Emblema della Repubblica
Governo Italiano
Presidenza del Consiglio dei Ministri

Servizi e ricerca nel sito

Ti trovi in: Home : Governo informa : Dossier :

L'italiano, lingua ufficiale della Repubblica

Uno sguardo al corso storico che ha prodotto la lingua italiana

Condizione comune a moltissimi stati moderni è la presenza di vari “idiomi locali originari” (e fra loro “concorrenti”) entro una popolazione che, a mano a mano, è confluita in una stessa comunità, sia culturale che politica. In generale, la maggior parte di tali “idiomi concorrenti” deriva da una stessa “lingua madre”.  Nella realtà italiana la lingua madre è il latino. Deriva dal latino, dunque, l’intera famiglia dei “dialetti italiani”. I tanti e vari dialetti italiani, nel loro insieme, consentono di individuare, fin dal Medioevo, la popolazione riconosciuta come “popolazione italiana”.

All’interno di tale tessuto connettivo di base esistono tuttavia, all’interno del nostro Stato:

  • alcune “isole alloglotte”, dove i parlanti fanno uso di una lingua diversa; l’albanese, il neogreco, il serbocroato, lo sloveno e il tedesco;
  • nuclei, che parlano idiomi derivati anch’essi dal latino, ma che sono parlati anche in più vaste aree esterne: l’occitano, il franco-provenzale, il catalano.

Sono queste le vere e proprie “minoranze linguistiche” storiche presenti nel nostro Paese.

Si devono infine aggiungere quegli idiomi che (pur sempre di derivazione latina) presentano una fisionomia più caratterizzata ma non rimandano ad una lingua di riferimento che le unifichi: tali sono gli idiomi costituenti varietà del sardo, del friulano, del ladino.

Fin qui il quadro linguistico essenziale dell’Italia secondo una prospettiva che parte “dal basso” (cioè dalle parlate “spontanee”). Vediamolo ora da una prospettiva che parte “dall’alto” (che cioè consideri la forza linguistica che è stata capace, nel tempo, di produrre un effetto di “aggregazione”, culturale e politica).

Una comunità culturale e politica evoluta si forma quando, in mezzo ad una pluralità di idiomi e tradizioni linguistiche concorrenti, si afferma una lingua capace di assolvere tutte le funzioni proprie di una società complessa.

Una lingua del genere deve avere le seguenti caratteristiche:

  • disponibilità di una “forma scritta” (resa stabile per via di una lunga pratica);
  • accettazione di una “norma esplicita” (tale da essere utilizzata anche per l’insegnamento della stessa lingua);
  • possesso di “strutture sintattiche” e di un “patrimonio lessicale” (rispondente a libere creazioni letterarie nonché ai contenuti del pensiero critico e delle cosiddette scienze esatte);
  • “adeguatezza agli usi ufficiali” (per il governo della vita civile organizzata di tutta la comunità);
  • capacità di “confronto e corrispondenza con altre lingue” (in ambito internazionale.

Tali caratteristiche creano la differenza tra “lingua” e “dialetto”.

In Italia (dopo i tentativi compiuti nella prima metà del Duecento dalla dinastia sveva per giungere ad una lingua interregionale) la presenza di una lingua dotata di funzioni unificanti è documentata già negli anni tra Due e Trecento.

Essa si deve soprattutto all’opera di Dante, Petrarca e Boccaccio, ed alle sempre più frequenti imitazioni da parte di scrittori settentrionali e meridionali. La lingua letteraria basata sul fiorentino da allora cominciò a diffondersi  anche fuori dalla città di origine. Fu presto denominata anche come “lingua italiana”.

L’avvento della stampa nel sec. XV consolidò l’affermazione e la diffusione di questa lingua, che di lì a poco si estese a tutto il territorio italiano e a tutti gli usi (anche amministrativi e giuridici).

Va comunque ricordato che sia gli apporti costitutivi iniziali, sia gli interventi stabilizzatori, sia i contributi alla sua crescita sono sempre venuti da aree culturali e linguistiche diverse, oltre che dalla Toscana: dalla Sicilia, da Bologna, dal Veneto (risolutivo fu l’intervento nella famosa “questione della lingua” del veneziano Pietro Bembo), dalla Lombardia, dal Piemonte e da Napoli (si pensi agli scrittori illuministi e poi soprattutto ad Alessandro Manzoni).

Dal momento della salda affermazione cinquecentesca dell’italiano di base fiorentina, gli idiomi locali furono sempre più circoscritti alla comunicazione “parlata” del proprio ambito territoriale, oppure utilizzati per forme di “espressionismo” letterario (con risultati anche di grande valore artistico).

La situazione che si instaurò nel Cinquecento è quella che tuttora permane. 

 

Piede pagina