Comunicazioni del Presidente Conte in Parlamento

19 Marzo 2019

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto in Parlamento per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo 2019, e in relazione al Memorandum d'intesa con la Cina sulla "Via della Seta". 

Il video dell'intervento al Senato.

 

Il video e il testo dell'intervento alla Camera.

 

Grazie. Presidente, gentili deputate e gentili deputati, il Governo, tengo a precisarlo, non si è mai sottratto all'interlocuzione con queste Aule per quanto riguarda la politica sull'immigrazione. Io stesso sono venuto più volte a parlare, a esporre la nostra articolata posizione.
Può piacere, può non piacere, ma siamo portatori di una politica sull'immigrazione strutturata, multilivello; l'abbiamo addirittura presentata al Consiglio europeo ufficialmente, ci siamo battuti perché fosse affermata. La ritrovate riassunta per buona parte nelle conclusioni del giugno scorso 2018. E da allora, coerentemente, questo Governo si sta battendo, e io personalmente, ogni volta che ne ho occasione - non è all'ordine del giorno del prossimo Consiglio europeo -, mi batto e mi batterò sempre perché la politica dell'immigrazione, che io preferisco articolare meglio nella formula “regolazione e gestione dei flussi migratori”, sia affrontata in modo strutturale, non emergenziale.
Di fronte alla singola emergenza tutti quanti siamo in difficoltà, anzi, pregherei tutti, tutti dobbiamo impegnarci a non strumentalizzare il singolo caso, perché di fronte all'emergenza siamo tutti perdenti. Se non riusciremo, a livello europeo, ad affermare una politica strutturata, che muova dalla cooperazione con i Paesi di origine, muova con la cooperazione con i Paesi di transito, privilegi i corridoi umanitari, anziché, ovviamente, contribuire in qualche modo ad alimentare, ancorché meramente rimanendo passivi, questi sbarchi, che mettono a grave rischio di vita gli stessi migranti e alimentano i traffici illeciti di persone che speculano sulla vita di questi migranti, e fino a quando non riusciremo a gestire con un approccio europeo un meccanismo di condivisione, che non può, quindi, solo riassumersi nello sbarco nel porto, neppure il più vicino, che non sarebbe l'Italia, ma nel porto italiano, ecco, fino a quando poi non opereremo anche con i movimenti secondari, non ci industrieremo perché tutta l'Europa contribuisca a un più efficace sistema dei rimpatri, noi, ovviamente, come Governo, ci riterremo insoddisfatti.
Vengo, però, al tema che oggi è in calendario. Il prossimo Consiglio europeo, ricordo, è il quarto al quale partecipo da quando sono Presidente del Consiglio dei Ministri; il quinto se consideriamo anche quello straordinario del 25 novembre, nel corso del quale abbiamo sottoscritto e approvato l'accordo di recesso con il Regno Unito e la dichiarazione politica. Questo Consiglio europeo assume, tuttavia, una valenza politica particolare, perché si svolge due mesi prima delle elezioni del nuovo Parlamento europeo e deve anche confrontarsi, e quindi affrontare sfide cruciali per l'Europa di oggi, per l'Europa di domani.
C'è, infatti, un trait d'union fra i principali temi in agenda del Consiglio europeo. Mi riferisco alla capacità dell'Unione europea di affrontare unita e da leader globale l'epilogo di Brexit, il proprio rapporto con la Cina, le priorità della crescita, del lavoro, dello sviluppo industriale, dell'innovazione, a fronte, attenzione, del rallentamento internazionale dell'economia, e, infine, il cambiamento climatico. Se non saprà rimanere unita, l'Unione europea non potrà essere né forte né competitiva, prima di tutto sul piano politico, nel definire e nel perseguire la propria posizione in ordine alle priorità appena menzionate; priorità rispetto alle quali, tengo a rimarcarlo, nessuno Stato nazionale, muovendosi in modo isolato, potrà mai assicurarsi una compiuta ed efficace tutela dei propri interessi nazionali. In questo senso, l'Italia si riconosce pienamente in un approccio europeo come l'unico foriero di un futuro migliore per i nostri cittadini e per quelli dell'intero continente.
L'esigenza di un'Europa unita al suo interno e forte nel mondo va tenuta a maggior ragione presente nell'attuale fase di fine legislatura europea; in vista dell'avvicendamento del Parlamento europeo e della Commissione europea, viene ancor più in rilievo, se mi permettete, il ruolo del Consiglio europeo, e quindi dei Governi. Occorre che questo organo primario dell'Unione abbia discussioni e prenda decisioni con spirito europeo, capace di mantenere coesa un'Unione che necessita ora più che mai - sappiamo che si è dilatata forse anche oltre misura, diciamocelo, nel corso degli anni - e quindi deve perseguire unità di intenti e spirito solidale al suo interno. Per essere forte nel mondo - ma tornerò sul punto sul punto più avanti, quando ragionerò dei rapporti dell'Unione europea con la Cina e con il Regno Unito - l'Unione europea deve essere un attore di respiro globale già al suo interno, elaborando adeguate strategie in materia di crescita, lavoro, sviluppo industriale e innovazione.
Vedo, purtroppo, confermarsi un approccio europeo prociclico e procedurale che negli ultimi anni si è mostrato inadeguato rispetto alla sfida della crescita e all'esigenza di equilibrio fra la riduzione e la condivisione dei rischi. Il rallentamento economico globale sta avendo un impatto sulla congiuntura economica in Europa e necessita di una risposta europea, con un rafforzamento soprattutto della domanda interna e con un impulso alla crescita attraverso maggiori investimenti e riforme coraggiose. In particolare, l'esigenza di un rilancio della domanda interna è supportata anche da nuove evidenze empiriche, autorevolmente prodotte, direi, e argomentate, che in questo rilancio individuano la giusta risposta alla necessità che la crescita economica europea non sia eccessivamente dipendente dalla domanda esterna, esportazioni, e a rischio di una possibile tendenza strutturale dell'economia mondiale alla stagnazione.
In questa prospettiva, soprattutto gli Stati membri che hanno spazio fiscale o surplus commerciali dovrebbero usarli a sostegno della domanda e di investimenti pubblici, per permettere all'Europa di crescere a pieno potenziale e di reagire alle tensioni provocate dagli altri, rafforzando e rendendo anche più resiliente la propria economia. La continua sollecitazione ad accrescere la competitività è da accogliere se questa è finalizzata ad accrescere gli standard di vita dei cittadini europei, ma è da respingere se nasconde un mero spirito mercantilista; lo vietano le regole europee, che non possono essere invocate solo quando ritenute convenienti. Per essere più espliciti, noi crediamo che la crescita della produttività del lavoro debba alimentare la crescita dei salari dei lavoratori piuttosto che l'accumulo di surplus commerciali, che, oltre una certa misura, sono peraltro vietati dalle medesime regole europee. Questi aspetti devono essere al centro della discussione di un Consiglio europeo che guardi alla realtà di un continente che soffre tuttora di troppe asimmetrie sul lavoro, lo dico soprattutto con rispetto ai giovani, e sulla crescita, e deve ancora completare quel pilastro sociale adottato a novembre del 2017 al vertice informale di Göteborg.
È in chiave di impulso europeo alla crescita, al lavoro e alla sicurezza sociale che auspico sia orientata la discussione che il Consiglio europeo avrà sul mercato, rispetto al quale occorre promuovere la rimozione delle barriere ingiustificate, in particolare nel settore dei servizi, con sollecitazioni per la Commissione a prospettare e realizzare una visione di lungo periodo per il futuro industriale dell'Europa: maggiori investimenti nella ricerca e nell'innovazione, una più equa competizione al suo interno e a livello globale, con una politica commerciale che mi permetto di definire ambiziosa e che protegga l'Unione europea contro le pratiche scorrette. L'Unione europea, anche nella prospettiva della nuova legislatura, dopo le elezioni per il Parlamento europeo deve lavorare a una vera strategia industriale europea, capace di creare crescita e occupazione attraverso il sostegno, con adeguate risorse, alle nuove tecnologie, alla ricerca e all'innovazione, e capace di tutelare imprese e mercati europei da strategie aggressive di Paesi terzi.
Questi impegni e l'obiettivo primario di sostenere crescita, lavoro e inclusione sociale sono al centro della nostra azione, dell'azione del Governo italiano, ma la sfida di un'economia che cresca e crei posti di lavoro richiede uno sforzo europeo, lo dimostra anche la recente polemica in materia di tecnologie delle comunicazioni. Dovremmo domandarci come mai uno spazio economico affollato da mezzo miliardo di persone, con livelli d'istruzione tra i più elevati, con standard di vita tra i più alti nel mondo, non sia stato capace di sviluppare, sul tema delle telecomunicazioni, un'infrastruttura alla frontiera della tecnologia, capace di soddisfare appieno tutte le proprie esigenze. Non credo sia dipeso da carenza di intelligenze o di risorse destinate alla crescita; credo, piuttosto, che questa inefficienza riveli un'altra manifestazione della mancanza di visione di lungo periodo dell'Europa, a cui l'Italia vuol porre rimedio, rilanciando un'idea di Europa protagonista nel mondo. Si tratta di un percorso in cui l'Italia, Paese fondatore e potenza industriale, sia europea che globale, intende fare la sua parte e adoperarsi affinché la politica industriale, anche nel sostegno alle piccole e medie imprese e nella regolazione degli aiuti di Stato alle imprese europee, sia accompagnata da un approccio equilibrato e da politiche di convergenza, senza le quali solo alcuni Stati membri potranno sostenere i costi della citata politica industriale.
Quanto alla politica commerciale, è fondamentale preservare la questione dell'Unione europea nei confronti degli altri attori globali, dagli Stati Uniti - con cui l'Unione europea deve proseguire l'impegno all'agenda commerciale positiva, quella che è stata definita da Juncker e Trump il 25 luglio scorso - alla Cina, su cui mi soffermerò tra breve.
Prima di farlo, considero doveroso richiamare il sostegno italiano a un approccio ambizioso dell'Unione europea ai cambiamenti climatici, che considero componente essenziale di un'economia europea moderna e che sarà oggetto di un breve paragrafo delle conclusioni che andremo a rassegnare nel corso del Consiglio europeo, volto a consolidare un linguaggio unitario rispetto a un'intensa agenda del Consiglio Ambiente dell'Unione. Alla sfida dei cambiamenti climatici, l'Unione europea deve dedicare il meglio della sua capacità di adattamento ai mutamenti globali; anche in questo caso, gli sforzi nazionali da soli non bastano per garantire un futuro migliore. Il tema della sostenibilità è centrale anche ai fini della crescita del continente; il potenziale di crescita dell'Europa - delle volte si trascura questo aspetto - potrebbe tornare ai livelli sperimentati nel passato se solo decidessimo di accelerare la transizione verso un'Europa decarbonizzata. Un grande piano di investimenti pubblici, finalizzati a questo scopo, darebbe un grande impulso anche a quelli privati, garantendo una robusta crescita ecocompatibile dell'intero continente. Questa visione è coerente con il recente richiamo autorevolmente effettuato dal Presidente Mattarella il 12 marzo scorso, mentre era a Belluno, in occasione della cerimonia commemorativa dell'alluvione che ha afflitto la regione Veneto, lo scorso ottobre.
La sessione economica del Consiglio europeo non avrà, a differenza del Consiglio europeo di dicembre scorso, un corrispettivo in forma dell'Euro Summit; rimane non di meno oggetto della nostra attenzione il percorso verso l'Euro Summit di giugno che, con una legittimazione in parte attenuata, a seguito delle elezioni per il Parlamento europeo di fine maggio, dovrà attuare, preparate dall'Eurogruppo, le decisioni dell'Euro Summit dello scorso dicembre. Su questo versante sono in gioco argomenti di fondamentale importanza per il futuro assetto economico e finanziario dell'Unione; mi limito a richiamare, tra gli altri, il budget dell'eurozona, lo schema europeo di garanzia dei depositi, il cosiddetto EDIS, e gli emendamenti al Trattato sul meccanismo europeo di stabilità.
In particolare, è aperta la discussione in seno all'Eurogruppo sulla definizione di uno strumento di bilancio per la competitività e convergenza, appunto, il budget dell'Eurozona, nell'ambito del prossimo quadro finanziario pluriennale. La questione, vedete, è molto delicata per gli interessi nazionali; come sempre, ogni nuovo strumento può tornare utile ed efficace per rafforzare il nostro sistema economico finanziario o, al contrario, può rivelarsi molto insidioso, a seconda di come venga concepito e concretamente strutturato. Per l'Italia è senz'altro prioritario che tale strumento sia di dimensioni adeguate, prevedendo anche una sua capacità di prendere a prestito sui mercati finanziari, offra un vero supporto a investimenti e riforme, abbia funzioni anticicliche e di stabilizzazione e, attenzione, non sia sottoposto a condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti.
La discussione sulle relazioni esterne, prevista alla cena di lavoro del Consiglio europeo di giovedì 21, riguarderà i rapporti tra l'Unione europea e la Cina, in vista del vertice Unione europea-Cina previsto per il 9 aprile, vertice che potrebbe seguire di pochi giorni - questo aspetto, ovviamente, lo comprendete, è tutt'altro che secondario - la conclusione del negoziato economico commerciale in corso tra Washington e Pechino. Il vertice Unione europea-Cina a Bruxelles avverrà, inoltre, a poco più di due settimane dalla conclusione della visita di Stato del presidente Xi Jinping in Italia. Agli omologhi europei, giovedì, potrò quindi ribadire la piena coincidenza tra la visione italiana del rapporto con la Cina e la strategia seguita dall'Unione europea che sarà persino rafforzata - e tra breve spiegherò perché - dall'approccio italiano. Confido che il 9 aprile il nostro Memorandum con Pechino sull'iniziativa Belt and Road, una delle tante intese che verranno firmate, voglio precisare, non desterà più grande attenzione; in questi giorni è alta l'attenzione dell'opinione pubblica, anche italiana, verso i contenuti e le finalità di questo documento. Come ho avuto modo di precisare pubblicamente, non è un accordo internazionale, non crea vincoli giuridici; se proprio volessimo definirlo, se lo dovessi definire da un punto di vista tecnico, lo definirei più correttamente un'intesa programmatica che, ribadisco, pur non dando luogo a impegni giuridicamente vincolanti, delinea obiettivi, principi, modalità di collaborazione nell'ambito dell'iniziativa Belt and Road che, come sapete, è un grande progetto di connettività infrastrutturale euroasiatica che, sin dal suo lancio, nel 2013, ha attirato l'interesse dell'Italia.
La nostra attenzione economico commerciale nei confronti di questa infrastruttura e della Cina è pienamente legittima ed è giustificata proprio alla luce dei nostri interessi nazionali. Per questa via, potremo potenziare il nostro export verso un mercato di dimensioni enormi; le nostre imprese avranno la chance di essere direttamente partecipi della realizzazione di nuovi e importanti investimenti infrastrutturali; la nostra penisola, segnatamente i nostri porti, i nostri scali commerciali, non saranno bypassati dai nuovi traffici, ma potranno anch'essi godere, a pieno titolo, dei vantaggi economici e valorizzare la loro posizione geografica di terminali naturali di questa nuova Via della seta. 
Attenzione, il perimetro del Memorandum of understanding sulla Belt and Road è squisitamente economico commerciale, non mette minimamente in discussione la nostra collocazione euro atlantica. Il suo contenuto, negoziato per lunghi mesi con Pechino, coinvolgendo tutte le amministrazioni interessate, non presenta alcun rischio per i nostri interessi nazionali ed è pienamente in linea con la strategia dell'Unione europea, promuovendola, anzi, come nessun Paese membro ha fatto sinora nel suo dialogo con Pechino. Il Memorandum, infatti, imposta con estrema chiarezza la collaborazione sulla Belt and Road in raccordo con i principi dell'Agenda 2030, l'Agenda 2020 di cooperazione Unione europea-Cina e la strategia dell'Unione europea per la connettività euroasiatica, che sono capisaldi dell'approccio dell'Unione europea verso la Cina. Esso, il Memorandum, promuove inoltre con forza i principi condivisi in ambito europeo di mutuo vantaggio, reciprocità, trasparenza, sostenibilità, tutela della proprietà intellettuale, sino a creare un vero e proprio level playing field. Posso rivendicare a buon titolo che il nostro approccio alla Belt and Roadè tra i più lungimiranti ed efficaci che siano stati mai applicati in ambito europeo.
C'è un altro aspetto che vi invito a considerare: altri Stati membri, pur non avendo stipulato analoghe intese con Pechino, già collaborano molto più di noi su questa iniziativa. L'Italia ha scelto un approccio trasparente, formalizzando la collaborazione con la Cina in una cornice ben definita, e per questa via ha preferito esplicitare con chiarezza i pilastri fondamentali di matrice europea da cui ci lasciamo ispirare. Rispetto ai Memorandum of understanding firmati da altri Paesi, fuori e dentro l'Unione europea, il nostro stabilisce un raccordo molto più esplicito con le linee e le norme dell'Unione europea, e promuove con più forza i valori e gli interessi dell'Italia.
Su quest'ultimo aspetto vorrei precisare che l'attenzione del Governo non si è esaurita con il negoziato sul Memorandum, che pure tanta attenzione sta catalizzando: come nelle collaborazioni con altri Paesi, il Governo italiano opererà, anche nell'ambito della Belt and Road, un attento monitoraggio delle singole iniziative di collaborazione che saranno avviate a valle del Memorandum, per garantire che anch'esse siano promosse con attenzione alla difesa degli interessi nazionali, alla protezione delle infrastrutture strategiche anche nel digitale, e prevedendo, anzi, prevenendo il trasferimento di tecnologie in settori sensibili.
Alla discussione al Consiglio europeo, al vertice Unione europea-Cina del 9 aprile, seguirà la mia partecipazione - l'ho già annunciato - alla seconda edizione del Forum Belt and Road, in programma a Pechino il 26 e 27 aprile. Il Forum, che riunirà un numero elevato di Paesi, mi offrirà un'ulteriore occasione per promuovere, in uno spirito di collaborazione con Pechino, quella che dev'essere la visione italiana ed europea sull'iniziativa Belt and Road.
Alla discussione sui rapporti con la Cina, il Consiglio europeo arriverà dopo una sessione, quella di apertura di giovedì 21 pomeriggio, in cui in formato a 27, senza il Regno Unito, discuteremo poi gli ultimi sviluppi relativi alla Brexit. Nonostante gli sforzi negoziali aggiuntivi sulla questione irlandese e l'intesa raggiunta da May e Junker l'11 marzo scorso, la settimana scorsa, sapete, c'è stato un secondo voto negativo nel Parlamento britannico sulla ratifica dell'Accordo di recesso. Questa decisione è avvenuta pochi giorni dalla data stabilita per l'uscita dall'Unione europea, fissata per il 29 marzo prossimo. Nonostante il poco tempo a disposizione dobbiamo cogliere i messaggi positivi emersi dai voti successivi a quello sulla ratifica, con cui il Parlamento britannico ha espresso la volontà di evitare una Brexit senza accordo, no deal, e di lavorare insieme ai partner europei per garantire un'uscita in termini chiari ed amichevoli, chiedendo un differimento dei termini di uscita dall'Unione europea. È molto probabile, quindi, che i 27 Capi di Stato e di Governo al Consiglio europeo saranno chiamati a discutere una possibilità di proroga della data di uscita.
Come anticipato dallo stesso Governo britannico, non si tratterà di una proroga in bianco, ma di un differimento funzionale all'obiettivo di garantire un recesso ordinato.
Come abbiamo sempre fatto durante questo negoziato dalle dinamiche, stiamo constatando tutti, molto complesse, continueremo a lavorare per una Brexit ordinata, nel pieno rispetto della volontà del popolo sovrano britannico e delle decisioni del Parlamento di Londra, ma anche ribadendo la necessità di maggiore responsabilità, maggiore chiarezza che ci sono dovute, a noi cittadini europei e alle nostre imprese. L'auspicio è che le decisioni di questi giorni a Londra garantiscano l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea senza strappi e in maniera ordinata, in modo da poter costruire una relazione futura tra l'Unione europea e il Regno Unito che sia all'altezza dei profondi, speciali rapporti che abbiamo costruito con i britannici in oltre quattro decenni di comune partecipazione al processo di integrazione europea. In un contesto che mantiene ancora forti elementi di incertezza, il Governo italiano continuerà - state certi - a lavorare per garantire la tutela dei diritti dei cittadini, delle nostre imprese e della stabilità finanziaria, anche nell'ipotesi poco auspicabile di un'uscita senza accordo il 29 marzo.
Ai temi finora citati si aggiunge, in un breve paragrafo delle conclusioni, uno stato dell'arte, sulla scia delle conclusioni del Consiglio europeo di dicembre, sulle azioni poste in essere a contrasto della disinformazione, con un invito alle piattaforme online, ai social network ad assicurare elevati standard di responsabilità e di trasparenza. A giugno il Consiglio europeo riceverà un rapporto sulle azioni apprese, che verrà predisposto dalla Presidenza con la Commissione e con l'Alto rappresentante Mogherini. Per l'Italia, uno sforzo europeo coordinato su un fenomeno che è ormai è percepito in molti Paesi europei come una minaccia alla democrazia, e che effettivamente è molto insidioso, è necessario proprio in virtù della natura complessa e plurale del problema. La disinformazione, venendo da una molteplicità di soggetti, statuali e non, richiede un approccio strategico multidimensionale e di ampio respiro, che accanto ad una rafforzata cooperazione internazionale, preveda anche un investimento di lungo periodo nella formazione dei giovani, e non trascuri naturalmente i delicati profili di necessaria garanzia della libertà di informazione, fondamento essenziale delle nostre democrazie.
Ed è proprio la piena tutela della democrazia, anche sul piano del diritto al lavoro, alla sicurezza, al benessere, che rende necessaria nei leader europei una visione strategica ed un impulso a politiche europee di ampio respiro. Con questo spirito, il Consiglio europeo potrà affrontare la transizione verso la fase successiva alle elezioni del Parlamento europeo, ponendosi in sintonia con una domanda di cambiamento che sta attraversando l'intero continente, e merita risposte urgenti che possano realizzare tutte le premesse che ci chiedono i nostri cittadini per un futuro migliore. Grazie per l'attenzione.