenga in maniera ordinata, nell’interesse di offrire chiarezza e certezza ai tanti cittadini, tra cui molti italiani, e anche alle imprese che sono coinvolti da questo processo. In un contesto che contiene ancora elementi di incertezza, continueremo pertanto a lavorare con i nostri partner europei e con le istituzioni europee per prepararci anche allo scenario, per noi poco auspicabile, di un recesso senza accordo.
L’avvicinarsi della fine della legislatura europea vede anche una crescente influenza sulla capacità decisionale del Consiglio e dell’improcrastinabile esigenza di misurarsi col sempre più vicino bilancio politico che i cittadini europei tracceranno col loro voto a fine maggio 2019.
Al Consiglio Europeo del 13 e 14 dicembre, pertanto, si dovrà tenere in debita considerazione l’orizzonte politico di un’Europa in evoluzione. Un’Europa di cui fra poco più di tre mesi il Regno Unito non sarà più membro. Un’Europa in cui è sempre più chiara e urgente l’aspettativa dei cittadini di poter contare su istituzioni, europee e nazionali, che garantiscano maggiore equità, crescita, lavoro e sicurezza al nostro continente. È dunque con un approccio ispirato ad un principio di responsabilità, sia verso coloro che ci hanno eletto sia verso le future generazioni, che perseguiamo l’obiettivo di un’Europa più equa e più sicura. E vogliamo farlo già in questo finale di legislatura europea.
La priorità ineludibile di lavorare oggi per un futuro migliore dell’Europa è il filo conduttore dei principali temi in agenda al Consiglio Europeo che sono: la gestione europea di flussi migratori, in attuazione delle Conclusioni del Consiglio europeo dello scorso giugno; l’impulso al negoziato per un nuovo bilancio europeo pluriennale, il cosiddetto Quadro Finanziario Pluriennale e le prospettive della riforma dell’Unione Economica e Monetaria.
Quanto alla discussione all’Euro-Summit vale una considerazione che si applica anche al nostro rapporto con l’Europa per quanto riguarda la legge di bilancio. Occorre, infatti, superare un rigorismo miope, che pretende di combattere l’instabilità con misure che invece finiscono per favorirla. Per fare avanzare l’Unione Bancaria e l’Unione Economica e Monetaria, l’Europa deve perseguire un rapporto finalmente equilibrato tra riduzione e condivisione del rischio.
Considero, inoltre, essenziale che l’Euro-Summit possa avviare una discussione realistica, nei prossimi mesi, sul bilancio dell’Euro-zona. È ormai evidente, specialmente dopo la crisi finanziaria, l’esigenza di affiancare gli strumenti accentrati di politica monetaria con una leva fiscale ugualmente centralizzata, che permetta di attenuare le tendenze, la divergenza e gli effetti di possibili shock asimmetrici. L’Eurogruppo il 4 dicembre ha visto purtroppo confermata, nell’esaminare la proposta franco-tedesca al riguardo, la netta distanza tra gli Stati Membri.
In particolare, se da un lato si è registrata una disponibilità ad approfondire la possibilità di istituire un bilancio comune per le finalità di convergenza e di aumento della competitività, dall’altro lato permane un forte contrasto di vedute sull’ipotesi di attribuire al bilancio comune anche la funzione di stabilizzazione.
L’avanzamento di questo progetto va, pertanto, valutato con cautela, riservando una particolare attenzione a tutti i profili che lo caratterizzano.
Quanto al completamento dell’Unione bancaria, la nostra visione richiede che la riduzione del rischio sia finalmente accompagnata da corrispondenti misure di mutualizzazione dello stesso. Comprendiamo, se ritenuto ineludibile, un differente timing dei due aspetti. Apprezziamo che si proceda con l’istituzione di una misura di condivisione del rischio, quale sarà il Common Backstop per il Fondo di risoluzione unico. Pur tuttavia, il nuovo rinvio delle decisioni sullo schema assicurativo sui depositi è per noi il segnale di un’Europa che continua a farsi condizionare dai mercati piuttosto che tentare di indirizzarli.
Quanto alla riforma della governance del Meccanismo Europeo di Stabilità, manteniamo le nostre riserve su un approccio intergovernativo e ribadiamo che i ruoli attribuiti al Meccanismo Europeo di Stabilità non devono minare irreversibilmente le prerogative della Commissione Europea, in particolare in materia di sorveglianza fiscale.
Per quanto riguarda il tema della migrazione, il Consiglio Europeo dovrà esaminare i prossimi passi volti a compiere, finalmente, progressi concreti nell’attuazione delle Conclusioni del giugno scorso.
Il testo delle Conclusioni indica che il Consiglio affronterà il comprehensive approach to migration. Intendo ribadire ai Colleghi europei, quanto a questo profilo, che è ora di far seguire alle parole i fatti e di dare corpo ad una regolazione e gestione dei flussi migratori autenticamente europea.
Per essere tale, essa non può più eludere la sfida prioritaria dei movimenti primari e della gestione dei salvati in mare.
Non può più gravare sui Paesi di primo arrivo l’onere legato alla gestione degli sbarchi, ed occorre – lo rivendico fin dall’estate – un coordinamento europeo fin dalla fase di sbarco. Un meccanismo di gestione dei salvati in mare richiede inoltre uno sforzo condiviso e azioni congiunte, proprio per aderire alle Conclusioni che abbiamo raggiunto in seno al Consiglio Europeo dello scorso giugno, soprattutto in tre componenti fondamentali: lo sbarco, che deve vedere uno sforzo condiviso degli Stati Membri, col coordinamento della Commissione Europea; la redistribuzione, su cui ribadirò la necessità ineludibile che gli Stati Membri, non solo costieri e pertanto di primo arrivo, si facciano carico di uno sforzo realmente condiviso. Non posso accettare quanto propongono alcuni Stati Membri, cioè di limitare la redistribuzione dei salvati in mare alla sola categoria degli aventi diritto alla protezione internazionale perché una simile opzione implicherebbe un onere aggiuntivo sui Paesi di sbarco, complicando l’efficace gestione europea delle persone che sono sbarcate, anziché semplificandola come invece sostengono gli Stati Membri preoccupati quasi esclusivamente dei movimenti secondari; terzo obiettivo, i rimpatri dei salvati in mare non aventi diritto alla protezione internazionale.
Occorre cioè che si dia finalmente sostanza ad un’europeizzazione dei rimpatri, ad esempio attraverso il mutuo riconoscimento, almeno negli Stati Membri che procederanno in questa direzione, delle decisioni in materia, ed attraverso l’utilizzo della cooperazione allo sviluppo come incentivo per una migliore cooperazione con i Paesi terzi. Dico questo nella prospettiva di quell’investimento, in primis di stabilizzazione politica e di impulso alla crescita, che reputo indispensabile nei confronti dell’Africa, un continente verso il quale l’Italia mostra una particolare attenzione, come peraltro anche testimoniato dalle mie recenti visite in Etiopia, Eritrea, Algeria e Tunisia. Nella stessa direzione va l’impegno italiano ed europeo per la stabilizzazione e lo sviluppo della sponda sud del Mediterraneo allargato, regione segnata da crisi umanitarie e crescenti conflitti, ma anche terra di grandi opportunità, la cui realizzazione in termini di sicurezza e prosperità è nostro comune interesse promuovere.
Sempre in tema di migrazione, ricorderò ai colleghi europei che l’Italia considera inaccettabile, perché irrealistico nella sua effettiva attuazione, lo spacchettamento della riforma del Sistema Europeo Comune di Asilo. Senza la riforma del Regolamento di Dublino, approvare gli strumenti legislativi del Sistema già avanzati costituirebbe un vulnus politico alla logica del consenso e sarebbe, al contempo, controproducente sul piano tecnico, proprio per il nesso tra i predetti strumenti e il Regolamento di Dublino.
Consideriamo inoltre essenziale che ci sia finalmente adeguata attenzione alla dimensione esterna, anche sul piano finanziario. Il Trust Fund for Africa merita con urgenza un rifinanziamento sostanziale ed il negoziato sul Quadro Finanziario Pluriennale deve identificare strumenti e meccanismi stabili, efficaci e di non minore portata rispetto a quello dedicato dal 2016 alla rotta del Mediterraneo orientale. Questo significa, infatti, un approccio davvero integrato alle rotte del Mediterraneo.
La riduzione degli sbarchi nel Mediterraneo Centrale è infatti un risultato da preservare, ma, se mi permettete, anche da non sopravvalutare. Vanno infatti tenute bene a mente sia la dinamica dei vasi comunicanti - che ora prevede prevalere la rotta del Mediterraneo Occidentale, ma domani chissà - sia la fragilità della situazione libica o i complessi assetti dei Paesi limitrofi, che possono riportare ad aumenti del flusso migratorio. Il caso libico è singolare, perché la Libia propone all’Unione europea attori e interlocutori differenti rispetto a quelli che sono protagonisti delle rotte del Mediterraneo orientale oppure occidentale. Tale aspetto rende ancora più necessario un approccio integrato ed equilibrato anche in ordine al finanziamento della gestione della migrazione.
Desidero soffermarmi sul Mediterraneo Centrale anche per un altro aspetto centrale del dibattito europeo sulla migrazione, cioè quell’aggiornamento del mandato dell’Operazione “Sophia”, che l’Italia richiede fin dall’estate per evitare che gli sbarchi dei migranti salvati dalle navi dell’Operazione avvengano soltanto in Italia. Anche su questo tema occorre che tutti gli Stati Membri si chiedano davvero se valga la pena di mettere in pericolo un’operazione anche di forte valenza politica, in primo luogo per la sicurezza del Mediterraneo, per reiterare una chiusura netta ad un aggiornamento del mandato che l’Italia chiede allo scopo di ottenere finalmente uno sforzo condiviso sugli sbarchi.
È prevista, al Consiglio Europeo, una sessione su Sicurezza e Difesa, in cui esaminare i positivi avanzamenti dell’Unione europea in tale settore, incluse le missioni di Politica di Sicurezza e Difesa Comune. Una simile discussione va collegata ad un impulso del Consiglio Europeo, affinché la questione dell’aggiornamento del mandato dell’Operazione “Sophia” possa essere risolta in modo positivo e tempestivo. 
Per quanto concerne il Quadro Finanziario Pluriennale, è previsto dal Consiglio Europeo una discussione sul possibile obiettivo temporale per concludere un accordo che, tradizionalmente, richiede molto tempo e molta pazienza politica, oltre che tecnica. 
L’Italia ritiene che la tempistica non debba andare a scapito della qualità del negoziato. Dico questo perché, di fronte alle sfide che l’Europa ha davanti e che riguardano da vicino la fiducia stessa dei cittadini nei confronti delle Istituzioni europee e nazionali, non possiamo prendere scorciatoie che conducano ad un bilancio settennale – questa è la sua durata come sapete – inadeguato alla posta in gioco.
L’Europa ha infatti bisogno di spendere meglio sia per le nuove priorità, come migrazione, sicurezza, investimenti, ricerca, che per le politiche tradizionali, come la Coesione e la Politica Agricola Comune. E deve inoltre aprirsi alle Nuove Risorse Proprie.
I cittadini europei del prossimo decennio necessitano di un’Europa che abbia un effettivo valore aggiunto quando spende denaro del contribuente europeo. Questa esigenza ormai ineludibile riguarda sia le citate nuove priorità, che strumenti, come Coesione e Politica Agricola Comune, che garantiscono effettiva convergenza socio-economica e sostegno agli imprenditori in un settore nevralgico, soprattutto per l’Italia, per le nostre economie esposte ad alcuni effetti della globalizzazione.
Anche sul Quadro Finanziario Pluriennale intendo riaffermare queste priorità italiane, con l’orgoglio di un Paese che è quinto contributore netto e che, da membro fondatore dell’Unione Europea, reputa essenziale un negoziato all’altezza di un’Europa moderna.
A questi temi si aggiungerà una discussione su temi non meno rilevanti, quali il completamento del Mercato Unico e qui le Conclusioni mirano ad un segnale del Consiglio Europeo a favore del completamento del Mercato Unico entro la fine dell’attuale legislatura. Da parte italiana, si reputa essenziale che questo impulso vada in una direzione del sostegno che l’Europa deve dare alle Piccole e Medie Imprese. Poi, altro tema non meno rilevante è quello della disinformazione, che è un tema complesso, su cui la discussione mira per il momento a dare una base di sostegno politico all’attività che la Commissione avvierà con un ambizioso Piano d’Azione congiunto, appena presentato dalla Commissione stessa. Siamo dunque alle battute iniziali di un sforzo europeo coordinato, che riteniamo necessario proprio in virtù della natura complessa e plurale del problema. L’Italia intende farsi portatrice di una visione secondo cui la sfida legata alle azioni di disinformazione, venendo da una molteplicità di soggetti, statuali e non, richiede un approccio strategico, multidimensionale e di ampio respiro, che dia rilievo anche ai processi educativi e formativi per rafforzare la resilienza delle nostre società al fenomeno e non trascuri naturalmente i delicati profili di necessaria garanzia della libertà d’informazione, fondamento essenziale delle nostre democrazie.
Sul fronte delle relazioni esterne, l’agenda del Consiglio prevede la periodica informativa della cancelliera Merkel e del presidente Macron sullo stato di attuazione delle intese di Minsk in vista della decisione, a gennaio, sul rinnovo semestrale delle sanzioni settoriali nei confronti della Russia. L’Italia intende essere coerente col proprio approccio rispettoso della coesione europea, ma al contempo convinto che le sanzioni non siano un fine in sé, bensì uno strumento finalizzato ad avviare a soluzione la crisi ucraina. A questo proposito, resta per noi prioritario, in questa fase di crescente tensione fra Mosca e Kiev, acuita nei giorni scorsi dagli attriti nel Mar d’Azov, lavorare insieme ai nostri partner europei per favorire una distensione e riportare il confronto al tavolo dei negoziati. 
Nella parte dedicata alle Relazioni Esterne, le conclusioni del Consiglio prenderanno anche atto dello scambio di opinioni dei leader quanto alla preparazione del Summit tra l’Unione Europea e la Lega Araba; summit che è previsto per il 24-25 febbraio 2019, che rappresenta di per sé un importante segnale politico di un’Europa chiamata ad affermarsi quale attore credibile e responsabile sullo scacchiere internazionale.
Per tale ragione e per le grandi sensibilità in gioco, ove gli aspetti della sicurezza, dello sviluppo e della gestione dei fenomeni migratori non sono avulsi dal contesto geostrategico, sarà importante porre particolare attenzione ai temi dell’incontro ed ai possibili risultati, garantendo il giusto equilibrio tra ambizioni e seguiti. L’Italia intende proporsi come interlocutore privilegiato, data anche la sua vicinanza geografica, per affrontare congiuntamente le sfide trasversali che percorrono il Mediterraneo allargato.
In tema di dialogo e consultazione dei cittadini, ecco, anche questo è un tema importante e da non affrontare con approccio burocratico. Per questa ragione, il Governo italiano ha voluto esaminare approfonditamente le modalità con cui poterla svolgere in modo efficace ed ha optato per un approccio di più ampio respiro, orientando cioè la consultazione, avviata in queste settimane, alla sensibilizzazione degli studenti sull’Europa. In tema di cambiamento climatico è previsto un riferimento nelle conclusioni a una strategia di lungo periodo dell’Unione sul cambiamento climatico, da sviluppare nei prossimi mesi sulla base di una proposta della Commissione europea. Si tratta di un auspicio condivisibile, che sta all’Europa tradurre in politiche concrete e sostenibili, avendo ben chiari gli accordi di Parigi e poi i successivi Accordi di Amburgo.
Permettetemi adesso, a margine delle comunicazioni sul prossimo Consiglio europeo, di condividere con il Parlamento alcune considerazioni in vista di un altro passaggio importante nel confronto con le Istituzioni dell’Unione.
Domani mi recherò a Bruxelles per incontrare nuovamente il presidente Juncker e gli altri componenti della Commissione.
L’interlocuzione con l’Unione europea, in questa fase così significativa per la vita politica, economica e sociale del nostro Paese, è fondamentale. In queste settimane non ho mai interrotto i canali del dialogo, ho lavorato per avvicinare le posizioni e per spiegare, in tutte le sedi, la coerenza della manovra economica e i suoi effetti virtuosi, nel medio periodo, sul tessuto non solo economico, ma anche sociale.
Non intendo certamente distogliere l’attenzione sui saldi finali di bilancio, che – come è noto – determineranno uno scostamento del disavanzo primario.
Ho anzi lavorato – e sto continuando a lavorare anche in queste ore che precedono il mio viaggio a Bruxelles – affinché siano puntualmente quantificati, con apposite relazioni tecniche, i costi delle misure, soprattutto di quelle a più rilevante impatto sociale e che maggiormente destano la preoccupazione degli interlocutori europei.
Ho già più volte ricordato che nella legge di bilancio, attualmente all’esame del Senato, si interverrà, soprattutto a seguito delle modifiche che saranno apportate durante l’iter parlamentare, sulla spesa per investimenti, di cui presenterò domani un programma dettagliato.
Ho inoltre illustrato alla Commissione le riforme che il Governo ha realizzato e quelle avviate. Non andrò dunque a Bruxelles con un libro dei sogni, ma presenterò uno spettro completo del progetto riformatore dell’Esecutivo e, con il supporto di un approfondito lavoro istruttorio che ho personalmente e direttamente coordinato, mi confronterò sui numeri, nella consapevolezza di essere in possesso dei dati macroeconomici per dimostrare che la manovra economica del Governo è stata concepita conoscendo bene la realtà economica italiana ed è stata strutturata, nei suoi contenuti, per rispondere alle esigenze del Paese, certamente all’interno del perimetro tracciato dalle regole e dai vincoli di finanza pubblica che derivano dall’adesione all’Unione europea e dall’appartenenza alla zona euro. 
Ma né domani a Bruxelles né, ancora di più oggi, davanti al Parlamento, mi posso limitare a considerare i meri dati contabili. 
Con le elezioni del 4 marzo, gli Italiani hanno espresso una richiesta, direi un’urgenza, per arrestare l’impoverimento e l’emarginazione causati dal lungo ciclo avverso della crisi economica e per arrestare e contrastare quelli che sono i fenomeni negativi di un processo di globalizzazione che ha visto penalizzate ampie fasce della popolazione.
Abbiamo assistito a una progressiva esclusione dai benefici della vita associata di un numero sempre più consistente di cittadini, fenomeno che ha rimesso in discussione diritti sociali che sembravano appartenere per sempre al patrimonio giuridico delle nostre società democratiche.
Con il programma di Governo abbiamo quindi individuato responsabilmente le misure concrete per invertire con decisione questa tendenza.
Il programma, accanto alle misure a sostegno delle imprese e dei lavoratori, propone interventi di equità sociale necessari e anche sostenibili. È una risposta urgente ai diversi e molteplici bisogni primari dei cittadini e se siamo stati costretti a procedere a uno scostamento dal deficit inizialmente previsto, lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo non certo a cuor leggero ma proprio per realizzare obiettivi che gli italiani chiedono con prepotente urgenza.
Mi riferisco alle misure di equità sociale, di welfare, di sostegno al reddito, di semplificazione e pacificazione fiscale, di inclusione, soprattutto in favore delle giovani generazioni, le quali hanno più pesantemente sofferto gli anni della crisi, perché sono state escluse dal mercato del lavoro, con conseguenze non solo economiche, ma tali da compromettere gravemente la qualità della loro esistenza.
Le sfide che abbiamo raccolto non hanno un orizzonte meramente emergenziale, ma si inseriscono in una più generale visione dei rapporti fra economia e società, tra Stato e cittadini.
Questa è una manovra che farà crescere l’Italia. La farà crescere non solo con riferimento al PIL, ma anche al BES. 
In particolare, crediamo nello sviluppo, nella crescita economica, nella modernizzazione delle imprese, nell’innovazione tecnologica, ma siamo convinti che tutto questo debba essere realizzato in modo sostenibile, conservando per quanto possibile inalterato l’ordito dei diritti sociali, dall’istruzione alla salute, ricevuto come preziosa eredità dalle generazioni passate. 
Certamente, i diritti costano, come sottolinea Cass Sunstein. Ma sono costi che le società democratiche devono sostenere, se veramente credono nel primato della persona umana come valore che trascende e supera ogni altro interesse e che non può essere sacrificato per perseguire altri, pur legittimi, obiettivi.
Questo non è populismo. E se populismo significa ridurre lo iato tra popolo ed élite, restituendo al popolo la sovranità, la pienezza della sovranità e rendendo il compito della rappresentanza realmente aderente alla tutela degli interessi rappresentati, rivendichiamo di essere populisti. L'Italia è stata protagonista nei passaggi decisivi della storia dell'integrazione europea, e ha sempre partecipato in senso inclusivo e solidale alla soluzione delle crisi politiche ed economiche che hanno vissuto altri Stati membri.
Crediamo e siamo parte dell'Unione europea: per questa ragione stiamo facendo di tutto per andare incontro alle perplessità, e diradare queste perplessità che ha sollevato la Commissione. Ci siamo adoperati per illustrare puntualmente i nostri obiettivi, rivendicando il diritto di effettuare una manovra di carattere espansivo, con interventi di spesa ed investimenti programmati per stimolare la crescita e la produttività e per garantire una maggiore equità sociale. 
Siamo nel mezzo di un confronto serrato, che confidiamo leale e paritario, nell'auspicio che, come sempre accade nelle trattative, si possa trovare un punto di equilibrio e di convergenza. Resto fiducioso del buon esito del dialogo. In gioco, in questo momento storico, c'è molto di più dei saldi finali di una manovra economica: è in questione l'idea stessa di rappresentanza politica, quindi più profondamente il senso del nostro ruolo e della nostra missione. Per questo mi rivolgo al Parlamento, alla maggioranza ma anche all'opposizione.
Perché siamo qui, io nelle mie funzioni di responsabile del Governo, voi nelle vostre funzioni di legislatori? Se oggi siamo qui è per soddisfare i bisogni concreti dei cittadini, perché crediamo necessario invertire il processo di esclusione vissuto da quelle fasce di popolazione che, nei decenni passati, erano uscite dalla povertà per entrare nell'area del benessere e della vita sostenibile, e che ora vedono cadere, una ad una, le prospettive di progresso, di crescita, e vedono anche figli, più istruiti dei padri, abbandonati ad un precariato esistenziale.
Guardate che questo è il modo più efficace per recuperare la crisi di senso e il deficit di rappresentanza che tutte le democrazie avanzate stanno riscontrando. Se vogliamo evitare che questo senso di abbandono si traduca, come sta già accadendo in vari Paesi europei, in contestazioni dall'esito imprevedibile, dobbiamo agire ora, coraggiosamente affiancando all'obiettivo della stabilità finanziaria quello della stabilità sociale. Logorare l'azione riformatrice di questo Governo sarebbe una strategia miope, che rappresenterebbe agli occhi dei cittadini un velleitario tentativo di reprimere istanze che rimarrebbero comunque vive e pulsanti nella nostra società: istanze che potrebbero ripresentarsi in un prossimo futuro in forme e modi che ben difficilmente potremmo prevedere, e per questo più faticosamente potremmo soddisfare.